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Archivio mensile:marzo 2014

Platone, lo sai, a me mi sta abbondantemente sul cazzo. Per esempio: quando nel Cratilo sostiene che i termini linguistici, cioè queste stramaledette parole scritte, sono le rappresentazioni corrette delle cose perché ne descrivono l’essenza stessa, mentre le immagini ci somigliano solo vagamente alle cose, perché, nel migliore dei casi, ne condividono qualche proprietà visiva come la forma e il colore; a me, ecco, mi viene da prendere il volume dei Dialoghi e buttarlo nel cassonetto bianco.

Non fosse che è inutile. Perché quell’altro gran pezzo di merda di Aristotele farà sua questa definizione, tanto che purtroppo te la porti ancora addosso. Roba che ancora riempie tutta la riflessione di Peirce sull’immagine. Una puttanata (l’hanno definita infatti teoria ingenua dell’ immagine) che qualcuno ancora condivide, quella della raffigurazione come somiglianza oggettiva tra l’immagine e il suo soggetto. Secondo la quale un’immagine raffigura il suo soggetto solo se essa immagine assomiglia al suo soggetto. Ti rendi conto che secondo questa teoria Maus, per esempio, sarebbe, inintelligibile.

Per nostra fortuna Cartesio (che probabilmente Pierce non aveva, e un sacco di gente contemporanea che si occupa di immagini non ha, letto) sta roba qui l’ha smentita già a suo tempo, dimostrandola per la cazzata che è (nella Diottrica): infatti non ci vuole un filosofo del cazzo, basta l’evidenza, a dimostrare che ci sono immagini che non condividono con quanto rappresentano né la forma né il colore (pensa a qualsiasi disegno di Makkox!).

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In realtà Platone che era meno coglione di Aristotele e di tanti accademici del giorno d’oggi, già nel Sofista si era accorto dell’insufficenza della sua teoria dell’immagine e ce ne aveva proposto un superamento distinguendo due tipi di mimesi caratterizzanti le immagini.

Una mimesi fantastica, che considera come parametri di somiglianza solo le proprietà di apparenza. Cosa che detta come mangiamo suona così: una cosa può apparire simile a un’altra senza essere questa altra cosa.

Una mimesi icastica, che cerca rapporto di simmetria tra l’immagine e il suo soggetto. E dico. Platone mi sta pure sul culo, ma qui coglie il punto fondamentale di tutta la cultura del guardare. L’immagine raffigura il suo soggetto nella misura in cui gli somiglia in proprietà relative a un osservatore. Raffigurare e somigliare sono relazioni di tipo diverso. E sono io che guardo quello che fa la differenza.

Ogni rappresentazione, diceva Nelson Goodman riprendendo la riflessione di platone e superando Peirce, è tendenzialmente non-riflessiva. Sta sempre per qualcosa d’altro, non per se stessa. Quindi la somiglianza non può essere condizione necessaria della raffigurazione. Ce un fottio di casi, il mondo là fuori, in cui c’è raffigurazione senza somiglianza. Tutte le volte, per esempio, in cui il soggetto della raffigurazione non esiste. Questo ha un senso dannatamente fondamentale per il fumetto. Pensaci, cazzo: non esiste, tanto per dirne uno famoso, un soggetto dell’immagine Topolino.

Fermati un attimo a riflettere si questa cosa.

L’inventario generale di ciò che c’è (ce lo ha insegnato Meinong) comprende anche cose che non esistono. Se il soggetto dell’immagine non esiste (prendi ancora il caso di Topolino) non cambia niente. Topolino appartiene all’inventario di ciò che c’è, oseresti negare che Topolino c’è in ogni storia che di lui ci raccontano?, ma non esiste, se pensi il contrario, e cioè che esiste un topo antropomorfo di nome Mickey, bè meglio se ti fai vedere da uno bravo. Se non cadi vittima del pregiudizio realista mentre fruisci storie (uno dei motivi per cui tanti crociani d’accatto non amano il fumetto e gli preferiscono la letteratura, fino a ridurre il fumetto, per poterlo tollerare a una sua sovrastruttura chiamandolo Graphic Novel) non puoi negare ci sia relazione tra l’entità immagine e il soggetto. Altrimenti ti sarebbe impossibile fruire la storia (come accade a quei mutilati psichici che non capiscono il fumetto perché non colgono quella relazione).

Ciò che preme e che mi chiedo è: questo meccanismo che funziona, e assai bene, per le storie, funziona anche altrettanto bene per esprimere idee e concetti? In altre parole. Si possono fare saggi a fumetti?

bibliografia minima.

Il Cratilo e il Sofista di Platone li trovi in innumerevoli edizioni tascabili; per le cazzate di C.S.Peirce te la risolvi con gli Scritti Scelti della Utet, 2008; la Diottrica di Cartesio la trovi nel volumone delle Opere edito da Bompiani, ma fossi in te mi farei bastare il riassunto di wikipedia; di Nelson Goodman puoi leggerti con assoluto diletto I linguaggi dell’arte, che il Saggiattore ripropone continuamente in edizione economica; di Alexius Meinong per nostra fortuna Quodlibet una manciata di anni fa ha tradotto Teoria dell’oggetto, rompi il cazzo al tuo libraio di fiducia finchè te lo procura, se no fai un salto a Macerata e fattelo dare da loro. Di Maus nemmeno devo dirti. Di Makkox evita qualsiasi cosa. Di Topolino immagino ne avrai letti fin da prima di saper leggere.

(2. continua)

Un lemma fondamentale per la dimostrazione della legge dei grandi numeri, quello di Borel-Cantelli, sostiene che data una serie infinita di prove indipendenti, qualsiasi evento positivo può verificarsi un numero infinito di volte. Un qualche buontempone, chi lo attribuisce a Swift chi a Borges, si è fabbricato su questo lemma il teorema della scimmia infinita: una scimmia che batta a caso sui tasti di una tastiera per un tempo infinito potrà comporre un qualunque testo prefissato, perfino un romanzo di Fabio Volo.

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Capita pure ai fumettari. Che in una produzione sterminata di un fumettaro mediocre si nasconda un qualche gioiello. Se ti procuri, quando esce (magari domani) il numero 92 di Scuola di Fumetto, lì ti racconto anche chi e cosa.

Era marzo, per la quindicesima volta quest’anno. Ero lì, poco prima dell’una di notte, davanti al palchetto dove fanno i concerti allo Zam. E c’era un concerto. Dei Nabat. Acustica di merda, tecnico del suono inesistente, ma una potenza e un impatto emotivo senza pari. Ascoltando la voce di Steno, che ha qualcosa come sette anni più di me, e guardando il pubblico ventenne che sa a memoria Scenderemo nelle strade e Laida Bologna, mi si sono affacciate, tra la nebbia delle troppe birre, alcune considerazioni sulla contemporaneità.

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Infatti era circa gli inizi degli anni ottanta. Erano trenta anni fa, più o meno e io più o meno avevo quindici, forse sedici anni. Qualcuno dei miei amichetti di allora, mi piacerebbe ricordarmi chi, mi passava una cassetta su cui aveva registrato una cosa che gli avevano portato fresca dall’Inghilterra e mi diceva essere una bomba. E la cosa pazzesca è che era vero! Erano i Clash con quel gioiellino di London Calling.

Per le mie orecchie una rivoluzione. Nemmanco ben compresa allora, ma profondamente goduta nella voglia che mi suscitò di un’ancora e sempre più rivoluzionario suonare. Presi in mano la chitarra a causa di quel disco. Non andai molto lontano con quella chitarra in mano. Questa però è un’altra faccenda. Quello che importa è che fu allora, guardando le partiture di Spanish Bombs che capii che cosa è una struttura. Un’opera fondamentale quel cazzo di disco. Quanto e più di tutti i testi strutturalisti e poi situazionisti e poi decostruzionisti che avrei letto almeno quasi dieci anni dopo.

Di lavoro, cioè per mettere insieme il pranzo con la cena, io mi occupo di pressofusione e processi estrusivi. Di un metallo in particolare: l’alluminio. Quello che faccio per guadagnare non ha niente a che vedere con il mondo in cui vorrei crescessero i miei figli. Invece, nonostante le mie intenzioni, cresceranno, come sono cresciuto io, nel mondo che vogliono gli spacciatori di canzonette.

Quelli che per vivere scrivono cantano vendono, senza vergognarsene nemmeno, canzoni…

Il fabbricante di musica a pagamento è uno dei principali elementi patogeni di quella pandemia religiosa che devasta la nostra contemporaneità: il bisogno eterodiretto di quotidiana consolazione. L’uomo, teologizzato dal consumo di narrazione si lascia organizzare in chiese –non è un caso che le tre più grandi religioni abbiano il libro a loro fondamento- , e rinchiuso in queste società artificiali fatte di riti e abitudini, perde il contatto con la realtà. Quindi consuma. Compra storie e canzoni.

Senza contatto con la realtà non può esserci rivoluzione. Senza rivoluzione non si entra nella modernità. E’ il problema di questo paese, così splendidamente narrato dai suoi primoministri e dai suoi sociosemiologi, eternamente congelato nella contemporaneità.

Dicevo. Che per lavoro mi occupo di metalli. Forse tu non te ne rendi conto ma senza metallo il mondo in cui vivi non avrebbe struttura. Se hai visto un forno fusore in attività lo sai che quelle strutture non sono neutre.

I resti di questa crisi sono lì a dimostrartelo. Quelle strutture ti proteggono dal mondo, ma possono anche ucciderti.

Devi assumertene il rischio. Il problema è che spesso non lo sai; che quelle strutture malamente messe in piedi dai fabbricanti di canzonette a pagamento servono a tenerti prigioniero, bamboccione mio, qui, nella contemporaneità.

Mi dice mio figlio, quello grande, alla mia ennesima osservazione di come ai miei tempi, cioè di quando ero ragazzino io, i fabbricanti di musica fossero migliori di quelli attuali in quanto facevano senza alcun intento didattico o pedagogico educazione alla vita, che non capisco niente dei tempi di adesso e che devo smetterla perché se mi rifugio nella nostalgia non riuscirò mai a capire niente. Mi fulmina, mi da dell’intellettuale cervellotico perso dietro a idee vecchie di almeno un secolo, roba da gente inattuale, come la musica di quella rivoluzione lì, quella punk che ascolto in continuazione. Di non rompergli le palle che, anche se io non la so ascoltare, loro ci hanno la loro di rivoluzione musicale.

Non ci dormo. Perché ha ragione.

Mi sono lasciato ingabbiare in quelle strutture narrative che credo di così ben conoscere. Nella più esiziale: quella di una mitica passata età dell’oro. Quella alimentata dalle teorie raffazzonate dei nuovi epici italiani di turno, della grande narrazione etica e mitica. E guardo a quel tempo – che mi fanno credere parli dell’oggi- senza rendermi conto che dell’oggi mi toglie ogni prospettiva.

Questo mi spiega, in fondo, non tanto il fallimento della politica di sinistra, quanto l’arrocco etico e pragmatico dei tanti movimenti libertaril, a cui mi sento così vicino. Il nostro problema più grave, il morbo che ci ha portato all’incapacità di aspirare a un sistema globale di emancipazione, è la nostra autorappresentazione. Così ben coltivata dai fabbricanti di storie a pagamento.

Tutti più o meno di sinistra.

Proprio.

Non c’è da qualche parte un giovane gruppo di musicisti geniali e rivoluzionari capace di riaprimi gli occhi?

Sono trent’anni che li aspetto. Esattamente gli stessi che aspetto la rivoluzione.

 

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a mo’ d’introduzione.

L’ultimo libro di John Berger appena pubblicato da Neri Pozza con il titolo di Il taccuino di Bento, non è solo – dispiace dirlo – abbastanza inutile (una raccolta di brutti disegni tenuti insieme da un collage di testi occasionali e troppo intimi) ma è soprattutto straordinariamente contradditorio. Essendo il pretesto che da l’abbrivio alle 170 pagine del libello, un fantomatico taccuino da disegno appartenuto a Baruch Spinoza, Berger non può eludere completamente il pensiero del filosofo e deve ammettere che il disegno è un esercizio di orientamento: la costruzione di immagini serve a interpretare la realtà. Il problema è che, al di là di questa ammissione, l’assunto principale sostenuto da Berger nel libro (e impossibile da condividere) è metafisico: che disegnare sia una funzione viscerale, indipendente dalla volontà conscia, necessaria per arrivare alla verità delle cose.

In realtà riflettere su fatti culturali come il disegno, trascurando il dato biologico è, dalla comparsa delle neuroscienze negli anni settanta del secolo scorso, un errore che non si dovrebbe più fare. Eppure di studiosi di scienze sociali e umanistiche che si preoccupino di considerare pertinenti alla loro ricerca la biologia del cervello e la teoria dell’evoluzione, a parte qualche filosofo della scienza che però non sa distinguere un logaritmo da un’anguria, io non ne conosco. Siamo fermi lì. Sospesi tra gli empiristi secenteschi: i vari Locke, Hume, Berkeley, per i quali il cervello è una tabula rasa su cui si stampano, attraverso i sensi, i dati dell’ambiente sia quello naturale che quello culturale; e i relativisti del secolo scorso, che insistevano ancora di più su questa cosa, sostenendo – senza prova alcuna- che l’unica invariabile del cervello umano è la sua capacità di imparare. Secondo questi signori tutto il resto, dalla percezione del colore al senso etico, dipenderebbero e varierebbero a seconda della cultura in cui si nasce.

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Ma non è così.

Il cervello umano non è una spugna che si limita ad assorbire i dati del suo ambiente culturale. Non è una tabula rasa. L’architettura del nostro cervello è retta da forti vincoli genetici, che impara nuovi costrutti culturali utilizzando antichi circuiti neuronali nella misura in cui essi tollerano modifiche.

Il disegno è uno di questi. Un costrutto (un’invenzione culturale) relativamente recente rispetto alla storia evolutiva umana: pensa le più antiche pitture rupestri sono datate a 17500 anni fa, contro ai duemilioni di anni che l’Homo erectus ci ha messo a diventare noi.  Ma molto più antico della scrittura che invece ha poco più di 5400 anni (l’alfabeto fonetico poi non ne ha 4000).

(continua)

 

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Portano in se, le attuali insurrezioni urbane che costellano la cronaca degli ultimi tempi da Parigi a Londra, dalla ValSusa a Kiev, dalla Turchia alla Grecia, da Euskadi al Brasile, una spietata novità: i loro attanti non vogliono tutto come gli ingenui rivoluzionari del nostro passato, bensì vogliono distruggere tutto: nella fattispecie la merce e i suoi simboli più feroci: bancomat, e automobili (o la loro sadica sublimazione: i treni ad alta velocità). Su questa novità gli intellettuali comunquecomunisti o pernientecomunisti, ammucchiano analisi su analisi viziate però da una sintesi obbligata. Mi spiego: tutte le loro tesi, anche quando sono originali e passano attraverso qualche antitesi non strumentale alla dimostrazione del discorso, devono finire tutte in un punto precostituito: la lotta di classe. Sta di fatto che qui, in tutte queste belle insurrezioni Marx non centra una benedetta cippa di cazzo, perché la questione è tutta linguistica.

Penso ai più recenti studi della fonetica percettiva e mi convinco che la lingua parlata dal “canagliume insorgente” è l’unica lingua che i suoi diretti interlocutori – i buoni borghesi cioè- possono capire.

Ora. I ragazzi che in questi anni protestano, sanno per diretta esperienza (sono generazioni forti e sveglie, altro che rammollite come amano illudersi certi vecchi rincoglioniti) e per istinto, che il mondo non ha la stessa struttura del pensiero e del linguaggio. Sanno che invece i padroni del mondo (industriali, papi, hayattollà e rabbini, politici, filosofi linguisti e poliziotti, editori e dentisti) vogliono che noi lo si creda fermamente perché così, controllando il nostro linguaggio non hanno difficoltà a controllare prima noi e poi il mondo.

Poiché però (anche se essi sanno che il mondo ha regole sue e non quelle della comunicazione) le uniche regole accettate sono quelle della comunicazione; e dato che un contesto comunicativo può essere messo in crisi solo da un nuovo modello fonetico, i ribelli si sono trovati a dover costruire questo nuovo modello (chiamiamolo “la distruzione della merce”) che fosse a un tempo causa di crisi per il sistema normativo borghese ma al tempo stesso comprensibile e normalizzabile dal suo sistema percettivo. Un linguaggio nuovo, strutturato su un paradigma antico come il mondo: la violenza; ma universalmente comprensibile: non è un caso che le insurrezioni si accendano ovunque.

Incendiare automobili, scassare compressori, distruggere insomma la merce (cancellare cioè l’espressione massima del linguaggio capitalistico), è per gli esclusi l’unico linguaggio possibile per farsi sentire. E probabilmente, anche se i costi di questo saranno altissimi e prossimi alla catastrofe, per farsi ascoltare.

ps. Lo so che un moto ribellistico, per quanto lungo, non è la rivoluzione; ma so anche che rivoluzione è il modo migliore per tradurre il greco katastrophè.

 

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Venerdì sera la situazione era un po’ incasinata. Stavo male (tipo febbre e ammennicoli vari) ma dovevo tirare comunque le undici e mezzo postmeridiane e dalle parti del più morto dei centricittà italiani: quello milanese. Allora. Mangio una pizza, bevo una birra, ingollo due aspirine e mi infilo – che il prezzo è abbordabile (12 euro), che c’è ancora qualche posto e basta selezionare poltroncina libera e inserire numero carta di credito e ci hai il tuo bel codice a barre che ti consente l’ingresso – a teatro, al Piccolo a vedermi L’ispettore generale. Finisce giusto per l’ora che serve a me. Sì c’è il rischio che se mi addormento io russo pesante e mi sentono fin sul proscenio. Magari mi sbattono fuori. Lo corro: il rischio.

No. Intendiamoci.

La compagnia lì, che lo rappresentava… mi ricordo mica come si chiama… però, ecco… sono tutti bravissimi lì, per carità. Molto teatrali sì, con la tendenza a trasformare il grottesco gogoliano in cabarettismo alla Zelig. Il sindaco per esempio sembra Bisio. E anche gli altri interpreti mi ricordano dimenticabili macchiette da umorismo televisivo. Non fosse poi che fare teatro a teatro mi sembra una cosa ormai… come dire… come quella che fanno i registi del nuovo cinema italiano, innaturale ecco. Appunto. Però. Dai. Dice che il regista di quella compagnia lì è un giovane che viene dalla lirica. Vedi che te la spieghi, alla fine, tutta quanta la cazzo di polvere che, nonostante le modernità scenografiche, c’è su quell’adattamento!

Eppure, mentre lotto per non addormentarmi (e non so dirti se il sonno era causato dalla reazione chimica della birra con l’acido acetilsalicilico o dalla messa in scena), penso che la situazione di questo paese è molto simile, in fondo, a quella della Russia degli anni trenta del XIX secolo. Il decadimento etico e culturale della nostra classe padronale (quella che eufemisticamente viene definita: dirigente) è lo stesso, forse anche più grave, di quello di quella casta amministrativa e di quella nobiltà latifondista che saranno spazzate via dalla Rivoluzione d’Ottobre. (Per essere sostituite da altre egualmente esiziali, hai ragione, ma adesso non siamo qui a far processi all’URSS).

Non sono ottimista. Non credo che l’Italia sarà scossa nemmeno da qualche sciaquettio di ipocrita progressismo socialista, figurarsi la rivoluzione. Comunista, persino. Via… Se tutti gli italiani che si lamentano, fossero davvero guerriglieri, come dovrebbero essere davanti all’ attuale stato di cose, la presa del Palazzo d’Inverno sarebbe anche vicina.

Ma. Dormiranno sonni tranquilli tutti i burocrati, tutti i giullari e quella manciata di principi che controllano il paese.

Gli italiani sono solo tanti sindaci Anton Antonovic che, disposti a tutto, si apparecchiano carriere da primi cittadini a primi ministri. In particolare i moralisti e gli accademici che più tuonano. Alla fine cercano solo e sempre un padrone da servire e un piatto caldo. Perché allora, rappresentato, quel testo mi è sembrato fuori dal tempo?

Domenica. Me ne sto alla casa. Cerco, senza successo, di curarmi. Per passare il tempo lo tiro giù dallo scaffale Gogol, ci soffio via la polvere e leggo. Sarà mica colpa del russo quel senso di inadeguatezza temporale che ho vissuto? No. E’ colpa del teatro che si fa oggi in Italia. Mentre il teatro dovrebbe essere adeguatezza temporale, ché il teatro se non è contemporaneità non esiste… il teatro italiano contemporaneo (come il cinema) è un brutale guardiano della digestione borghese – poi un’altra volta ti descrivo che cos’è il pubblico dei teatri milanesi… ci sarebbe da farci un saggio sociologico). Finisco di leggere.

No.

Te lo assicuro.

Non è colpa di Gogol.

Ancora una volta è colpa nostra. Della nostra volontà di servire. Basta che non costi troppa fatica, però e che ci lascino digerire in pace, magari ridacchiando grazie a una satira disarmata e televisiva.

 

ps.

1.sul diritto dello spettatore di addormentarsi ti consiglio la lettura del pamphlet di Ennio Flaiano, Lo spettatore addormentato, Adelphi, 2010

2. mi dicono che se voglio vedere del teatro che abbia senso oggi dovrei fare un salto all’

Edinburgh International Festival.

Raccatto i soldi e prometto che quest’estate ci vado.

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scegliere un fumeto è sexy

I primi testi a stampa erano ricchi di incisioni e di immagini. Come per le immagini nei manoscritti (pensa alla ricchezza grafica, per esempio, dei capolettera) la loro presenza non era solo una preoccupazione estetica.

Leggere era un fatto complesso (te lo ricordi l’aneddoto che ti ho raccontato qui, quello di Agostino e Ambrogio?). Le immagini erano utilizzate con funzione segnica,  si potrebbe dire ritmica, del procedere testuale, quasi a costituire le tappe del percorso di lettura (se leggi il francese, sull’argomento ti consiglio il volume di Henri-Jean Martin, La naissance du livre moderne, Editions du cercle dela librarie, 2000).

Poi succede che, tra il XV e il XVI secolo all’immagine viene attribuito un compito didattico e diventa supporto per l’apprendimento. La subalternità propedeutica dell’immagine alla scrittura nella formazione del sapere (si diffondono enciclopedie, manuali e testi scientifici) le conferisce comunque una sua legittimità. Da qui il passo ad assumere autonomia è breve. Le figure si fanno conseguentemente carico di una sempre maggiore responsabilità narrativa; fino a influire sull’architettura del testo (Cfr. Giovanna Zanganelli, Itinerari dell’immagine. Per una semiotica della scrittura, Lupetti, 2008).

E alla fine eccocì qua. Nel nostro tempo. Quello in cui J. Mc Gann può sostenere (riprendendo in qualche modo il pensiero di Greimas) che il testo non possiamo più, se mai è stato possibile, considerarlo solo nei termini del suo contenuto semantico ma come costruzione fisicamente strutturata. La forma grafica (dice Mc Gann nel suo fondamentale La letteratura dopo il WWW – traduzione italiana e paracula di un ben più significativo Radiant Textuality– Edizioni Università di Bologna, 2002) riflette il contenuto del testo.

Nel fumetto la forma grafica è il contenuto del testo. Che in altre parole potremmo dirla come: nè prima scritto nè dopo disegnato.

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