monologo uno di tre

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Con pochissime eccezioni non mi piacciono i poeti. Come non mi piacciono i preti e tutte quelle persone che del linguaggio fanno un feticcio. Inconsapevoli hegeliani di risulta che raffazzonano, in orientalismi adattati alla bisogna, teorie mortifere come quelle che la realtà sia posta dall’Idea. Poi loro l’idea la chiamano spirito e sono a posto. Ma questo è un altro discorso. Te ne parlerò, ad averne il tempo, a parte. Ora. Io credo che uno è libero persino in questo paese, che se ci ha voglia di leggere legge, se ci ha voglia di guardare guarda. Se gli scappa da pisciare piscia e se gli scappa da scrivere tiene un blog. Ora. Io sono uno di quei coloro (non son l’uno per cento ma credimi esistono) che è convinto che i fumetti si guardano e non si leggono. Perché me ne sbatte dello spirito e della semiologia. Penso che il primo non esiste e che la seconda sia roba vecchia, quasi teologica giustificatrice del potere mediatico. Il mondo lo spiegano la matematica, la biologia, la fisica e la neurologia. Forse. E comunque come diceva Meyerson, non può esserci segno senza materia. La materia di cui è fatto il fumetto, il suo funzionamento non dipende da sequenzialità o amenità simili (ce n’è di fumetti non sequenziali, non saranno l’uno per cento ma credimi esistono), dipende esclusivamente dal processo neuronale attraverso cui ne abbiamo percezione. Ora. So – sono un metalmeccanico io, mica un autore o un professore, ma se non mi credi dimmelo che ne parliamo più a lungo con esempi e bibliografia – che i processi neuronali messi in atto quando abbiamo tra le mani un fumetto sono piuttosto quelli che riguardano il cervello visivo (la parte sintetica) piuttosto che quelli che vengono messi in atto con la lettura. Anche perché la lettura è vincolata alla lingua che si usa. Lo sai no che ogni lettore adatta la propria esperienza neuronale di lettura a seconda della lingua che usa. Anche perché la lettura è legata alla percezione del suono. Con il fumetto la lingua incide in minima parte, il suono quasi per niente. Per questo è più un guardarlo che un leggerlo. Poi è ovvio, le cose si confondono e si intrecciano: la lettura di un romanzo non può prescindere dal guardare e il guardare un fumetto a volte -quasi sempre- può prescindere dal leggere. Quindi non ci cado nella sbrindellata rete retorica di quei pampsichisti pieni di accademica boria idealista, che vogliono convincerci possa darsi ricerca ontologica solo ponendo dio quale fondatore del linguaggio. E allora è meglio dedicarsi alla gnosi. Cazzo- dico io-: se ci ha ragione il vecchio Regis Debray! La teologia del nostro secolo è la semiologia. Leggiti: Vita e morte dell’immagine,il Castoro, 1999. Con gesto superficiale questi sacerdoti della gnoseologia barthesiana (ci sarebbe, ad averne la voglia, da salvare Barthes da questi barthesiani che insegnano nelle nostre università) buttano a mare metà di tutto il pensiero filosofico. Quasi non ci fosse stato mai, porcodundiocane!, un tentativo di fondare un’ontologia materialista (atea, persino). Da Diogene e Lucrezio, passando per Le Mettrie e Helvetius, Diderot e Holbach, Hobbes, Feuerbach, gli innominabili Engels e Marx, Sartre e poi Althusser e Lukacs e Foucault e Gustavo Bueno e (perché no) Carlo Tamagnone. Il problema è che per essi l’ontologia può essere solo metafisica per lo stesso motivo per cui leggono i fumetti. Vivono ancora nel XII secolo e ragionano secondo le categorie di Tommaso d’Aquino. Che glielo hanno detto i loro due maestri. Stronzate di cui la scienza genetica e la neuroscienza hanno fatto giustizia sommaria da anni. Il problema degli universali (cioè il linguaggio, quel logos cui sacrificano tutti i fottuti giorni) non sussiste. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: Boezio, Abelardo, Tommaso, Guglielmo poi, con il suo rasoio, sparavano cazzate come qualsiasi scrittorucolo di fantascienza negli anni cinquanta. Con l’aggravante di non farlo per divertirci ma di fondare potere. Purtroppo, c’è ancora chi ci crede che la materia, cioè quello che accade: il durante per dirla alla scolastica (la forma in re), sia preceduto da un’ idea ( la forma ante rem) e seguita da un dopo: il nome con cui quell’idea fatta materia viene chiamata (post rem). Ma buttala a cesso, come ci ha insegnato un, quello sì, grande maestro (di quelli che non distribuisce voti ma suggerisce idee da usargli anche contro: era e fu sempre Illich, tutto sommato, un prete), una volta per sempre questa divinità che chiami linguaggio!! Lo vedi da te. Che non si schiodano dalla loro ridicola trinità. Il fatto è però che noi viviamo nel XXI secolo. Il concetto di ontologia si è evoluto, non è più il tentativo di conoscere l’Essere in quanto tale e delle sue categorie, cosa di cui a noi non ce ne fotte niente, ma c’era gente in gamba anche più di duemila anni fa che non gliene importava e non ci credeva che l’ontologia dovesse sempre riferirsi al linguaggio e a al suo cazzo di dio. I nomi te li ho già fatti e sono cinque anni che te li faccio. L’ontologia è bensì il tentativo di descrizione formale ed esplicita di un dominio di interesse. Sì, una specie di riduzionismo. Per descrivere il fumetto (determinato sottoinsieme della capacità narrativa umana) è necessaria la rappresentazione della conoscenza che ne abbiamo, attraverso la costruzione (falsificabile, assolutamente) di modelli simbolici e meccanizzabili.

Il resto sono cose abbastanza inutili.

3 commenti
  1. Dai Boris, meglio che ci parli di fumetti, che almeno lì, tra qualche cazzatiella, dici pure delle cose interessanti!
    Per la filosofia, sembra che tu sappia usare solo il macete

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  2. In realtà volevo usare l’AK47 ma poi ho pensato che avrei fatto troppo rumore e disturbavo i vicini. Meglio un massacro silenzioso.

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  3. Mi interessa il discorso sulla poesia, lo attendo con pazienza; non l’ho mai apprezzata neanche io (con delle eccezioni, come te), e per questo mi sono sempre sentita un po’ in colpa.

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