introduzione alla vera storia del fumetto (1)

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Fosse solo per il mio piacere personale, giuro, di roba dozzinale (per quanto pittata con una certa furbizia che solletica gli epididimi) come la Lilith di Enoch me ne importerebbe sega. So, che sono cresciutello, dove trovare soddisfazioni consone al mio sviluppo cerebrale. Non è una cosa che riguarda solo l’amigdala sublenticolare e l’ipotalamo del mio cerebro. Riguarda il mio rapporto con il mondo. Invece. Ne ho letto l’ultimo episodio. La fiamma e la falena.
Sono uno stronzo, è vero, ma non suppongo: io so.
So che il mondo, quello che frequento, l’unico possibile, è pieno di gente interessante che però è incapace di vederne la ricchezza, del mondo… della materia (astenetevi, please, mistici, deisti e credenti di ogni risma, ma proprio nel senso di: andate affanculo!); che ha bisogno, questa gente interessante, di qualcuno in grado di imparargli a trattarla questa ricchezza. Le persone hanno bisogno (lo dice Feyerabend mica io) di essere protette da coloro che vogliono ridurle a copie fedeli del proprio squallore mentale.
Non mi sono consone false modestie. Io sono uno di quei qualcuno in grado di proteggerti. Ho fertilizzanti per il tuo indotto squallore mentale. Sono una specie di supereroe giardiniere senza mantello. Un super eroe che fa lezione con il concime (merda come i fumetti, insomma).
Se hai voglia di ascoltarle, la prima di queste lezioni comincia proprio da qui. Da un fumetto costruito per addomesticarti allo squallore narrativo, e conseguentemente al dominio.
C’entrano il tempo e lo spazio: in quel sistema completo che i fisici chiamano cronotopo (fai attenzione da subito, non ho parlato di fisici a caso: lascia perdere le fesserie metaforiche bachtiniane che ne vorrebbero fare un genere letterario –se ti va di perdere tempo leggiti pure: Estetica del romanzo– e preoccupati invece, se vuoi avvicinarti alla verità, del discorso delle scienze matematiche).  E c’entra Napoleone.
Vediamo se mi riesce di spiegarti in che modo.
 
Che cos’è il fumetto, come tutte le domande ontologiche non può che spaventarci. Però dobbiamo ritenerla necessaria, perché è nel preciso momento che smetti di chiederti che cosa è qualche cosa che cominci a genufletterti a un qualsivoglia dio; oppure, che è anche peggio, a scrivere come un traduttore di Barbara Cartland.
In via Plinio c’è il laboratorio di una bravissima artigiana che fa corsetti. A me, solo a fermarmi davanti alla sua vetrina e a guardare il suo finissimo lavoro espostovi, mi viene il cazzo duro.
Nel 1914 Mary Jacobs, raccontano le leggende: cucendo assieme due fazzoletti, inventa il reggiseno. La praticità di questo indumento non ci mette molto a cancellare dall’uso quotidiano il corsetto. Resiste solo nell’erotico lusso della bottega artigiana di cui ti parlavo e nei miei sogni.
Vedi. Quelli che scrivono come Barbara Cartland (quelli che fanno fumetti come Enoch) fanno reggiseni spacciandoli – con una retorica tutta pennellate ma poca struttura – per corsetti. I Corsetti,come il fumetti, sono ben altra cosa da quello che fanno essi. Sono scomodi ma ti fanno venire il cazzo duro. I reggiseni vorrebbero raggiungere lo stesso risultato ma senza passare dalla scomodità. No. La facilità non è la semplicità ed è una scorciatoia da mercanti. Non da fumettari.
Sartre, che era uno che ci capiva eccome, diceva in quel fondamentale e poco letto saggio che è Che cos’è la letteratura (il Saggiatore, 1995) che bisogna distinguere tra scrittori e parlatori.
Ora noi dobbiamo imparare, leggendo fumetti, a distinguere tra fumettari e disegnatori. Il disegnatore dimostra, ordina, interpella, supplica, insulta, ma non diventa mai fumettaro. Anche quando disegna saghe lunghe nove anni, abusando di tutti i topoi e le metafore che Propp e Campbell ci hanno insegnato esistere, resta uno che disegna senza dire niente.
Perché, per quanto ne parli a vanvera in tutte le interviste e sul suo blogghe, non ha capito che il cronotopo non è, ribadiamolo: nonostante Bacthin (che comunque non credo abbia letto), una categoria letteraria, quanto una realtà fisica.
Eccoci a Napoleone.
 
Se mai dovessi scrivere quel libro che rimugino da anni sull’introduzione 

alla vera storia del fumetto, su una cosa non avrei dubbi: il primo vero fumetto fu pubblicato in Francia nel 1869. Si tratta di una mappa, una di quelle mappe un po’ strane che gli anglosassoni chiamano flowmap, e l’autore ne era un signore di nome Charles Joseph Minard.
 (continua… forse)
6 commenti
  1. lita ha detto:

    “Le persone hanno bisogno (lo dice Feyerabend mica io) di essere protette da coloro che vogliono ridurle a copie fedeli del proprio squallore mentale.” Mi proteggo da sola, però… se non basta? Il pericolo è sempre in agguato: sìì sì, leggerò la seconda parte… forse (forse:se ci sarà)

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  2. Erwin P. ha detto:

    Forse stocazzo. Ora continui.

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  3. Anonimo ha detto:

    Sei un grande ottimista nel pensare che le domande ontologiche ci spaventino.

    R Good

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  4. Fabrizio ha detto:

    E’ un pezzo riciclato?
    Boris, non avevi già parlato di reggiseni e corsetti?

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    • attentissimo Fabrizio. Si, ma non qui.Non proprio riciclato. riscritto con intenzione di terminare il discorso e di colelgarlo alla faccenda della lettura/guardatura vedarem.

      Quindi leggi i miei deliri dagli splendidi tempi di splinder!?

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      • Fabrizio ha detto:

        Yeah!

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