colori di tiepido autunno

Sono seduto in un bar. Oggi il mese di ottobre dell’anno 2013 dell’era volgare compie 11 volte. E’ il giorno di venere, tarda mattina e il cielo di questa fottuta città è azzurro.
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Oggi la amo un po’ di più questa città di merda in cui vivo da generazioni e di cui ho visto l’inesorabile degenerare. Sto guardando i giovani, guardo i neri e guardo gialli e guardo i bianchi (parlo della pelle, non delle ideologie), e vedo il sole filtrare nel piombo del loro futuro. Li vedo per quello che sono, le età e i colori, differenti variabili della curva del tempo e differenti rifrazioni dello spettro della luce. Roba irrilevante per fondarci differenze e divisioni. Me lo stanno dicendo tutti questi bellissimi giovani individui mentre mi sfilano davanti in corteo.
Me lo ha detto una volta la mia amica Giorgia, cieca dalla nascita. Mi ha detto una cosa che mi ha fatto pensare, a lungo. Mi ha detto: io non lo so cosa è il nero, non so cosa è il bianco. Non so cosa è giovane e cosa vecchio. Non li ho mai visti.
Mi chiedeva anche la mia cara amica Giorgia, che oggi credo stia camminando in mezzo alla gioia del corteo, da qualche parte probabilmente insieme a mio figlio (quello grande), se non mi sembra di buttare tempo e energie, dato quello che sta succedendo in questo malato paese, continuando a parlare di fumetti e quel che è peggio di intrattenermi in inutili diatribe critiche. Ti sembrerà strano, ma Giorgia, cieca dalla nascita, “legge” i fumetti e segue un sacco di blog. 
 
Rifletto continuamente su quello che mi ha detto Giorgia.
So almeno una cosa. Non sto perdendo tempo, ogni volta che mi scaglio contro le metaforiche disarmanti banalità sbrodolate dai suoi autori sul fumetto.
Per tre motivi.
Uno: chi usa queste metafore sbagliate spesso scrive, disegna, canta, filma storie per i bambini, per ragazzi. Quello che questi autori pensano finisce in quelle storie. Quelle storie sono normalizzanti. Anestetiche.
Due: quegli autori sono legati, con pochissime eccezioni, a un modo estinguendo della produzione di immaginario.
Tre: il controllo sociale, nel nostro occidente, oggi avviene non attraverso il manganello e l’olio di ricino (non nella parte sostanziale almeno) ma attraverso un uso totalitario dell’immaginario che produce risignificazione del linguaggio. L’uso diffuso di metafore non pertinenti è il segno del successo cui questa risignificazione è arrivata.
La narrazione che gente come Letta (con i suoi sgherri tipo Ichino) o Grillo (con le sue marionette blogcomandate) stanno strutturando su questo paese, contro l’evidenza e la verosimiglianza, per far passare un’invereconda intrepretazione opposta alla verità, è possibile solo perché a storie del cazzo e inverosimili e scritte male ci hanno abituato gli autori italiani: da decenni.
 
Oggi ho visto che c’è un sacco, ma un sacco davvero, di giovani che a queste balle non credono.
Che sanno usare appropriatamente le metafore, quotidiane e non.
Che tengono vivo il proprio immaginario in canali diversi da quelli ufficiali.
Che sanno che cosa è la verità. O per lo meno, la cercano.
Sono giovani e sono bellissimi.
Li invidio. E li amo.
Anche perché.
Probabilmente non leggono fumetti.
 
Oggi c’è il sole.
Di questo autunno.
Non è che l’inizio.
2 commenti
  1. Fabrizio ha detto:

    Ciao Boris.
    Bella la didascalia (un po’ bonelliana? Scherzo, scherzo…) che hai posato sull’immagine dei ragazzi (‘… eran giovani e forti…’) ma secondo te questi hanno davvero le difese intellettuali adeguate per ciò che chiami ‘controllo sociale’? E per ‘canali diversi’ intendi il web?
    Io, il sole che vedi tu, non lo immagino tipo quello di Pellizza da Volpedo; semmai più simile a quello di Monet, un po’ nebbioso (e inquietante).
    Forse prossimo a incupirsi.

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