usque ad finem et ultra comites

Tanti anni fa mi trovavo a Firenze inviato dal PDS a un corso di formazione sull’immigrazione. Mi ricordo che una sera a cena un vecchio militante mi disse qualcosa che suonava più o meno così: no, perché sai per me il Partito è come una Chiesa. Ammetto che la cosa mi scandalizzò, a me che, sbagliando, non ero passato a Rifondazione (avrei sbagliato comunque) solo perché mi sembrava che da quest’altra parte tirasse un’aria più libertaria. Fui coglione, ma a mia difesa va detto che ci misi poco ad accorgermene.

Eppure quell’idea della Chiesa di quel vecchio compagno aveva una base di fondatezza.

Mi spiego.

Lo so che adesso è comodo: dare un giudizio dalla prospettiva in cui mi trovo, cioè a posteriori, sull’operato di un personaggio politico. Ne conosco le conseguenze. Ma non è che le posso rimuovere. Nemmeno freudianamente. Quindi condivido abbastanza l’analisi che Lucio Magri fa ne Il sarto di Ulm (il Saggiatore,2009) della storia del PCI dal XII Congresso agli anni ottanta e credo sia un dato di fatto che Enrico Berlinguer, durante la sua segreteria, non ne abbia azzeccata una.

Allora perché è praticamente diventato un mito? Perché  il suo biografismo raggiunge, ogni volta che viene pubblicato un libro su di lui, livelli imbarazzanti?

Perché appunto, come nella chiesa medioevale si usava la manipolazione biografica di personaggi carismatici ormai morti per dare forza all’azione presente degli ordini religiosi che a essi si richiamavano, così nella chiesa (post)comunista l’agiografia berlingueriana serve a delimitare e a giustificare i diversi ordini politici in cui il più grande partito comunista occidentale si è dissolto.

berlinguer-ghirriIn questa scia si inserisce anche Arrivederci, Berlinguer di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini, uscito per BeccoGiallo il mese scorso. Un libro che sulla carta aveva tutti i numeri per lasciarmi indifferente, ma che invece, sono contento di ammettere a fine lettura, ha non pochi motivi d’interesse.

Il primo è che sebbene Stamboulis usi il racconto del mito berlingueriano per raccontare in realtà se stessa e la propria generazione (che è la mia), delimita però come momento fondativo della propria (e della sua generazione, che poi è la mia) identità politica il momento della fine: il funerale. E ne converrai, questa è una metafora potentissima perfettamente costruita da Costantini con la contrapposizione tra le quattro tavole iniziali che ricordano il realismo sociale di Guttuso (non a caso autore di una tela intitolata ai funerali di Togliatti) e le sei tavole successive in cui è raccontato con calcolatissimo ritmo warholiano il malore di Berlinguer a Padova e che sfociano nel pop sfrenato delle tavole successive (quelle fino a pag.30). Contrasto che ritrova equilibrio a favore quasi di un sottolineato neorealismo quando dalla descrizione del nostro essere giovani (la generazione degli ottanta) si ritorna – scivolando da illustrazioni stile taccuino di viaggio all’uso di fotografie d’epoca- all’essere stato giovane di Berlinguer. Insomma, il libro è tutto così perfettamente equilibrato: dal fumetto squisitamente infantile dell’infanzia di Elettra (gli anni settanta, altro che di piombo) al graffiato realismo dell’ultimo errore berlingueriano: il ritardo con cui appoggiò lo sciopero di Mirafiori del 1980 che porterà alla sconfitta simbolica della marcia dei 40.000. Un equilibrio teso a restituire a Berlinguer la sua identità comunista, quella scippatagli dal pessimo Veltroni che nel suo La sfida interrotta si inventava un Berlinguer più anticomunista che comunista, capo di un partito dove si trovava di casa anche chi come lui comunista non era. Ma soprattutto a confermare la propria identità, con la riuscita retorica deandreiana dell’ultima immagine, quella che chiude il libro  ma ne smentisce la metafora iniziale; con gli anarchici papaveri a contaminare quell’indomito spirito, spettro o fantasma solo apparentemente sopito che si aggira rinnovato grazie all’anarchismo (non è casuale, credo la citazione del libertario Luigi Ghirri) non più per l’Europa ma per il mondo globalizzato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: