il lupo nel muro ovvero della violenza illustrata

In un libro brutto e inutile, edito nel 2012 da Mondadori con il titolo di La fine del desiderio, Michela Marzano fa un discorso assertivo, apodittico, funereo e moralista contro la pornografia. Sostiene che la pornografia sia la negazione stessa dell’erotismo e della sessualità.

Bene. Cioè no, ma facciamo finta di si e che io sia d’accordo: mi aspetto però che tu, filosofa in cattedra, me la dimostri questa cosa. Invece ti limiti a dirmi che il problema non dipende dal modo in cui un regista gira o monta un film, da come un pittore o uno scultore mettono in luce alcune parti del corpo, da come uno scrittore racconta le azioni dei personaggi, da come un fumettista costruisce la pagina. Mi dici cioè che montaggio, sintassi e tutto il resto non sono mezzi per creare senso. Mi dici che c’è un contenuto intrinseco (un apriori) della pornografia per cui la sessualità viene rappresentata tutta allo stesso modo. Te ne stai ferma lì, seduta sul tuo dualismo tra forma e contenuto e mi fai, a me che la pornografia mi piace un sacco e la trovo molto varia, la lezione: il cui succo è che la pornografia, in quanto viola “gli spazi segreti dell’intimità”, è una robaccia immorale.

vlcsnap-2014-01-22-17h02m47s4Su questo stesso piano si muove il discorso che Massimo Gramellini fa a proposito dell’ultimo film di Martin Scorsese The Wolf of Wall Street. Non sono gli spazi segreti dell’intimità quelli che, secondo lui, il film di Scorsese svende con piglio disgustosamente pornografico quanto piuttosto “le zone più oscure dell’anima”.  La cosa che scandalizza il critico – per inciso, da giovane volevo fare il critco cinematografico, poi ne ho conosciuti alcuni e ho preferito fare il metalmeccanico –  Gramellini è l’empatia che, secondo lui, il regista favorisce tra il pubblico e il personaggio di Jordan Belfort scandagliandone quelle zone oscure della personalità, dove si annidano le cose sbagliate del capitalismo: il potere costruito sui soldi, la corruzione e il sesso.

Gramellini dimostra di non capire niente o di essere in malafede.

Di non capire niente: perché non c’è nessun movimento di macchina, nessuna idea di regia (e ce n’è una caterva di idee in questo film che verranno saccheggiate per il prossimo decennio), niente di niente che indaghi le zone oscure; per Scorsese la società americana, per traslato la nostra, non ha i suoi lati moralmente esecrabili in soldi sesso e potere, è ontologicamente quelle tre cose. Non c’è nessun bisogno di scendere in profondità per cercare il male, affrontarlo e trovarne catarsi: il male è  lì, nella banalità di quel bene di cui i gramellini, i fabifazi e i serramichele si credono sacerdoti e ce ne danno le coordinate da quelle loro trasmissioni seriali così tanto perbene.

Di essere in malafede: perché quel film racconta proprio di loro, della banalità morale della loro narrazione.  Pensa alla sequenza geniale, in apertura del film, della Ferrari che da rossa diventa bianca, perché dice Jordan Belfort la sua era bianca come quella di Don Johnson in Miami Vice; una serie televisiva fondativa e conseguentemente una soglia, una dichiarazione estetica che ti permette l’ingresso nel film dandoti la chiave per LEGGERLO: mica una storia sul potere dei soldi e su quanto sono bastardi quelli che li fanno i soldi e li usano per mantenere il potere, ma una storia/riflessione sulla violenza coercitiva della narrativa seriale (qualsiasi genere dal porno, alla detective story, al sermone televisivo – in cui i gramellini eccellono) uno dei fondamenti della nostra società, quella nata negli anni ottanta; quanto la violenza fisica lo era stata di quella dei decenni precedenti (ricordi Goodfellas, la violenza fondativa dell’individuo e Gangs of New York, la violenza fondativa dei gruppi sociali?).

E’  tutto spiegato nel dialogo iniziale, splendidamente girato (l’etica del campo contro campo), tra Jordan Belfort e Mark Hanna in cui il secondo spiega al primo come funziona il potere basato sulla finzione narrativa. Un narcotico molto più potente e letale di tutte le droghe (e non è un caso l’eccesso di droghe di cui fanno uso tutti i personaggi) sintetiche.

Il problema etico sollevato da Scorsese non è se il personaggio interpretato da Di Caprio sia buono o cattivo, censurabile o meno. Il problema è che è un personaggio. Tanto quanto Gramellini.

 

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