ho fondato la mia critica sul nulla: i vostri fumetti

 

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Una volta un autore di fumetti mi ha detto che la critica lascia il tempo che trova, perchè tanto quello che alla fine resterà, se qualcosa resterà, non lo sanno certo i critici; eppoi aggiungeva: chi fa le cose dovrebbe infischiarsene della critica. Aveva ragione.

Però c’è da aggiungere che chi fa la critica dovrebbe infischiarsene di chi fa i fumetti. Preoccuparsi solo di dire la verità sulle cose. Spolpare il testo e andare ai resti. Perché non c’è bisogno di tirare in ballo Jakobson  per dimostrare che un’opera è sempre già qualcosa che appartiene al passato e quindi è qualcosa che resta. Mittente e destinatario di un’opera non sono mai compresenti. L’opera si colloca nel passato rispetto al lettore. Io che leggo sono la contemporaneità, l’opera anche se solo di qualche giorno è il passato, i resti –per quanto striminziti -del passato.

1379997_10201663146917140_739207332_nLa lettura è quindi sempre un atto critico (Cesare Segre) che richiede il confronto tra sistemi e tempi differenti.

Quando poi il lettore è mosso da consapevolezza metodologica e si prendesse l’impegno di mettere per iscritto quelle operazioni compiute sul testo, diviene quello che si può definire un critico.

C’è un problema però: che i fumetti interessano solo a quelli che li fanno e che ci lavorano dentro. Se non ti ascoltano loro non ti ascolta nessuno. Quindi o parli a loro o parli a nessuno. Ma se parli a loro devi anche parlare con loro, incontrarli, mangiarci assieme. Se però dici cose “non condivisibili” non ti ascoltano più. Si incazzano, si offendono e si ritirano nei loro circoletti da iniziati dove ti processano in contumacia e ti linciano in effigie. Perchè la tendenza del fumetto italiano è sicuramente, come tutto in Italia, quello di diventare chiesa. Come ogni chiesa che si rispetti anche questa ha le sue gerarchie cardinalizie e la propria corte di cicisbei. Che creano al critico un bel problema. O si adegua a officiarne i riti, o fa critica un po’ di lotta un po’ di governo, o se ne sbatte e fa e dice quello che gli pare senza preoccuparsi di avere un posto a sedere all’interno di quella chiesa su cui vuole gettare lo sguardo indagatore.

Per come la vedo io, che sono miope astigmatico e ultimamente anche un po’ ipermetrope, il critico sta lì, nel mare del fumetto e dall’albero di parrocchetto del suo naviglio, su cui batte il jollyroger, scruta con il suo sguardo presbite l’orizzonte in cerca di terra sui cui mettere il piede.

Sei il gabbiere di una nave corsara, e godi a seminare vento, che è il compito di ogni viva intelligenza; perché se semini vento poi viene tempesta e spazza via e l’editore e il fumettaro e soprattutto gli altri critici che non veleggiano verso verità.

Ah…la semina del vento quando avviene in totale gratuità è utile e bellissima.

 

 

 

 

 

 

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