monologo due di tre

 

544112_346343888799481_1415422931_n

Un bel sacco di anni fa, un sacco nero di quelli condominiali da 110 litri (che la mia memoria è una discarica confusa di risulta), frequentavo, nel tempo debito del gelo di gennaio, il festivalle di Angouleme. Non ci vado più (come non vado più a Lucerna e a Barcellona). Però. E comunque. Ricordo il freddo di lunghe passeggiate lungo la Charente, ricordo la cucina bretone di una simpatica famiglia di operai di una distilleria di cognac da cui ero, non so più perché, finito ospite. Ricordo soprattutto la loro scorta di XO, omaggi facili del padrone della distilleria, e ricordo soprattutto gli abbondanti bicchieri che me ne versavano alla sera. Fumavo tantissimo allora (gitanes blonde), quei bei tempi in cui si poteva anche nei locali pubblici, e passavo il tempo al Bar du Marchè nella Place Halles. Visitavo le mostre ma alla mostra mercato non ci mettevo piede, se non di sfuggita. Tanto su quello cui valeva la pena buttare un’occhiata mi teneva informato Massimo. Ricordo mica che anno fosse, possibile il 1995, ma ricordo che una sera, a cena in un qualche scalcagnato ristorante senegalese (forse o forse libanese o eritreo), nell’elenco di nomi che mi sgranava ce ne fu uno che riuscì a superare la barriera della mia ben dissimulata indifferenza.Era un giapponese. Diffidavo dei musi gialli. Probabilmente per colpa di Bernardi e dei suoi mal gestiti kappaboy. Le riviste Zero e Mangazine mi avevano trasmesso un idea dei manga terribilmente adolescenziale. Però. Sono un tipo curioso. Massimo mi diceva che quel nipponico lì aveva fatto un gran bel fumetto, e che Casterman l’aveva pubblicato benissimo. Allora mi segnavo il nome. Jiro Taniguchi. E il mattino dopo compravo L’homme qui marche. Lo divoravo, seduto a un tavolino del bar du Marchè. C’è un tizio che esce di casa e cammina. Per diversi capitoli questo qui non fa nulla, cioè vive: va al lavoro, porta a spasso il cane, va a comprare un dolce. Ma la cosa fulminante era che c’erano pochissime parole, assolutamente irrilevanti all’economia narrativa dell’opera. Oggi lo so per certo. Quel cazzo di fumetto, alla faccia delle puttanate che mi avevano propinato fin lì i Kappaboy, non lo avevo mica letto. Non avevo tradotto nessun segno in suono e poi in concetto. Me lo ero guardato.

12 commenti
  1. Ora capisco. Con una definizione così ristretta di leggere, non puoi pensare di fare altro.
    Di conseguenza, quando ti siedi al pianoforte per suonare, lo spartito lo guardi, mica lo leggi, tu. No?

    Mi piace

    • Anonimo ha detto:

      Non vedo la pertinenza. Uno spartito e’ pura scrittura. la trascrizione grafica di una serie di suoni. Per guardarlo e basta non dovrei conoscere la musica. Un fumetto può guardarlo anche un analfabeta. Servivano a quello nei quotidiani, mi sembra.

      Mi piace

      • A seguire la definizione di Boris (“Non avevo tradotto nessun segno in suono e poi in concetto”) nel seguire lo spartito non si produce nessun concetto, quindi non è leggere, quindi è guardare. Proprio come Taniguchi.

        Mi piace

      • Che poi un analfabeta possa davvero godere di un fumetto di Taniguchi, è tutta da dimostrare (e la vedo dura).
        I fumetti non sono mai stati per analfabeti. Più per alfabetizzati in altre lingue, semmai, come succedeva in principio, forse.

        Mi piace

  2. Fabrizio ha detto:

    Secondo te Boris, dalla ‘lettura’ dell'”Uomo che Cammina” non possono evincersi concetti? E’ un puro elenco visivo di luoghi (ed eventi spiccioli) intorno ad un casuale ‘homme qui marche’?

    Sig. Barbieri, mi permetta di esprimerle il mio personale rincrescimento nel non averla trovata al convegno tenuto a Roma lo scorso Settembre organizzato dalla Sig.ra Scarpa. Ho avuto l’onore di poter ascoltare e scambiare qualche chiacchiera con Boris, Luca Raffaelli e altri (tutte persone squisite), ma quei tre giorni non sono stati perfetti solo a causa della sua mancata partecipazione. Sperando in una futura occasione, un saluto.
    P.S.: adoro quando le persone hanno tesi diverse (se non opposte) su medesimi oggetti, quindi mi piacciono un mondo le dispute tra lei e Boris.

    Mi piace

    • Grazie Fabrizio (ma se dai del tu a Boris, perché riservi a me il lei?). Mi è dispiaciuto molto non poter essere a Roma, non ultimo perché ho perso l’occasione per litigare un po’ faccia a faccia con Boris, magari bevendo un bicchiere di vino, Che un po’ non se e può più di farlo solo per iscritto!
      Conto comunque che ci saranno future occasioni. Per ora andiamo avanti così.

      Mi piace

  3. Anonimo ha detto:

    i Volatili spesso volano e la costituzione della repubblica romana vale quanto il reddito di cittadinanza.Cazzabubbole, vero Daniele ?

    Mi piace

    • Non capisco fino in fondo il senso di questo commento. Ma se il problema è quello del distinguere, le distinzioni contano, eccome! Io credo che non ci capiamo proprio sul senso di una distinzione, quella tra leggere e guardare. Io, che sono logorroico, ci ho scritto sopra un libro di duecento pagine, e continuo a scriverci su in un blog (ora un po’ fermo per malattia, ma riprenderà). Non credo che si possa ridurre il leggere a una definizione come quella di Boris; ci sta dietro una filosofia del mondo e una del linguaggio (insomma proprio un’ontologia) che non posso condividere. Io la ritengo un idealismo camuffato da materialismo, e la chiesa lo sa così bene che ci ha costruito sopra la propria convivenza con la scienza, spartendo felicemente con quella il dominio in un mondo così ben organizzato in mente (o anima) e corpo, spirituale (o linguistico) e materiale. Cartesio ovviamente non poteva saperlo, ma la sua organizzazione dell’essere in res cogitans e res extensa ha permesso a dei teologi un po’ più furbi dei detrattori di Galileo di costruire alla religione una nuova casa filosofica, compatibile con quella ben presto trionfante dello scientismo…

      Mi piace

  4. Fabrizio ha detto:

    Gentile Barbieri, se non le ho dato dall’inizio del ‘tu’, è stato solo per educazione; se me lo consente, felicissimo di farlo. Vorrei coinvolgerti ancora su Taniguchi ma prima di tutto confessare d’essere un ignorante e approfittare di persone colte come voi per capirci qualcosa un po’ di più. Dunque, secondo te il testo dell'”homme” è come uno spartito che genera musica? Quindi… “Longino sa… che il flauto genera passioni negli ascoltatori, e li riduce fuor di senno come tanti coribanti… sa che i suoni della cetra che di per se stessi sono privi di significato, generano effetti di incantamento.” [U. Eco, ‘Sulla Letteratura’, cap.11] Ma questi ‘effetti di incantamento’ sono anche effetti di senso? Insomma, sono un linguaggio, dotato di una sua grammatica e di significato (o significati)? Ha ragione Raffaelli a definire quella camminata come mentale e filosofica? ‘E infatti noi lettori non siamo resi partecipi solo di ciò che lui vede. Come il cap.11 spiega… noi vediamo in parte ciò che lui vede, e in parte vediamo lui che vede.’ E sul linguaggio, sei d’accordo con Ermanno Bencivenga?: “[Saussure ha trasformato il linguaggio in qualcosa che compete solo gli enti dotati di funzioni psichiche (non in quanto abbiano un corpo)]. La drastica scissione che cartesianamente attraversa ciascuno di noi viene così esaltata a livello cosmico: tutto l’essere, non solo il mio, è radicalmente diviso fra uno spirito che parla perché è consapevole di quel che dice e una natura che è irreparabilmente muta – anche se emette suoni, e quale che sia la ricchezza e complessità di tali suoni, non vuol dire nulla. Se in principio era il Verbo, non si trattava del Verbo in quanto lo sentono le mie orecchie, ma in quanto lo capisce la mia mente. Io scelgo la direzione inversa: è la mente a reggersi sul linguaggio e non c’è differenza sostanziale, sebbene ci siano certo molte differenze specifiche, tra il linguaggio d’un essere umano e quello d’una scimmia o del vento.” [‘Filosofia in Gioco’, cap. 11]

    Mi piace

    • Caro Fabrizio, mooolto brevemente, perché questo è il blog di Boris, e non mi sembra bello farci le nostre private discussioni. Tra lo spartito e Taniguchi non c’è nessuna relazione (almeno non per quanto riguarda il mio discorso in questi commenti); l’esempio dello spartito è uscito solo perché cercavo un caso in cui la definizione di “leggere” data da Boris apparisse chiaramente implausibile.
      E, sì gli effetti di incantamento sono anche effetti di senso, a differenza di quello che tendiamo a far dire a Saussure (che magari davvero lo diceva, ma non ne sono del tutto sicuro). Molto meglio la semiotica vista sulla linea Peirce-Bateson-Prodi(Giorgio), che non ha nessun bisogno di postulare una mente (o spirito) perché la materia è in sé leggibile come scambi di senso (e la lettura deterministico-fisicalista non è che una tra le possibili e legittime, certo non l’unica).
      Basta così.
      Boris, scusa l’ingombro.
      db

      Mi piace

  5. Comodi, comodi. Fate come se foste a casa vostra. Il frigo bar sapete dov’è. Scusate la mia assenza semmai. Ma sto a risolvere casini. Appena riesco ne parliamo distesamente.
    Salud y libertad

    Mi piace

  6. Fabrizio ha detto:

    Grazie per la risposta, Daniele.
    Boris, (in attesa d’una tua epifania) accetta le scuse anche da parte mia; mi ero fatto prendere da questa bella atmosfera conviviale, come in quel quadro di Beraud che s’intitola (ma guarda) ‘Al Bistrot’.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: