… con l’amore nel pugno (4) – considerazioni sull’amatriciana e sul dirsi anarchici

bookcover.phpNon ricordo quando, né dove, ma qualcuno mi ha raccontato questa specie di leggenda su Bakunin.
Ci troviamo probabilmente nel 1870, settembre. La Francia di Napoleone III è stata pesantemente sconfitta dalla Prussia. La crisi è gravissima. Bakunin sta attraversando in treno, diretto a Lione (dove spera di accendere la rivoluzione), la campagna francese. Dal treno vede un gruppo di contadini che agitando in aria forconi e altre armi improvvisate si dirigono da una qualche parte con aria evidentemente inferocita.
Intendiamoci. In quei giorni di motivi per essere incazzati ce ne erano, eccome.
Senza pensarci due volte, Bakunin salta giù dal treno alla prima stazione e raggiunge il gruppo di contadini. Si mette in marcia con loro, mettendo a loro totale disposizione la sua esperienza (notevole) in fatto di rivolte e insurrezioni. Solo a strada ben inoltrata gli balenò l’idea di chiedere perché e contro cosa protestavano.
In fondo la cosa più importante è ribellarsi.

Siamo in trattoria. A Roma, durante la tre giorni di Critical Comics. Serve ai tavoli una ragazza che sembra la Gloria Guida di Avere Vent’anni. Mi perdo nell’amatriciana che mi ha appena portato, avrebbe potuto servirmi qualunque cosa e l’avrei trovata ottima; e tu mi trascini dalle necessarie considerazioni sulla bellezza ontologica di un sugo come l’amatriciana a una discussione sul significato del dirsi anarchici.

tumblr_mjkj2cMwQK1qm954lo1_500Allora facciamo a capirci.
Il problema è che per te è difficile liberarti dal pregiudizio della retorica democratica e, se appartieni alla parte migliore di quell’umanità che accetta il giochino parlamentare, quella parte con cui val la pena discutere, ti è difficile liberarti anche dal pregiudizio della retorica socialista. Un pregiudizio piantatoci (sì ne sono vittima anch’io e più spesso di quanto dia a vedere) in testa prima dai genitori, poi dai maestri, poi dai professori e dai tanti intellettuali (a compenso) che scrivono, leggono, pensano eccetera eccetera.
La democrazia ha il problema, affascinante anche, di un continuo irrisolto compromesso fra i principi (quella cosa che i tuoi maestri amano chiamare VALORI) e la contingenza della loro esperienza. Questo compromesso ha sempre, in relazione ai principi (i tuoi, che in questa gara democratica –non ho mai capito perché hanno sempre la meglio i principi degli altri), un saldo negativo.
Il socialismo e il comunismo (teoricamente) antepongono invece, forti della loro origine di classe, i propri principi alla contingenza; tranne poi, quando si trovano davanti al problema della realizzazione politica dei propri principi, cadere – spesso – nella trappola parlamentare.
Puoi raccontartela come ti pare, separando artatamente tempo storico e tempo rivoluzionario: per cui non essendoci le condizioni storiche, non si può fare una rivoluzione vittoriosa, ed è meglio optare per la soluzione rappresentativa, riducendosi a cercare la conquista del potere (primo tragico errore) attraverso le elezioni (secondo tragico errore che per di più inficia completamente il primo).  Il punto è che, così facendo, i principi che ci escono in saldo attivo da questa soluzione rappresentativa sono sempre e comunque quelli delle banche e delle finanziarie. In fondo quel tipo lì di democrazia l’hanno inventata loro.
In quest’ottica, quella dell’opposizione tra democrazia finanziaria (chiamala anche liberale se preferisci) e socialismo, risulta ovvio – essendo in essa democrazia indipendenti, come ci ha chiarito Norberto Bobbio, se non addirittura contrapposti, i principi di uguaglianza e libertà – chiedersi ogni volta che ci si trovi davanti a una ribellione (di qualsiasi natura essa sia, da quella dei vandeani contro i Giacobini a quella dei 4 generali contro la Repubblica Spagnola) dove voglia condurre e con quali mezzi. Perché se uso questi occhiali, quelli del pregiudizio democratico, per interpretare i fatti, mi trovo davanti a due opzioni legittime: da una parte la libertà senza uguaglianza (quella dei cosidetti liberali) quindi libertà dei pochissimi, contro l’uguaglianza senza libertà (quella dei bolscevichi) che è, al fondo delle cose, come ci ha insegnato (decisamente meno noiso di Bobbio) Orwell uguaglianza di alcuni più di altri.
C’è però una terza (via?) posizione.
Una cosa con un nome che fa paura: ANARCHIA.

No. Non preoccuparti. Non è che adesso te la racconto tutta la menata dell’origine greca del termine Anarchia e del peso che ha quell’alfa privativa che ti porta alla memoria urticanti ricordi liceali.

1962-anarchism-george-woodcock1No. Se la cosa ti interessa, sotto l’aspetto storico, rivolgiti – che non sbagli- a George Woodcock e al suo bellissimo L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti (che Feltrinelli non ha mai ristampato dal 1962) oppure se mastichi l’inglese a Peter Marshall e al suo fondamentale Demanding the impossible: a history of Anarchism ( Harper Collins, 1992).

61RW8BlUSeLNo. Io ti dirò semplicemente come la vedo. E ovviamente e purtroppo parlerò di donne uomini e libri

Per me essere anarchico significa (un po’ pragmaticamente alla Paul Goodman) misurarsi continuamente con nuove situazioni di crisi e vigilare continuamente che, a causa di queste crisi, la libertà fino ad ora guadagnata non vada perduta, ma possa -anzi- essere aumentata. In questo senso l’anarchia è continua insorgenza, continua insurrezione: necessita lo stare in piedi. Un movimento anarchico è, di conseguenza, pragmaticamente insurrezionale e sincretico (unisce cioè in se aspirazione di libertà e uguaglianza) o non è.

Senza dogmi: lo stesso Bakunin pur definendosi come fanatico amante della libertà, sosteneva che essa senza uguaglianza non esiste, che la povertà è schiavitù. ( M. Bakunin, Libertà, uguaglianza rivoluzione, Antistato, 1976). Attenzione però: non è che con il termine “insurrezione” io intenda qualcosa di simile al barricaderismo ottocentesco. Mi trovo semmai nella scia di Bookchin (Anarchism: past and present in Reinventing Anarchy, again, AK press, 1996) e di Purkis e Bewen (Changing anarchism: anarchist theory and practice in a global age, Manchester University Press, 2004) e mi piace considerare l’insurrezione come un processo perpetuo di lotta che si esprime in reti complesse di individui interessati all’espressione delle proprie differenze e delle proprie immediate libertà, piuttosto che a una impossibile risoluzione finale. In questa rete di espressioni vanno incluse anche, ci piacciano o meno, quelle forme esplosive di rabbia che ogni tanto mandano in frantumi un bancomat o saccheggiano un supermercato.

(continua)

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