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Archivio mensile:dicembre 2013

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cucina esterna di Libera a Modena…purtropp sgomberata l’8-8-08

Me del Natale me ne importa niente. Ma visto che si usa, guarda: ti faccio un regalo. Una ricettina.

Immagino che domani sarai in fila in qualche supermercato a comprare quello che ti serve per il pranzo della Vigiglia o di Natale. Prenditi anche una bottiglia di bianco, quello che preferisci, ma secco e buono. Mezzo kilo di pennette rigate; mi raccomando no quelle con la scatola blu. Roba buona, artigianale. Se spendi meno di tre quattro euro al kilo non lo è. Capperi sotto sale. Pomodorini freschi: in questo periodo trovo deliziosi i piccadilly. Ma prenditi quelli che preferisci. E, dato che le pescherie in questi giorni sono fornitissime, uno scorfano. Piccolo, circa quattro etti va bene. Ah, se non sai sfilettare il pesce fattelo fare dal pescivendolo, ma fatti ridare anche testa e lisca.

E’ una ricettina saporita ma leggera. Va bene tipo per la cenetta del 25. Quando siete rimasti soli, tu e glia affetti più cari.

Metti su l’acqua. Poi quando arriva a bollore ricordati di salarla.

Sbollenta i pomodorini e poi pelali.

Se sei uno in gamba pulisci e poi sfiletta lo scorfano. Altrimenti te lo sarai già fatto fare dal pescivendolo. Attento. lo scorfano è spinosissimo. Puliscilo bene.

Butta in padella tre cucchiai d’olio d’oliva e due spicchi d’aglio. Quando l’aglio è imbiondito mettici la testa e la lisca dello scorfano. Fai soffriggere. Intanto apriti la bottiglia, che avrai messo preventivamente in fresco,stappa e versati un bicchiere. Bevi e rilassati. Poi, con un altro mezzo bicchiere sfuma il brodetto che si è formato nella padella. Quando hai sfumato per bene togli lisca e testa (dalle al gatto o al cane ti amerà più di quanto sia possibile), fai attenzione che non siano rimaste resche e mettici prima i capperi lavati sommariamente e i pomodorini. Schiacciali, aggiungi ancora un po’ di vino e lascia andare coperto a fuoco dolcissimo. Dieci minuti, un quartodora.

L’acqua starà bollendo. Butta quattro etti di penne. Ora hai dodici minuti. Alza un po’ la fiamma del sugo e aggiungi i filetti di scorfano. Segui attentamente la cottura, deve sfarfugliarsi in una specie di ragù e controlla che non siano rimaste resche anche nei filetti. Nel caso ingegnati per toglierle. Poi regola di sale.

Scola la pasta al dente. Aggiungila nella padella in cui ai cucinato il sugo. Salta tutto. Un filo d’olio extravergine e una spolverata di pepe. Assicurati che ci sia in tavola pane abbondante per fare scarpetta. E servi. Mi ringrazierai.

Per il bianco, ascolta il mio consiglio: Anthilia di Donna Fugata, 2012.

Ricevo, dal prof. Daniele Cauzzi , questa correzione alle mie imprecisioni sulla tavola periodica messa nell’altro post, e volentieri pubblico.

A mia discolpa solo due cose: sono, per mia antica insipienza, un letterato e la garzantina di chimica che ho nella libreria è vecchia assai.

“La differenza tra naturali e radioattivi è imprecisa, perché esistono elementi naturali che sono radioattivi, l’uranio ad esempio. La differenza è naturali e artificiali. Gli elementi totali sono ad oggi 118, si è arrivati alla fine dell’ultimo periodo. I più pesanti tra questi sono stati prodotti in quantità di pochi atomi e non hanno tempi di stabilità che permettono un loro utilizzo pratico.
Ma dovrebbe esistere una cosiddetta “isola di stabilità” di elementi superpesanti ovvero di elementi che non decadono radioattivamente. Se si riuscisse a produrli sarebbero sostanze dalle proprietà totalmente nuove. Chissà.
La tabella periodica che hai riportato è la prima volta che la vedo in vita mia. Non è quella del russo, che è questa:

Mentre quella attualmente usata è questa.”

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la chimica è sexy

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Tutte le volte che un gazzettiere scrive un libro sul fumetto, chissà perché comincia dall’etimologia e tira fuori la definizione di qualche blasonato dizionario, per poi andare a parare nella trita e ritrita tiritera che il fumetto “è un racconto che si svolge attraverso immagini disegnate”. Eggià siamo fortunati se non ci aggiunge che devono essere disegnate a mano libera con la matita e il pennello e insomma, possibilmente senza mezzi elettronici. Beh, per quel che ne so io (che sono fermo agli anni settanta dell’ottocento – e se avrai la pazienza di seguirmi ti spiegherò anche il perché) il fumetto è un liquore a base di anice (rosolio d’anaci lo chiama Pellegrino Artusi– a pag. 661 dell’edizione Einaudi del suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene– e mistrà o sambuca lo chiamano fuori di Toscana) che allungato con l’acqua prende un colore bianco come di fumo.

Oh, cazzodundio!, il fumetto è un alcol. No, dai, non ridere. Guarda che al di là di qualsiasi fesseria dei gazzettieri, quel giornaletto che hai tra le mani ha molte più similitudini con gli idrocarburi che con la definizione dello Zanichelli. Per due motivi che affronteremo ora nel dettaglio:

uno) come un alcol può essere stupefacente (può alterare cioè transitoriamente le nostre funzioni psichiche- e in molti casi, dare dipendenza)

due) come qualsiasi idrocarburo è soggetto al fenomeno dell’isomeria.

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Allora. Uno: cioè un etto di fumo. Diciamoci la verità. Quando il profeta Ezechiele descrive la sua visione divina (Ezechiele 1, 1-28), noi non abbiamo dubbi. Sappiamo che il vecchio marpione si è sparato qualcosa di veramente tosto. Lo stesso Ezechiele lo ammette, poco più avanti, quando, continuando a raccontare la sua allucinazione, parla di un uomo che gli dice “…mangia ciò che stai vedendo” (3,1). E’ chiarissimo, sebbene un senso di inconscio pudore gli abbia fatto velare – nella lucidità del ricordo – con un ribaltamento il senso esatto delle sue parole, è chiarissimo, dicevo, come ci sia uno stretto legame tra qualcosa che il profeta ha ingoiato, e che “fu in bocca dolce come il miele”(3,3), e la sua divina allucinazione.

Winsor McCay, il cui Little Nemo con buona pace di ogni coincidenza temporale nulla ha a che vedere con freudianismi vari, da buon metodista conosceva bene la bibbia e questo rapporto di causa effetto che ha alle volte ciò che si ingurgita su ciò che si vede. Quando poi ciò che si ingurgita è ciò che si vede –il fumetto- il discorso diventa molto complesso. Ma McCay ci spiana la via. In Dream of the rarebit fiend –dove quasi un secolo prima di David B. (che ammetterà il suo debito in Babel) l’autore fa uso di self-referential dreams– la realtà della stupefacenza del fumetto non ha bisogno di essere dimostrata a parole. È li tavola per tavola, da guardare.

Il sogno e il cibo. Prenditi qualcosa, un crostino al formaggio o un fumetto e stupisciti. Passando per la voracissima Hungry Henrietta McCay ci darà quella che resta la più preziosa summa disegnata su come la percezione ottica –guardare un fumetto di McCay è come ingerire il più potente degli stupefacenti- possa influenzare quella psichica (altro che Huxley, altro che Freud! Lì ci sono prima Newton e poi la meccanica quantistica): Little Nemo in Slumberland.

La luce è materia. Lo ha dimostrato Newton nel 1672: un’onda elettromagnetica. Già, cazzo, ma nel 1900 un certo Max Plank fa una scoperta che rivoluzionerà il nostro mondo molto più dell’interpretazione dei sogni di Freud. Cioè che le radiazioni emesse da un corpo caldo non vengono emesse in modo continuo ma in pacchetti: quanti. Da qui, riassumo bellamente anni di esperimenti e di teorie, la conseguenza che la luce non si comporta solo come un’onda, ma anche come una particella. Ecco. Adesso la taglio giù grossa di brutto e arrivo a Heisenberg, che tirando le conseguenze di quanto sopra dimostrerà come, essendo impossibile conoscere contemporaneamente direzione e velocità di una particella, lo stato della materia  non può essere una certezza determinata (questa cosa si chiama fisica quantistica).

Più o meno quello che vediamo è solo un ipotesi probabilistica. Che secondo McCay influenza la nostra percezione del mondo togliendoci il sonno e viceversa, intendiamoci.

Noi, che qui ci interessa solo il fumetto siamo con lui d’accordissimo. E facciamo nostra questa definizione: il fumetto è tutte le probabilità statistiche dovute alla sua natura iconica e ad una forte potenzialità isomerica.

Potresti dirmi: ma scusa, cosa centra tirare in ballo l’isomeria quando parli di fumetti? Non sarà la solita tua sparata per sembrare orginale, alla quale poi nemmeno ti degni di dare seguito? Potrei risponderti: hai presente quella fondamentale icona della chimica che è la tavola periodica degli elementi di Mendeleev

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Ci sono novanta elementi naturali più quindici radioattivi. 105 elementi di cui è composto il mondo. Solo? Ma come sarebbe a dire? Se solo sulla mia scrivania e nel mio tascapane ce ne sono molti di più!

Svegliati Boris.

Tutte le cose che vedi conseguono da connessioni di quei pochi elementi. Sono legami governati da regole precise, mica incontri così, casuali. Pensa che ogni atomo di carbonio, elemento fondamentale, si lega con altri quattro atomi: per esempio se un atomo di carbonio si lega con quattro atomi di idrogeno, quello che si forma si chiama metano. Ma il gioco si fa interessante quando il carbonio si lega con se stesso. Già. La famiglia degli idrocarburi è molto interessante dal punto di vista di quello che si ottiene legando insieme in modo diverso lo stesso numero di atomi.

Cerco di spiegarmi. Un atomo di carbonio che si lega ad altri tre atomi di carbonio che  a loro volta si legano a dieci atomi di idrogeno creano una cosa che scritta così C4H10 sembra una sola, ma rappresentata così

 

    H  H H H

     |    |   |   |

H-C-C-C-C-H

     |    |   |   |

    H  H H H

 

e   così

 

 

             H

              |

    H  H-C-HH

     |        |      |  

H-C    -C   -C-H

     |       |       |  

    H     H    H

 

è due cose ben diverse: cioè nbutano e isobutano.

Dipende dalla posizione del legame. Questa cosa si chiama isomeria.

Non ti ricorda un po’ la condizione del fumetto, struttura isomerica come gli idrocarburi con quelle sue maledette vignette?

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C’è un libro intitolato Moins d’un quart de seconde pour vivre (1991-L’Association) in cui J.C. Menu e Lewis Trondheim giocano scopertamente con la struttura isomerica del fumetto. Menu disegna otto vignette mute, Trondheim legandole insieme a quattro a quattro con atomi di dialoghi diversi ne trae un centinaio di strisce. Il legame è sempre quello a quattro vignette uguali (come per il carbonio) eppure ogni striscia ha un senso differente. Esilarante anche, ma questa è un’altra questione.

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UNO.
Se una volta devi, per caso e per cazzi tuoi, andare da Piombino a Grosseto; e se, sempre per caso ci hai un badaluffo di tempo che non sai come spendere; ecco: puoi evitare la E80 e pure la SS1 e attraversarti, su sbilenche strade provinciali, l’interno della Maremma. Alla ricerca, ovvio, di luoghi e di vini.
Passi per Massa Marittima e scendi, lungo la strada provinciale 49, fino al lago dell’Accesa. A un certo punto, quando riprendi la strada deciso a metterti sulla litoranea (quella strada bellissima che è la provinciale 158, quella che i Romani chiamavano Aurelia), lì dove la provinciale 49 incontra la 31 che arriva da Roccastrada, vedi l’indicazione per Ribolla.
Hai un sommovimento. Una convinzione improvvisa ti fa girare a sinistra e vai a vedere i resti del pozzo Camorra.
Man mano che il tuo vecchio e impolverato fuoristrada si mangia indolente i kilometri  la storia di Ribolla riaffiora dalle migliaia di storie tra cui era sepolta nella tua testa. E la racconti alla tua famiglia. Devi spiegarglielo, in qualche modo, il perché di quella deviazione.
 
Una volta lì, a Ribolla, qualcosa come sessanta anni fa, c’era una miniera di lignite. Nel 1954 ogni minatore ci tirava fuori quasi 450 kili di carbone al giorno per la Montecatini. Ma quelli che comandavano, là su a Milano, alla Montecatini, non erano soddisfatti. Ne volevano di più, nel nome del “loro” profitto. Così, in nome del progresso e dei dividendi, venivano trascurate tutte le minime norme di sicurezza.
Il primo maggio nel 1954 cadeva di sabato. Due giorni di festa per i minatori di Ribolla.
“ Ma la mattina del tre la festa era finita, e allora sotto a levare lignite” è la voce di Bianciardi ora che si sovrappone alla tua, l’hai letto mille anni fa la vita Agra, eppure salta fuori così lungo la strada. “Si erano riposati abbastanza o no, questi pelandroni?
Eppure il caposquadra aveva fatto storie: diceva che dopo due giorni senza ventilazione, giù sotto, era pericoloso scendere, bisognava aspettare altre ventiquattro ore, far tirare l’aspiratore a vuoto, perché si scaricassero i gas di accumulo.
Insomma pur di non lavorare qualunque pretesto era buono.
L’aspiratore nuovo, i gas di accumulo, i fuochi alla discenderia 32 – come se i fuochi non ci fossero sempre, in un banco di lignite. Stavolta era stufo: meno storie, disse ai capisquadra, mandate cinque uomini della squadra antincendio a spegnere i fuochi, ma intanto sotto anche la prima gita.
La mattina del giorno dopo la miniera esplose”.
43 minatori, praticamente tutta la squadra scesa al pozzo sud chiamato Camorra, persero la vita.
E poi, ti chiede tuo figlio quello più grande, quelli lì, quelli che trascuravano le norme di sicurezza, sono finiti in prigione?
No, gli racconti. La Montecatini pagò un indennizzo ai famigliari delle vittime che, sotto il pesante ricatto della necessità, rinunciarono a costituirsi parte civile. I figli di puttana responsabili della morte di 43 persone, andarono assolti.
Lo sguardo di tuo figlio si sposta da te al pozzo. Ci resta fisso per qualche minuto. Sta imparando a conoscere il paese in cui gli tocca di vivere.
 
DUE.
Luciano Bianciardi di quella terra, la Maremma, era figlio. Non sto a raccontarti la sua storia. La conosci bene che avrai senz’altro letto il bel libro di Pino Corrias.
Però ti racconto questo. Agli inzi degli anni ’50 Bianciardi accetta l’incarico di direttore della biblioteca Chielliana di Grosseto. E’ un bibliotecario sui generis. Con l’amico Carlo Cassola sistema un vecchio pulmino del comune, lo trasforma in un bibliobus e comincia a girare tutta la Maremma. Vanno spesso a Ribolla. Parlano con i minatori. Conversazioni da cui nascerà un libro bellissimo, che dovresti aver letto.
Per Bianciardi la tragedia del 4 maggio 1954 è una ferita traumatica, profondissima. Che non basterà la scrittura di quel capolavoro assoluto che è la Vita Agra a rimarginare.
 
TRE.
Gli anni sessanta del secolo scorso succede una cosa fondamentale.
L’energia elettrica, su spinta dei socialisti che ad essa vincolarono il loro sostegno al IV governo Fanfani, viene nazionalizzata. Nel 1962. L’ENEL, ente fondato alla bisogna, assorbirà in quegli anni qualcosa come 1300 aziende elettriche. Lo Stato pagò quasi duemila miliari di lire a una settantina di società che gestivano tutte le aziende elettriche. Società come la Sade o la Seb, la maggior parte delle quali già controllate o in via di acquisizione da Montecatini e da Edison. Una bel giro di soldi per chi ci era dentro.
 
QUATTRO.
Nel 1962 Indro Montanelli chiama Luciano Bianciardi, che ha appena pubblicato con buon successo La Vita Agra, e gli offre una collaborazione fissa al Corriere della Sera. Due pezzi al mese per la terza pagina. 300.000 lire il compenso mensile. Una gran bella cifra nel ’62.
Bianciardi si prende due giorni. Ci deve pensare.
 
La proprietà del Corriere della Sera era della famiglia Crespi.
I Crespi avevano molti interessi nelle società elettriche della Lombardia. La centrale idroelettrica di Trezzo l’avevano addirittura fondata con la partecipazione della Edison.
La loro vicinanza a Montecatini e Edison (quella che diventerà, nel 1965 con il viatico di Mediobanca, Montedison) era conosciuta.
 
Agli occhi di chi aveva passato la giovinezza al fianco dei minatori di Ribolla quella famiglia era la personificazione del nemico.
 
Bianciardi rifiutò l’offerta di Montanelli.
Meglio, molto meglio restare uomini e scrivere per Guerin Sportivo e Playman.

www.inmondadori.itNel settembre del 1969 Rossana Rossanda intervista Sartre per il Manifesto mensile. A un certo punto, mentre parlano della guerra del Vietnam e del ’68 Sartre le dice che in fondo il campo del possibile è molto più vasto di quel che le classi dominanti ci hanno abituato a credere.

Mi colpì molto quando nel 1994 leggendo il fondamentale saggio di Claudio Pavone sulla Resistenza (Una guerra civile, BollatiBoringhieri,1991) trovavo più o meno lo stesso concetto espresso da Vittorio Foa. Il quale, uscendo dal carcere nell’agosto del 1943, aveva regalato al suo compagno di cella la sua copia della Scienza Nuova, apponendoci come dedica alcune parole dello stesso Vico: per varie e diverse vie, che sembravano traversie ed eran infatti opportunità”. Parole che certo Foa intendeva mettere a suggello del recente passato, ma che valevano anche come speranza dell’immediato futuro. La caduta del fascismo apriva alle giovani generazioni tutte le strade del possibile. Strade che sono state percorse dai migliori esponenti di tutte le sfere dell’espressione umana. Con una strana eccezione. Il fumetto. Non c’è tra gli autori di fumetto italiani qualcuno che abbia sentito la necessità di affrontare un momento della storia nazionale di tale rilevanza.

Si. Lo so.  Se vai a leggerti un campionario di confuso nozionismo come questo qui scopri che a ridosso della guerra, su Intrepido e Pioniere varie serie con argomento resistenziale furono anche prodotte, ma diciamocelo francamente: tutta roba, fatta eccezione per quella tavola crepaxiana che è un dichiarato omaggio alla sequenza finale di Roma città aperta e surrettiziamente avulsa dal contesto narrativo originario, retorica e didascalica, che nemmeno con la più benevola ottica improntata alla politica degli autori si può considerare rilevante. E aggiungerei al mucchio le Storie di Resistenza di Calegari , più recenti (furono pubblicate nel 1995 su Il Giornalino) ma viziate dalla stessa ideologia catto-divulgativa e quindi orribilmente semplificativa esizialmente diffusa dalle storie d’italia di Biagi.

6a00d8341c684553ef01347fc6f6e4970c-800wiIl primo che ci ha provato con un risultato interessante è stato Alberto Pagliaro che dal 2007 ha realizzato una serie (poi raccolta nel 2012 in volume da BD con il titolo di I figli della schifosa) ispirata alle vicende partigiane. Un lavoro appunto interessante ma con un limite fortissimo: la struttura dettata dai ritmi del periodico su cui fu pubblicata (Il Vernacoliere) unita a una documentazione storica superficiale se non inesistente, hanno costretto l’autore a ovviare alla debolezza del respiro narrativo puntando tutto sul carico emotivo. Cosa che se in alcuni momenti funziona molto bene (penso per esempio all’episodio I Tedesconi, dove l’orrore della guerra civile è evocato solo per sottrazione e mai mostrato direttamente: un bambino si rifiuta di far assistere l’amico al massacro che i nazifascisti hanno appena compiuto e meno l’autore mostra più cresce il disagio del lettore), perpetua nella globalità dell’opera quella retorica sentimental-istituzionale che ha offuscato nel tempo la vera immagine della guerra resistenziale. Ricollegandosi a quel poco che il fumetto italiano già aveva dato sull’argomento.

Capirai la mia sorpresa quindi quando ho trovato in libreria un volume a fumetti sulla Resistenza di un autore che ho sempre reputato tra i più trascurabili (salvo che per alcune necessità onanistiche). L’inverno di Diego, di Roberto Baldazzini edito da una nuova etichetta legata a Fandango. Guarda quanto è vasto il campo del possibile, mi son detto, aveva proprio ragione Sartre! Non vedo l’ora di leggermi questa bella storia di nazitrans nerboruti che seviziano giovani procaci partigiane comuniste.

Invece.

Le intenzioni di Baldazzini sono di tutt’altro tenore. Dopo otto tavole didattico didascaliche in perfetto stile storiaditaliabiagesca, comincia un racconto di formazione che banalizza la lezione della nostramigliore letteratura sull’argomento (da la Casa in Collina di Pavese al Partigiano Johnny di Fenoglio) in modo talmente scolastico da lasciare disarmati.

E capirai, un libro ispirato alla resistenza che ti disarma non ti rende un buon servizio.

I personaggi sono stereotipi costruiti con un manicheismo conservatore che ricorda la lezione del fumetto pornografico più che di qualsiasi altro; infatti la starordinariamente veloce crescita umana e politica di Diego passa attraverso una scopata, quella con Luisa e raggiunge il culmine in una sequenza che ricorda, nella costruzione grafica della tavola, più un qualche Training of O che una vera e propria presa di coscienza resistenziale.

Il problema è questo. La violenza di una guerra civile è un fattore morfogenetico della società. Conferisce ordine e determina equilibri. E’ la principale modalità costitutiva degli stati: anche della Repubblica italiana.

Ora. Non ci trovo nulla di male se tu spacci le tue fissazioni sessuali per il motore di quegli eventi e di quella violenza quando lo fai dichiaratamente su un piano di finzione narrativa: te l’ho detto mi andava proprio di leggere un tuo pornazzo alla TransEST ambientato in quegli anni; non posso che trovarlo esteticamente reazionario quando lo fai spacciandolo su una modalità addirittura cronachistico didattica.

Siamo sempre lì. I fumettari italiani non sanno affrontare la propria storia nazionale, e sanno raccontare solo le proprie ossessioni. Almeno farlo bene e dichiaratamente, cazzo!

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Se hai voglia e tempo da perdere sfogliati le bibliografie e gli indici dei nomi delle più attuali opere di neurobiologia. Franz Joseph Gall non ce lo troverai nemmeno di striscio. In effetti capisco che sia un po’ imbarazzante includere tra i propri padri fondatori un tipo bizzarro convinto che bastasse palpare la scatola cranica di un individuo per comprenderne personalità, inclinazioni morali e capacità intellettive.
Non partiva mica da un’idea balorda però, nel costruirsi questa convinzione. Gall infatti era fermamente convinto che il cervello fosse l’organo corrispondente alla mente (cosa che gli costò la scomunica dalla chiesa cattolica) e che fosse diviso in aree diverse ciascuna deputata a differenti facoltà; e che queste aree fossero situate nella zona superficiale del cervello, in modo che bastasse appunto toccarne la corteccia per capire un sacco di cose.
Oggi sappiamo che queste cose non stanno proprio così. Ma era un punto di partenza. Che permise a Gall di disegnare un sacco di bellissime mappe corticali.
phrenology
Ma.
Quello di veramente importante che ci arriva da queste mappe, e poi da tutta la moderna neurobiologia (leggiti, non mi stancherò mai di dirtelo e se non lo fai cazzi tuoi, quel bellissimo testo fondante della neuroestetica che è La visione dall’interno, di Semir Zeki per Bollati Boringhieri) è che quello che fa il cervello visivo –la nostra mente mentre guarda-“è di elaborare informazioni in perpetuo cambiamento allo scopo di estrarne il nucleo fondamentale, distillare dall’incessante avvicendarsi dei dati visivi il carattere essenziale degli oggetti e delle situazioni” (op. cit. p.27). Insomma: interpretare il tempo.
Il tempo nella mappa di Minard è ciò che non ci permette (come avverrebbe invece in ogni grafico statistico) di risparmiare sforzi e costi cognitivi. Anzi.
In una storia non è particolarmente importante chi fa cosa e dove lo fa, ma quando. Il momento in cui avviene l’azione segna il discrimine e interpretarlo ci costa fatica.
Ci deve costare fatica. 
Certo. Economisti e sociologi ci raccontano, tutti eccitati da una mal compresa teoria dei giochi (consiglio Ken Binmore, teoria dei giochi, codice edizioni, 2008), che il tempo è una differenza illusoria. Infatti non distinguono tra un grafico statistico e un’ opera a fumetti. E ci portano esempi, anche ficcanti in altri campi, come le forme strategiche di una partita a scacchi o le strategie d’attesa messe in atto dalla Scathophaga Stercoraria maschio attorno a una bella cagata di mucca mentre aspetta la femmina per l’accoppiamento.
Non credergli.
Il tempo, il modo della sua rappresentazione, è quello che fa la differenza. E’ quella cosa che rende la mappa di Minard una storia in continua evoluzione a seconda dello sguardo che ne reinterpreta l’asse del tempo, che fa di UNASTORIA un grande fumetto e di Lilith un mediocre grafico statistico.
Proprio perché il tempo non esiste. La sua rappresentazione si.
Ascolto al massimo volume e in cuffia, mentre butto giù queste note, l’Overture 1812 di Tchaikovsky.
Non so tu.
Ma io devo la conoscenza di questa composizione ad Alan Moore.
 
Una nota: non sono un grande conoscitore di esecuzioni sinfoniche. Ho e ascolto con particolare diletto l’Overture 1812 eseguita dalla St. Petersburg Philarmonic Orchestra diretta da Vladimir Ashkenazy. Mi piace un casino perché si apre con vere salve di cannone tirate da una batteria d’artiglieria del distretto militare di quella che fu Leningrado.
 
Nel prologo del terzo libro di V for Vendetta, quello intitolato The land of do-as-you-please, V ne esegue la partitura mentre fa saltare per aria la Jordan Tower.
Quando, nel 1991, lessi questo assoluto capolavoro malamente stampato e tradotto sulle pagine di Corto Maltese, non prestai la minima attenzione alla cosa. Ero giovane allora, credevo all’importanza delle storie. Oggi so che quello che conta delle storie è chi le racconta e il come lo fa.
Già. Quella partitura Alan Moore non ce l’aveva mica messa lì a cazzo, magari solo perché gli piaceva tanto.
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Il 14 dicembre 1812 quello che resta dell’armata napoleonica, in ritirata dal 19 ottobre, attraversa il confine tra la Russia e la Polonia.
E’ un fiume. Quel confine. Il fiume Njemen. Oggi scorre in Bielorussia e in Lituania, prima di sfociare nel Mar Baltico. A quell’epoca era il confine naturale tra il Granducato di Varsavia e l’impero Russo.
Ci erano voluti due giorni quello stesso 1812, il 23 e il 24 giugno, perché i 422.000 soldati della Grande Armée diretti a conquistare Mosca lo attraversassero. Quelli che lo attraversano in senso inverso, quel giorno di dicembre, sono meno di diecimila.
 
Altra nota: un gran bel libro –storicamente impeccabile- che, attraverso diari ed epistolari dei soldati della Grande Armée, racconta la tragedia della campagna di Russia napoleonica è quello di Anka Muhlstein, Napoleone a Mosca, edito da Bruno Mondadori. Natale si avvicina, ne esiste un’edizione tascabile: fatti un regalo e leggilo.
 
Quando comincia a lavorare a quello che è considerato il suo capolavoro, quello che gli costerà qualcosa come sette anni di lavoro, Lev Nikolaevič Tolstoj ha 35 anni.
Non so tu.
Ma io non ho curricula accademici da difendere. Un romanzo che non sono mai riuscito a leggere : millanta e più noiosissime pagine in cui racconta, tra l’altro, l’epopea omerica – secondo lui- dell’invasione napoleonica. 
La pubblicazione a puntate sulla rivista Russkij Vestnik termina nel 1869.
Lo stesso anno in cui Charles Joseph Minard pubblica la sua Carte figurative des pertes successives en hommes de l’Armée Française dans la campagne de Russie 1812-1813.
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L’idea di Minard è molto semplice. Raccontare in una sola immagine l’intero processo militare della sconfitta napoleonica in Russia. Con un solo sguardo l’osservatore segue lo spostamento della Grande Armèe fino a Mosca, ne vede le battaglie e i caduti; poi vede la ritirata, da Mosca a Berezina tutto con un solo sguardo. Può addirittura conoscere le temperature registrate durante quell’inverno.  Per fare tutto questo Minard inserisce sulle coordinate classiche dei cartografi (longitudine, latitudine, profondità e altezza: cioè lo spazio geografico) una coordinata nuova: il tempo.
So già cosa vorresti farmi notare: che non è diverso da qualsiasi grafico statistico ben fatto. Ti dirò, c’è pure chi ha considerato la mappa di Mainard il migliore mai realizzato di questi grafici statistici. In tutta onestà me ne sbatto. Anche perché non è così. Da un grafico si possono trarre, per nostra insipienza o per malafede dell’autore, inferenze scorrette. Dalla mappa di Mainard no.
Non hai mai sentito parlare di Franz Joseph Gall?
 
(continua, e tu -mio adorato lettore – continui con moi?) 
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