Little Orphan Heinlein

A me la critica e le critiche piacciono. Aiutano a crescere.”

Roberto Recchioni

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-Dì papà; sai l’autore di questo fumetto qui? mi sa che ha giocato qualche partita a Halo…

-See, qualche partita… credo qualcuna più di qualcuna.

-Perché sai, è una serie di inquadrature di Halo, che se vuoi mettiamo su il gioco e te le faccio vedere una per una…

-Adesso no, magari se l’hanno prossimo ci invitano a Lucca a tenere una conferenza sul fumetto crossover, allora si me le fai vedere.

-Perché davvero a me sembrano… sono montate su una storia di quello scrittore là, quello che mi hai detto era un fascista che scrive fantascienza, che però ti piace … come si chiama…quello della fanteria nello spazio e degli orfani del cielo… e dei lunatici che fanno la rivoluzione, questo è veramente un bel romanzo.

-Heinlein…

-Sì lui.

-Vabbè, ma a parte queste note strutturali, ti è piaciuto?

-Si legge veloce… fila via bene… si, devo dire di si

-Lo leggerai ancora?

-Se me lo dai, si.

-Perché? Non te lo compreresti tu?

-E dove?

-In edicola.

-…e che posto è?

Infatti. Il problema di Orfani non sono:

la tavola iniziale con quella seconda vignetta, il padre che porge il Teddy Bear alla bimba, un’obrobbio visivo che grida vendetta; i resti delle città distrutte che sembrano GroundZero e che niente hanno di europeo; l’inesistenza di incomprensione linguistica pur venendo tutti i bambini da paesi diversi d’Europa; inquadrature mutuate dai videogiochi ma che non funzionano perfettamente in una tavola a fumetti, altre inquadrature che sembrano venire da fumetti bonelli del secolo scorso; le psicologie dei personaggi abbozzate e tirate via: che uno dice è solo l’inizio dagli tempo di sviluppare la saga… si certo hai ragione, ma dammi almeno un elemento, un indizio per incuriosirmi alla vicenda personale di ciascuno; i dialoghi inadeguati di tutta la prima parte, quella dei bambini messi alla prova di sopravvivenza nell’ambiente (che dico: citare per citare, tirati giù i dialoghi del Signore delle mosche e adattali alla bisogna); la seconda parte, quella della battaglia, tirata troppo per le lunghe che i fumetti non sono videogiochi, dopo un po’ il lettore si rompe il cazzo della coazione a ripetere ogni due tavole. Per queste cose bastava un redattore capace,  ma visto che non c’è stato sono poi comunque cose che, ascoltando quelle critiche che aiutano a crescere, si possono aggiustare strada facendo (magari non avendo i tempi produttivi della Bonelli che quando arrivi al pubblico per i prossimi due anni è tutto già fatto… in un mondo in cui due anni sono un tempo infinito di rivoluzioni e involuzioni, vabbè, lasciamo perdere). Niente di preoccupante quindi per un fumetto che nonostante tutto si legge velocemente e che ha, almeno nelle intenzioni del suo autore, due peculiarità a mio avviso azzeccatissime.

Nella realizzazione della quali però si verificano i due veri problemi di Orfani.

E cioè.

In quella specie di autobiografia intitolata Asso e pubblicata l’anno scorso per Nicola Pesce Editore, Roberto Recchioni aveva incluso tra le letture che, in qualche modo, gli hanno salvato la vita, quella di Nietzsche.  Credo che proprio dal pensiero nietscheano gli sia venuta l’intuizione più felice di Orfani. L’esigenza di pensare e costruire anche in Italia un fumetto seriale non più strutturato sul personaggio unico bonelliano, quanto piuttosto su un’entità molteplice in perpetua metamorfosi – una specie di Compagnia dei Celestini, il cartone non il libro. Quelle su cui funzionano i migliori fumetti seriali inseriti nella contemporaneità e destinati alle giovani generazioni di lettori.

Il problema è che nel tentativo di decostruire la centralità del soggetto unico bonelliano Recchioni commette un errore: moltiplica i personaggi ma gli da una voce unica.  Indefinibile, è vero. Non saprei dirti a chi appartiene quel’unica voce narrante, al contempo diegetica e dialogica. Forse a Boyscout, forse a Recchioni. Ma è una voce che fa strage di quelle che Deleuze proprio chiosando il pensiero nietzscheano aveva definito individuazioni impersonali e che a saperle gestire avrebbero fatto la forza di questo fumetto. E’ una voce che fa strage delle istanze fondamentali su cui Recchioni ha costruito questo fumetto. E non credo per incapacità dell’autore, quanto piuttosto per sua, forse anche inconscia, adesione all’ideologia narratologica dell’editore con cui ha voluto realizzare questa serie: quella in fondo del Tex di Gian Luigi Bonelli. Alla faccia della contemporaneità.

Ecco, questo è l’altro errore che vizia tutta l’operazione di Orfani.

Serie che, seconda peculiarità, ha – credo propiro per volontà di Recchioni- il suo punto di forza nell’essere stata pensata per un pubblico giovane, adolescente. Quello che oggi si spaccia di ottima narrativa e che la trova nei manga, nei videogiochi , nelle serie televisive. Infatti si legge veloce, senza particolari intoppi, senza inutili spiegoni. Con ritmi serrati anche se un po’ ingenui. Questa è una cosa che, bisogna riconoscerglielo, Recchioni sa fare. Solo che per farlo ha scelto un canale distributivo vecchio e moribondo. Quello delle edicole, dove vanno solo gli ultrasettantenni a comprare Tex e Guida Tv. Il pubblico cui puntava l’autore di Orfani lì non ci mette piede.

Insomma. Lo sbaglio più grosso di questo fumetto e del suo autore,  quello che non lo fa funzionare, sul piano ideologico, sul piano formale e sul piano – quello che più dovrebbe essere caro a chi pubblica fumetti– della pervasività (non entrerà nell’immaginario dei quattordicenni non perché non ne avrebbe le potenzialità, ma perché non li raggiungerà) è la scelta dell’editore.

8 commenti
  1. Laura Scarpa ha detto:

    Nessun commento a questo post? eppure ci sarebbero tante cose da dire, sul fumetto oggi (ieri e domani)

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  2. Anonimo ha detto:

    beh pochi, però forse anche il formato del commento nei blog scoraggia un po’ (Almeno nella mia esperienza personale).

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  3. Anonimo ha detto:

    però sul canale distributivo, con l’albetto in regalo nei negozi di videogiochi e con la riproposta veloce di BAO in libreria , qualcosa si è fatto per uscire dall’edicola. Il resto delle critiche invece mi sembrano motivate, specie quello sulla ‘voce unica’

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    • il.giack ha detto:

      sono giovanni giacchello, il.giack

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  4. i libri bonelli rifatti da Bao con quel che costano non raggiungono certo gli adolescenti, provare a vendere fumetti nei negozi di videogiochi? boh. magari avrebbe funzionato ma andava gestita in modo meno raffazzonato e irrilevante: potenza di fuoco, credo, ne avevano.

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  5. Walter ha detto:

    A me Orfani è piaciuto, non ho giocato ad Halo quindi delle sue inquadrature niente posso dire, certamente ci sono Heinlein, i videogiochi, il mondo in cui siamo cresciuti…

    P.S.

    Orribile Typo…
    ___________
    -Adesso no, magari se l’hanno prossimo ci invitano a Lucca a tenere una conferenza sul fumetto crossover, allora si me le fai vedere. ^^^^^^^^^
    ___________

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  6. Fabrizio ha detto:

    “Ho aperto l’albo e mi sono imbattuto nella storia più gustosa che mai mente umana abbia potuto concepire.”
    [U. Eco, ‘La Misteriosa Fiamma della Regina Loana’.]
    Che fumetto, ‘Orfani’; parte subito niente male: ‘Ma quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla.’ e ‘La verità è che nessuno sa cosa accadrà domani. Di sicuro, però, il giorno dopo la fine del mondo inizierà con un battito di ciglia.’ E siamo solo a pagina due. Concordo però con alcune critiche di Boris: questo strano generalissimo giapponese che prima, pur di far crescere i bimbi, afferma di essere disposto anche a sacrificarli (Gambino, il ‘padre’ di Gatsu, in confronto è una mammola) eppoi, quando si accinge a concretizzare la cosa, sussurra: ‘…che Dio ci perdoni per quello che stiamo facendo!’ Ma probabilmente le prime roboanti affermazioni sono dettate dal fatto di parlare ad una platea, poi, nell’intimo della camera da letto, esce fuori la sua vera natura umana, tenera e romantica e… E insomma, si va per stereotipi. La Baba Yaga di turno a un certo punto (pag. 13) ci dice che i perfidi alieni hanno commesso un grave errore lasciando vivi i bimbi, però non aggiunge che adesso ci penserà lei a concludere il lavoro iniziato da quelli. A questo però sembra riflettere la ragazzina nella terza vignetta di pagina 28: ‘Beata vergine, siamo caduti dalla padella alla brace. Ci toccherà chiedere asilo politico ai mostri?’ Uno sprazzo di verità (che il lettore deve intuire) in mezzo a un mare di retorica. Comunque, è vero: non si può essere troppo criticoni con un ‘numero uno’. Speriamo affinché in questo fumetto gli autori riescano a elaborare un nuovo discorso sul supereroismo; sempre che sia possibile, altrimenti sarà come dice Millar in ‘Wanted’: “Anche questo fumetto non è che una vacanza da un quarto d’ora nella vostra vita di servi. […] Sapete cosa mi fa ridere ora che sto dall’altra parte? Che chiuderete questo albo e vi comprerete qualcos’altro per riempire il vuoto che abbiamo creato nelle vostre vite.” [A. Di Nocera, ‘Supereroi e Superpoteri’.]

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