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Archivio mensile:novembre 2013

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Lo sai. Capita in questa casa di dover mettere insieme un pranzo o, come adesso una cena con estrema velocità. Metti di avere solo un quartodora.

Metti su una bella casseruola molto larga e piena d’acqua. Porta a bollore. Avrai sicuramente in casa quegli stampini per i muffin, quelli di gomma indistruttibile e belli grandi. Se ne hai almeno quattro sei a cavallo. Rompici dentro un uovo per ognuno con l’albume a coprire bene il tuorlo. Quando l’acqua bolle mettili dentro la casseruola. Adesso entro otto minuti – non un secondo di più sennò diventano sode- avrai sei simpatiche (finte) uova in camicia.

Intanto.

In un pentolino sciogli una noce di burro. Buttaci un cucchiaio di farina bianca e non farla aggrumare. Quando hai una bella colla densa vai con due tre palettate du Curry. Io, che poi i figli rompono, uso quello Mild ma tu fai pure con quello Spicy. A questo punto un versa un quarto di litro di latte e rimesta fino ad avere una salsa stile besciamella. Un pizzico di sale e uno di di pepe.

Per la salsa ci hai messo cinque sei minuti. Adesso prenditi tre minuti per tostare del pane in cassetta. Imburralo.

(se ci metti di più non ti preoccupare; la cosa importante è: tu tira giù le uova dopo gli otto minuti, puoi tenerle lì un attimo, tanto poi le scaldi con la salsa. Addirittura alle volte le faccio il giorno prima e le conservo in frigo, figurati: le tiro fuori un po’ prima di usarle)

Metti le fette di pane una per piatto. Scalda a fuoco dolcissimo la salsa. Sono passati otto minuti, tira fuori le uova dalla pentola, poi dalle formine e mettile sulle fette una cadauna.

Versa la salsa sullo pseudo uovo in camicia e servi agli affamati. Con un contorno qualsiasi. Io faccio un’insalata di mais e germogli di soia e ravanelli conditi con salsa di soia olio sale e pepe.

Bevici una birra. Una qualsiasi.

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Mi era partito un monologo in cui cercavo di riepilogare (a me stesso più che a terzi) i vari perché il fumetto si guarderebbe anziché leggerlo e soprattutto perché il fumetto non sarebbe una cosa che prima si scrive e dopo si disegna ma piuttosto una cosa che si fa a fumetti. Però mi accorgo, giunto alla parte conclusiva, che questo luogo in cui recito la mia parte svogliata da intellettuale radicale è un luogo pubblico. Cazzo. E ci passa gente, poca, che lo legge e che quando mi risponde io capisco che non mi sono mica riuscito a spiegare perché è proprio vero che capisci quello che hai detto quando gli altri ti rispondono.
Tocca quindi vedere di chiarirsi. Per farlo comincio con il raccontarti due aneddoti.

Il primo è questo.
Secondo quanto racconta nelle Confessioni, Agostino avrebbe lasciato Cartagine nel 383 dc diretto a Roma alla ricerca di una non meglio identificata verità. La verità è che nella scuola dove insegnava a Cartagine gli studenti non pagavano puntuali e non gli portavano particolare rispetto. Pensava di trovare a Roma una sistemazione migliore presso la scuola di eloquenza. Ma gli studenti romani, scoprirà, erano peggiori di quelli africani: non pagavano proprio e se ne infischiavano delle sue lezioni. Agostino è finanziariamente disperato: i soldi che mamma gli manda da casa non bastano nemmeno alla sopravvivenza. Sono mesi di miseria e rabbia e porchidei, che è ancora un manicheo pagano, quando improvvisamente, nell’autunno del 384 dc gli dice culo: Simmaco, prefetto di Roma, per toglierselo di torno, che tutti i giorni andava da lui a lamentarsi, lo spedisce a Milano a ricoprire la cattedra d’eloquenza diventata vacante. Agostino esulta. Cavolo! Chi ricopre la cattedra di eloquenza a Milano diventa in automatico l’oratore ufficiale della corte imperiale (che allora risiedeva proprio a Milano) e lo stipendio da funzionario statale è assicurato.
Appena arriva a Milano inizia il giro delle pubbliche relazioni e va a far visita a tutte le autorità cittadine. Gli capita pure di passare dal vescovo. Ricevuto da Ambrogio, Agostino resta impressionato da uno strano fenomeno: “quando Ambrogio leggeva il suo sguardo scorreva sule pagine mentre la mente si appropriava dei concetti. MA LO FACEVA IN SILENZIO” (Confessioni, libro VI, capitolo III, traduzione mia). In effetti ai tempi di Agostino leggere ad alta voce era una necessità. Non farlo una stranezza. E che Ambrogio fosse tra l’autistico e l’ebefrenico: il sospetto ce l’ho. Per questo lo pensavano santo.  Il latino dell’epoca non aveva separazioni tra le parole ed era già una lingua morta, la gente (anche quegli intellettuali lì) non lo parlava: per leggerlo dovevano farfugliarlo come i bambini che stanno imparando a leggere. Che Ambrogio non articolasse suono alcuno mentre leggeva era causa di stupore e meraviglia.
L’altro aneddoto te lo racconto tra domani e lunedì.

 

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Un bel sacco di anni fa, un sacco nero di quelli condominiali da 110 litri (che la mia memoria è una discarica confusa di risulta), frequentavo, nel tempo debito del gelo di gennaio, il festivalle di Angouleme. Non ci vado più (come non vado più a Lucerna e a Barcellona). Però. E comunque. Ricordo il freddo di lunghe passeggiate lungo la Charente, ricordo la cucina bretone di una simpatica famiglia di operai di una distilleria di cognac da cui ero, non so più perché, finito ospite. Ricordo soprattutto la loro scorta di XO, omaggi facili del padrone della distilleria, e ricordo soprattutto gli abbondanti bicchieri che me ne versavano alla sera. Fumavo tantissimo allora (gitanes blonde), quei bei tempi in cui si poteva anche nei locali pubblici, e passavo il tempo al Bar du Marchè nella Place Halles. Visitavo le mostre ma alla mostra mercato non ci mettevo piede, se non di sfuggita. Tanto su quello cui valeva la pena buttare un’occhiata mi teneva informato Massimo. Ricordo mica che anno fosse, possibile il 1995, ma ricordo che una sera, a cena in un qualche scalcagnato ristorante senegalese (forse o forse libanese o eritreo), nell’elenco di nomi che mi sgranava ce ne fu uno che riuscì a superare la barriera della mia ben dissimulata indifferenza.Era un giapponese. Diffidavo dei musi gialli. Probabilmente per colpa di Bernardi e dei suoi mal gestiti kappaboy. Le riviste Zero e Mangazine mi avevano trasmesso un idea dei manga terribilmente adolescenziale. Però. Sono un tipo curioso. Massimo mi diceva che quel nipponico lì aveva fatto un gran bel fumetto, e che Casterman l’aveva pubblicato benissimo. Allora mi segnavo il nome. Jiro Taniguchi. E il mattino dopo compravo L’homme qui marche. Lo divoravo, seduto a un tavolino del bar du Marchè. C’è un tizio che esce di casa e cammina. Per diversi capitoli questo qui non fa nulla, cioè vive: va al lavoro, porta a spasso il cane, va a comprare un dolce. Ma la cosa fulminante era che c’erano pochissime parole, assolutamente irrilevanti all’economia narrativa dell’opera. Oggi lo so per certo. Quel cazzo di fumetto, alla faccia delle puttanate che mi avevano propinato fin lì i Kappaboy, non lo avevo mica letto. Non avevo tradotto nessun segno in suono e poi in concetto. Me lo ero guardato.

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Con pochissime eccezioni non mi piacciono i poeti. Come non mi piacciono i preti e tutte quelle persone che del linguaggio fanno un feticcio. Inconsapevoli hegeliani di risulta che raffazzonano, in orientalismi adattati alla bisogna, teorie mortifere come quelle che la realtà sia posta dall’Idea. Poi loro l’idea la chiamano spirito e sono a posto. Ma questo è un altro discorso. Te ne parlerò, ad averne il tempo, a parte. Ora. Io credo che uno è libero persino in questo paese, che se ci ha voglia di leggere legge, se ci ha voglia di guardare guarda. Se gli scappa da pisciare piscia e se gli scappa da scrivere tiene un blog. Ora. Io sono uno di quei coloro (non son l’uno per cento ma credimi esistono) che è convinto che i fumetti si guardano e non si leggono. Perché me ne sbatte dello spirito e della semiologia. Penso che il primo non esiste e che la seconda sia roba vecchia, quasi teologica giustificatrice del potere mediatico. Il mondo lo spiegano la matematica, la biologia, la fisica e la neurologia. Forse. E comunque come diceva Meyerson, non può esserci segno senza materia. La materia di cui è fatto il fumetto, il suo funzionamento non dipende da sequenzialità o amenità simili (ce n’è di fumetti non sequenziali, non saranno l’uno per cento ma credimi esistono), dipende esclusivamente dal processo neuronale attraverso cui ne abbiamo percezione. Ora. So – sono un metalmeccanico io, mica un autore o un professore, ma se non mi credi dimmelo che ne parliamo più a lungo con esempi e bibliografia – che i processi neuronali messi in atto quando abbiamo tra le mani un fumetto sono piuttosto quelli che riguardano il cervello visivo (la parte sintetica) piuttosto che quelli che vengono messi in atto con la lettura. Anche perché la lettura è vincolata alla lingua che si usa. Lo sai no che ogni lettore adatta la propria esperienza neuronale di lettura a seconda della lingua che usa. Anche perché la lettura è legata alla percezione del suono. Con il fumetto la lingua incide in minima parte, il suono quasi per niente. Per questo è più un guardarlo che un leggerlo. Poi è ovvio, le cose si confondono e si intrecciano: la lettura di un romanzo non può prescindere dal guardare e il guardare un fumetto a volte -quasi sempre- può prescindere dal leggere. Quindi non ci cado nella sbrindellata rete retorica di quei pampsichisti pieni di accademica boria idealista, che vogliono convincerci possa darsi ricerca ontologica solo ponendo dio quale fondatore del linguaggio. E allora è meglio dedicarsi alla gnosi. Cazzo- dico io-: se ci ha ragione il vecchio Regis Debray! La teologia del nostro secolo è la semiologia. Leggiti: Vita e morte dell’immagine,il Castoro, 1999. Con gesto superficiale questi sacerdoti della gnoseologia barthesiana (ci sarebbe, ad averne la voglia, da salvare Barthes da questi barthesiani che insegnano nelle nostre università) buttano a mare metà di tutto il pensiero filosofico. Quasi non ci fosse stato mai, porcodundiocane!, un tentativo di fondare un’ontologia materialista (atea, persino). Da Diogene e Lucrezio, passando per Le Mettrie e Helvetius, Diderot e Holbach, Hobbes, Feuerbach, gli innominabili Engels e Marx, Sartre e poi Althusser e Lukacs e Foucault e Gustavo Bueno e (perché no) Carlo Tamagnone. Il problema è che per essi l’ontologia può essere solo metafisica per lo stesso motivo per cui leggono i fumetti. Vivono ancora nel XII secolo e ragionano secondo le categorie di Tommaso d’Aquino. Che glielo hanno detto i loro due maestri. Stronzate di cui la scienza genetica e la neuroscienza hanno fatto giustizia sommaria da anni. Il problema degli universali (cioè il linguaggio, quel logos cui sacrificano tutti i fottuti giorni) non sussiste. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: Boezio, Abelardo, Tommaso, Guglielmo poi, con il suo rasoio, sparavano cazzate come qualsiasi scrittorucolo di fantascienza negli anni cinquanta. Con l’aggravante di non farlo per divertirci ma di fondare potere. Purtroppo, c’è ancora chi ci crede che la materia, cioè quello che accade: il durante per dirla alla scolastica (la forma in re), sia preceduto da un’ idea ( la forma ante rem) e seguita da un dopo: il nome con cui quell’idea fatta materia viene chiamata (post rem). Ma buttala a cesso, come ci ha insegnato un, quello sì, grande maestro (di quelli che non distribuisce voti ma suggerisce idee da usargli anche contro: era e fu sempre Illich, tutto sommato, un prete), una volta per sempre questa divinità che chiami linguaggio!! Lo vedi da te. Che non si schiodano dalla loro ridicola trinità. Il fatto è però che noi viviamo nel XXI secolo. Il concetto di ontologia si è evoluto, non è più il tentativo di conoscere l’Essere in quanto tale e delle sue categorie, cosa di cui a noi non ce ne fotte niente, ma c’era gente in gamba anche più di duemila anni fa che non gliene importava e non ci credeva che l’ontologia dovesse sempre riferirsi al linguaggio e a al suo cazzo di dio. I nomi te li ho già fatti e sono cinque anni che te li faccio. L’ontologia è bensì il tentativo di descrizione formale ed esplicita di un dominio di interesse. Sì, una specie di riduzionismo. Per descrivere il fumetto (determinato sottoinsieme della capacità narrativa umana) è necessaria la rappresentazione della conoscenza che ne abbiamo, attraverso la costruzione (falsificabile, assolutamente) di modelli simbolici e meccanizzabili.

Il resto sono cose abbastanza inutili.

06b893aaa06a3115036e73d7cb9e7e4b625f59ad_600x450La moglie malata, Boris accompagna il figlio piccolo a scuola. Non è lontana; vanno a piedi

-Dì papà…

-Si?

-Sai, ho deciso cosa fare da grande…

-Uuh dimmi, cosa?

-Il ladro di auto veloci.

– Cavolo! (Boris sobbalza) … vabbè, sempre meglio che il critico di fumetti, però non è una cosa bella da fare, pensa se ci rubassero la nostra; se dopo quando andiamo a prenderla non la troviamo più, come ci restiamo…

-Hai ragione. Allora cambio idea

-Bene. E cosa farai?

-Il supereroe

-Ecco questo è meglio, però ci vuole tanta forza per fare il supereroe, devi mangiare tanta pastasciutta, mica come fai di solito che non vuoi mai mangiare

-Senti… lasciami crescere

Boris ha smesso di fumare da qualche anno, ma adesso ricomincerebbe volentieri.

-Certo, per carità, mettici tutto il tempo che ti serve e anche di più…

Non riuscirei più a identificartela con l’anno preciso sul calendario, ma quell’estate là, me lo ricordo bene, era stata splendida. Zaino in spalla, scarponi buoni ai piedi e reflex a tracolla (la mia fedelissima Yashica fx 2000 – e dovrei ora tesserti l’elogio del meccanico, ma non lo farò), con la mia compagna di allora ci si era girati, da Bilbao ad Alicante passando per la Coruna e Siviglia, a piedi e in autostop tutta la Spagna.

Ricordo questa lentissima sera a Cordoba, in una posada lastricata di maioliche con una splendida terrazza sul Guadalquivir. Avevo bevuto tutto il giorno Tinto de Verano (vino rosso e gazzosa) per combattere il caldo e ora mi godevo il fresco, sparapanzato in una poltrona di vimini fumando ducados e leggendo un qualche romanzetto del cazzo. Aspettavo la cena.

Ci fu servita della lonza di maiale in salsa di pistacchi che ancora mi commuovo a pensarci. Sono, credo, almeno diciotto anni che ci provo a rifarla.

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Mi dicono, in casa, che sono ancora lontano da un risultato ottimale. Non lo so. Dimmelo tu. Io faccio così:

compro fettine di lonza di maiale. Quante me ne servono per sfamare quattro persone.  E circa un tre etti di pistacchi di Bronte. In una casseruola faccio stufare con una noce di burro uno scalogno piccolo piccolo e affettato sottilissimo, finché non si spampana completamente. Intanto sguscio i pistacchi e li passo nel mixer fino a polverizzarli. Butto un cucchiaio di farina nella casseruola dove sto stufando burro e scalogno: appena si addensa tipo besciamella aggiungo un filo di latte e la polvere di pistacchi. Mescolo ad amalgamare tutto per bene e, a occhio, aggiungo acqua calda per tenerla bella liquida. Lascio andare a fuoco dolcissimo per qualche minuto. In una padella bella larga rosolo le fettine di lonza con burro e olio (prima che ti scandalizzi, sappilo: me ne sbatto delle regole e dei diversi punti di fumo). Quando sono belle rosolate sfumo con il Johnnie Walker (quello con l’etichetta rossa, non  esageriamo con raffinatezze). Sale e pepe. Poi le lascio andare a fuoco lento per dieci minuti, stando attento che non asciughino troppo. Nel caso aggiungo acqua.

A questo punto unisco la salsa di pistacchi. Alzo un attimo la fiamma e poi servo.

Il contorno lo cambio ogni volta, ma trovo che delle patate saltate abbondantemente spolverizzate di pepe nero sia quello più adatto.

Da berci sopra ti consiglio un Lamezia bianco del 2012, cantine Statti.

Poi mi fai sapere, per favore.

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