forse che non mi sono capito (cit.)

fyf_warpaint-0855

Mi era partito un monologo in cui cercavo di riepilogare (a me stesso più che a terzi) i vari perché il fumetto si guarderebbe anziché leggerlo e soprattutto perché il fumetto non sarebbe una cosa che prima si scrive e dopo si disegna ma piuttosto una cosa che si fa a fumetti. Però mi accorgo, giunto alla parte conclusiva, che questo luogo in cui recito la mia parte svogliata da intellettuale radicale è un luogo pubblico. Cazzo. E ci passa gente, poca, che lo legge e che quando mi risponde io capisco che non mi sono mica riuscito a spiegare perché è proprio vero che capisci quello che hai detto quando gli altri ti rispondono.
Tocca quindi vedere di chiarirsi. Per farlo comincio con il raccontarti due aneddoti.

Il primo è questo.
Secondo quanto racconta nelle Confessioni, Agostino avrebbe lasciato Cartagine nel 383 dc diretto a Roma alla ricerca di una non meglio identificata verità. La verità è che nella scuola dove insegnava a Cartagine gli studenti non pagavano puntuali e non gli portavano particolare rispetto. Pensava di trovare a Roma una sistemazione migliore presso la scuola di eloquenza. Ma gli studenti romani, scoprirà, erano peggiori di quelli africani: non pagavano proprio e se ne infischiavano delle sue lezioni. Agostino è finanziariamente disperato: i soldi che mamma gli manda da casa non bastano nemmeno alla sopravvivenza. Sono mesi di miseria e rabbia e porchidei, che è ancora un manicheo pagano, quando improvvisamente, nell’autunno del 384 dc gli dice culo: Simmaco, prefetto di Roma, per toglierselo di torno, che tutti i giorni andava da lui a lamentarsi, lo spedisce a Milano a ricoprire la cattedra d’eloquenza diventata vacante. Agostino esulta. Cavolo! Chi ricopre la cattedra di eloquenza a Milano diventa in automatico l’oratore ufficiale della corte imperiale (che allora risiedeva proprio a Milano) e lo stipendio da funzionario statale è assicurato.
Appena arriva a Milano inizia il giro delle pubbliche relazioni e va a far visita a tutte le autorità cittadine. Gli capita pure di passare dal vescovo. Ricevuto da Ambrogio, Agostino resta impressionato da uno strano fenomeno: “quando Ambrogio leggeva il suo sguardo scorreva sule pagine mentre la mente si appropriava dei concetti. MA LO FACEVA IN SILENZIO” (Confessioni, libro VI, capitolo III, traduzione mia). In effetti ai tempi di Agostino leggere ad alta voce era una necessità. Non farlo una stranezza. E che Ambrogio fosse tra l’autistico e l’ebefrenico: il sospetto ce l’ho. Per questo lo pensavano santo.  Il latino dell’epoca non aveva separazioni tra le parole ed era già una lingua morta, la gente (anche quegli intellettuali lì) non lo parlava: per leggerlo dovevano farfugliarlo come i bambini che stanno imparando a leggere. Che Ambrogio non articolasse suono alcuno mentre leggeva era causa di stupore e meraviglia.
L’altro aneddoto te lo racconto tra domani e lunedì.

4 commenti
  1. Se posso spezzare una lancia per il caro Boris, che seguo fedelmente su ogni media in cui si avventuri, sono più che d’accordo con la sua personale, ma temo universale, idea di fruizione del fumetto. Il fumetto, in quanto narrazione per immagini, come il cinema, ma non come il cinema, non si legge, ma si guarda. Poiché il linguaggio delle immagini è diverso dal linguaggio delle parole. Si può pensare: eppure, alla fine, tutti i linguaggi si somigliano e la nostra fruizione di essi si equivalgono. Ma esiste un fondo percepibile e allo stesso tempo indescrivibile e inestinguibile nelle immagini e nelle parole fondamentalmente diverso. Esistono immagini che urlano solamente il loro significante. Sono immagini senza vezzi linguistici, crude, scabre e che presentano, e non rappresentano, solo se stesse. Il lodevole tentativo di Taniguchi è proprio questo, percorrendo la grande tradizione giapponese : mostrare il vuoto, la non-significanza, e quindi mostrare un’immagine per ciò che è: un’immagine. Ma con la potenza della narrazione sequenziale questo vuoto si fa vivido, poetico e grandioso. Non è più una mera presentazione di vuoto, ma una riflessione sul vuoto. E questa riflessione non scaturisce dalla potenza del segno, dal suo essere simbolo, ma proprio dalla mancanza di simboli, dalla mancanza di uno strato ulteriore sottostante a quello presentato. Ecco, ho detto la mia.

    Mi piace

  2. Fabrizio ha detto:

    Caro Giaricotta,
    vorrei capire il tuo punto di vista. Prendiamo in esame il capitolo dodici: per te, anche qui domina la non-significanza? Quel ciliegio non rivela una potenza di segno carica di un significato (forse molti)?

    Mi piace

  3. Non avendolo sottomano non saprei dirti di preciso. E’ ovvio che è quasi impossibile una totale spersonalizzazione di un’immagine – o meglio una totale oggettività senza referenti di un’immagine: neanche una fotografia è in grado di farlo. Io intendevo analizzare il lavoro di Taniguchi da una prospettiva più ampia e il linguaggio del fumetto in sé.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: