unfumetto

Quando faceva il critico per i Cahiers du Cinema Francois Truffaut pensava “che un film per essere riuscito dovesse esprimere simultaneamente un’idea del mondo e un’idea del cinema” (se non l’hai mai fatto, dammi retta: recuperati –che Marsilio ogni tanto lo ristampa- il suo libro I film della mia vita, e leggilo con avidità).

Quando faccio il critico per questo Bistrot Babeuf, sono convinto che un fumetto per essere riuscito debba esprimere simultaneamente un’idea della vita e un’idea del fumetto.  Unastoria di Gipi risponde molto bene a questa definizione.

unastoria101Raramente ho letto un’opera in cui struttura e storia fossero così totalmente unite da essere impensabili l’una senza l’altra. Non c’è possibilità di raccontarti la trama di questo libro perché ciò che in esso è raccontata è proprio la struttura del libro, attraverso se stessa. Ciò che Gipi racconta attraverso la vita dei due Landi è la natura del fumetto, quella di essere contemporaneamente significante e significato, storia e realtà, vita e sua narrazione.

Appunto, dirai tu, ma l’albero e il distributore di benzina che cosa c’entrano?

Cerco di spiegartelo.

Unastoria è diviso in cinque capitoli. E non è un caso. Perché cinque erano gli atti della tragedia shakespeariana.

La vita è una tragedia. Cui solo la narrazione può dare sollievo. L’antidepressivo per eccellenza. La narrazione, cioè quell’ALTRO che ci DISTRAE mentre scivoliamo secondo dopo secondo, per anni e poi decenni verso il niente. (come si intitola il 4 capitolo?) Quel niente che, lo intuissimo di colpo nel fulgore dei nostri diciottanni ci spingerebbe, come una sventagliata di mitragliatrice (una maschinengewehr), nel cratere della follia.

Il problema, dal quale non si esce (come è splendidamente circolare, quasi un anello, quest’ultima fatica di Gipi), è che la storia che ci raccontiamo è una tragedia (è quasi con crudeltà compiaciuta che Gipi usa la prima guerra mondiale quale metafora della vita e del racconto della vita) disumana. Ma che pur di continuare a viverla quella tragedia (di cui vantiamo la paternità – è Silvano che ce la racconta visualizzando per noi le memorie del nonno – e di cui siamo, al contempo,  i figli – Silvano è il pronipote di Mauro, il protagonista della storia) siamo disposti al gesto estremo: uccidere

Se noi siamo, non tanto le nostre storie, quanto il nostro narrarle; un fumetto non è che la propria struttura. Te lo dico più semplice: un fumetto è il come è fatto, non il cosa ci è raccontato dentro.

Perché vedi. Chi è quello che, alla fine del libro (il capitolo senza titolo) torna da chi l’ha lasciato o che ha lasciato: Silvano o Mauro, che hanno fatto di tutto, pure perdonarsi, per vivere, non ha nessuna importanza. Quello che ha importanza è che quel personaggio che, sia la moglie o la figlia, fino alla fine ha rifiutato la storia raccontata dai Landi, proprio alla fine (in una sequenza di quattro tavole di, credimi, lancinante bellezza) l’accetterà come ineluttabile.

Se a questo punto mi chiedi ancora: ma l’albero e il distributore di benzina che cosa c’entrano?

Giuro, non so come altrimenti spiegartelo e comincio a credere che tu non abbia capito un cazzo.

4 commenti
  1. alessandro ha detto:

    non ho capito un cazzo! ma, giuro, vorrei capirlo!!!! Questa non è una polemica, ma una richiesta d’aiuto!! scrivine ancora…
    Alessandro

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    • all’uomo della Chevron
      che non aveva capito
      ripetei sillabbando:
      “ho paura del lupo,
      ho paura, paura:
      paura del lupo”.

      E lui con la pompa in mano
      e con il tappo nel guanto
      come stesse nel mondo
      a dar benzina soltanto
      mi guardava stupito
      chiedendomi “Quanto?”

      Mi piace

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