introduzione alla vera storia del fumetto (4)

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Tutte le volte che un gazzettiere scrive un libro sul fumetto, chissà perché comincia dall’etimologia e tira fuori la definizione di qualche blasonato dizionario, per poi andare a parare nella trita e ritrita tiritera che il fumetto “è un racconto che si svolge attraverso immagini disegnate”. Eggià siamo fortunati se non ci aggiunge che devono essere disegnate a mano libera con la matita e il pennello e insomma, possibilmente senza mezzi elettronici. Beh, per quel che ne so io (che sono fermo agli anni settanta dell’ottocento – e se avrai la pazienza di seguirmi ti spiegherò anche il perché) il fumetto è un liquore a base di anice (rosolio d’anaci lo chiama Pellegrino Artusi– a pag. 661 dell’edizione Einaudi del suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene– e mistrà o sambuca lo chiamano fuori di Toscana) che allungato con l’acqua prende un colore bianco come di fumo.

Oh, cazzodundio!, il fumetto è un alcol. No, dai, non ridere. Guarda che al di là di qualsiasi fesseria dei gazzettieri, quel giornaletto che hai tra le mani ha molte più similitudini con gli idrocarburi che con la definizione dello Zanichelli. Per due motivi che affronteremo ora nel dettaglio:

uno) come un alcol può essere stupefacente (può alterare cioè transitoriamente le nostre funzioni psichiche- e in molti casi, dare dipendenza)

due) come qualsiasi idrocarburo è soggetto al fenomeno dell’isomeria.

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Allora. Uno: cioè un etto di fumo. Diciamoci la verità. Quando il profeta Ezechiele descrive la sua visione divina (Ezechiele 1, 1-28), noi non abbiamo dubbi. Sappiamo che il vecchio marpione si è sparato qualcosa di veramente tosto. Lo stesso Ezechiele lo ammette, poco più avanti, quando, continuando a raccontare la sua allucinazione, parla di un uomo che gli dice “…mangia ciò che stai vedendo” (3,1). E’ chiarissimo, sebbene un senso di inconscio pudore gli abbia fatto velare – nella lucidità del ricordo – con un ribaltamento il senso esatto delle sue parole, è chiarissimo, dicevo, come ci sia uno stretto legame tra qualcosa che il profeta ha ingoiato, e che “fu in bocca dolce come il miele”(3,3), e la sua divina allucinazione.

Winsor McCay, il cui Little Nemo con buona pace di ogni coincidenza temporale nulla ha a che vedere con freudianismi vari, da buon metodista conosceva bene la bibbia e questo rapporto di causa effetto che ha alle volte ciò che si ingurgita su ciò che si vede. Quando poi ciò che si ingurgita è ciò che si vede –il fumetto- il discorso diventa molto complesso. Ma McCay ci spiana la via. In Dream of the rarebit fiend –dove quasi un secolo prima di David B. (che ammetterà il suo debito in Babel) l’autore fa uso di self-referential dreams– la realtà della stupefacenza del fumetto non ha bisogno di essere dimostrata a parole. È li tavola per tavola, da guardare.

Il sogno e il cibo. Prenditi qualcosa, un crostino al formaggio o un fumetto e stupisciti. Passando per la voracissima Hungry Henrietta McCay ci darà quella che resta la più preziosa summa disegnata su come la percezione ottica –guardare un fumetto di McCay è come ingerire il più potente degli stupefacenti- possa influenzare quella psichica (altro che Huxley, altro che Freud! Lì ci sono prima Newton e poi la meccanica quantistica): Little Nemo in Slumberland.

La luce è materia. Lo ha dimostrato Newton nel 1672: un’onda elettromagnetica. Già, cazzo, ma nel 1900 un certo Max Plank fa una scoperta che rivoluzionerà il nostro mondo molto più dell’interpretazione dei sogni di Freud. Cioè che le radiazioni emesse da un corpo caldo non vengono emesse in modo continuo ma in pacchetti: quanti. Da qui, riassumo bellamente anni di esperimenti e di teorie, la conseguenza che la luce non si comporta solo come un’onda, ma anche come una particella. Ecco. Adesso la taglio giù grossa di brutto e arrivo a Heisenberg, che tirando le conseguenze di quanto sopra dimostrerà come, essendo impossibile conoscere contemporaneamente direzione e velocità di una particella, lo stato della materia  non può essere una certezza determinata (questa cosa si chiama fisica quantistica).

Più o meno quello che vediamo è solo un ipotesi probabilistica. Che secondo McCay influenza la nostra percezione del mondo togliendoci il sonno e viceversa, intendiamoci.

Noi, che qui ci interessa solo il fumetto siamo con lui d’accordissimo. E facciamo nostra questa definizione: il fumetto è tutte le probabilità statistiche dovute alla sua natura iconica e ad una forte potenzialità isomerica.

Potresti dirmi: ma scusa, cosa centra tirare in ballo l’isomeria quando parli di fumetti? Non sarà la solita tua sparata per sembrare orginale, alla quale poi nemmeno ti degni di dare seguito? Potrei risponderti: hai presente quella fondamentale icona della chimica che è la tavola periodica degli elementi di Mendeleev

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Ci sono novanta elementi naturali più quindici radioattivi. 105 elementi di cui è composto il mondo. Solo? Ma come sarebbe a dire? Se solo sulla mia scrivania e nel mio tascapane ce ne sono molti di più!

Svegliati Boris.

Tutte le cose che vedi conseguono da connessioni di quei pochi elementi. Sono legami governati da regole precise, mica incontri così, casuali. Pensa che ogni atomo di carbonio, elemento fondamentale, si lega con altri quattro atomi: per esempio se un atomo di carbonio si lega con quattro atomi di idrogeno, quello che si forma si chiama metano. Ma il gioco si fa interessante quando il carbonio si lega con se stesso. Già. La famiglia degli idrocarburi è molto interessante dal punto di vista di quello che si ottiene legando insieme in modo diverso lo stesso numero di atomi.

Cerco di spiegarmi. Un atomo di carbonio che si lega ad altri tre atomi di carbonio che  a loro volta si legano a dieci atomi di idrogeno creano una cosa che scritta così C4H10 sembra una sola, ma rappresentata così

 

    H  H H H

     |    |   |   |

H-C-C-C-C-H

     |    |   |   |

    H  H H H

 

e   così

 

 

             H

              |

    H  H-C-HH

     |        |      |  

H-C    -C   -C-H

     |       |       |  

    H     H    H

 

è due cose ben diverse: cioè nbutano e isobutano.

Dipende dalla posizione del legame. Questa cosa si chiama isomeria.

Non ti ricorda un po’ la condizione del fumetto, struttura isomerica come gli idrocarburi con quelle sue maledette vignette?

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C’è un libro intitolato Moins d’un quart de seconde pour vivre (1991-L’Association) in cui J.C. Menu e Lewis Trondheim giocano scopertamente con la struttura isomerica del fumetto. Menu disegna otto vignette mute, Trondheim legandole insieme a quattro a quattro con atomi di dialoghi diversi ne trae un centinaio di strisce. Il legame è sempre quello a quattro vignette uguali (come per il carbonio) eppure ogni striscia ha un senso differente. Esilarante anche, ma questa è un’altra questione.

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