non è star sopra un albero (fonetica e catastrofe)

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Portano in se, le attuali insurrezioni urbane che costellano la cronaca degli ultimi tempi da Parigi a Londra, dalla ValSusa a Kiev, dalla Turchia alla Grecia, da Euskadi al Brasile, una spietata novità: i loro attanti non vogliono tutto come gli ingenui rivoluzionari del nostro passato, bensì vogliono distruggere tutto: nella fattispecie la merce e i suoi simboli più feroci: bancomat, e automobili (o la loro sadica sublimazione: i treni ad alta velocità). Su questa novità gli intellettuali comunquecomunisti o pernientecomunisti, ammucchiano analisi su analisi viziate però da una sintesi obbligata. Mi spiego: tutte le loro tesi, anche quando sono originali e passano attraverso qualche antitesi non strumentale alla dimostrazione del discorso, devono finire tutte in un punto precostituito: la lotta di classe. Sta di fatto che qui, in tutte queste belle insurrezioni Marx non centra una benedetta cippa di cazzo, perché la questione è tutta linguistica.

Penso ai più recenti studi della fonetica percettiva e mi convinco che la lingua parlata dal “canagliume insorgente” è l’unica lingua che i suoi diretti interlocutori – i buoni borghesi cioè- possono capire.

Ora. I ragazzi che in questi anni protestano, sanno per diretta esperienza (sono generazioni forti e sveglie, altro che rammollite come amano illudersi certi vecchi rincoglioniti) e per istinto, che il mondo non ha la stessa struttura del pensiero e del linguaggio. Sanno che invece i padroni del mondo (industriali, papi, hayattollà e rabbini, politici, filosofi linguisti e poliziotti, editori e dentisti) vogliono che noi lo si creda fermamente perché così, controllando il nostro linguaggio non hanno difficoltà a controllare prima noi e poi il mondo.

Poiché però (anche se essi sanno che il mondo ha regole sue e non quelle della comunicazione) le uniche regole accettate sono quelle della comunicazione; e dato che un contesto comunicativo può essere messo in crisi solo da un nuovo modello fonetico, i ribelli si sono trovati a dover costruire questo nuovo modello (chiamiamolo “la distruzione della merce”) che fosse a un tempo causa di crisi per il sistema normativo borghese ma al tempo stesso comprensibile e normalizzabile dal suo sistema percettivo. Un linguaggio nuovo, strutturato su un paradigma antico come il mondo: la violenza; ma universalmente comprensibile: non è un caso che le insurrezioni si accendano ovunque.

Incendiare automobili, scassare compressori, distruggere insomma la merce (cancellare cioè l’espressione massima del linguaggio capitalistico), è per gli esclusi l’unico linguaggio possibile per farsi sentire. E probabilmente, anche se i costi di questo saranno altissimi e prossimi alla catastrofe, per farsi ascoltare.

ps. Lo so che un moto ribellistico, per quanto lungo, non è la rivoluzione; ma so anche che rivoluzione è il modo migliore per tradurre il greco katastrophè.

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