Do comics’ authors make comic essays?

 

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a mo’ d’introduzione.

L’ultimo libro di John Berger appena pubblicato da Neri Pozza con il titolo di Il taccuino di Bento, non è solo – dispiace dirlo – abbastanza inutile (una raccolta di brutti disegni tenuti insieme da un collage di testi occasionali e troppo intimi) ma è soprattutto straordinariamente contradditorio. Essendo il pretesto che da l’abbrivio alle 170 pagine del libello, un fantomatico taccuino da disegno appartenuto a Baruch Spinoza, Berger non può eludere completamente il pensiero del filosofo e deve ammettere che il disegno è un esercizio di orientamento: la costruzione di immagini serve a interpretare la realtà. Il problema è che, al di là di questa ammissione, l’assunto principale sostenuto da Berger nel libro (e impossibile da condividere) è metafisico: che disegnare sia una funzione viscerale, indipendente dalla volontà conscia, necessaria per arrivare alla verità delle cose.

In realtà riflettere su fatti culturali come il disegno, trascurando il dato biologico è, dalla comparsa delle neuroscienze negli anni settanta del secolo scorso, un errore che non si dovrebbe più fare. Eppure di studiosi di scienze sociali e umanistiche che si preoccupino di considerare pertinenti alla loro ricerca la biologia del cervello e la teoria dell’evoluzione, a parte qualche filosofo della scienza che però non sa distinguere un logaritmo da un’anguria, io non ne conosco. Siamo fermi lì. Sospesi tra gli empiristi secenteschi: i vari Locke, Hume, Berkeley, per i quali il cervello è una tabula rasa su cui si stampano, attraverso i sensi, i dati dell’ambiente sia quello naturale che quello culturale; e i relativisti del secolo scorso, che insistevano ancora di più su questa cosa, sostenendo – senza prova alcuna- che l’unica invariabile del cervello umano è la sua capacità di imparare. Secondo questi signori tutto il resto, dalla percezione del colore al senso etico, dipenderebbero e varierebbero a seconda della cultura in cui si nasce.

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Ma non è così.

Il cervello umano non è una spugna che si limita ad assorbire i dati del suo ambiente culturale. Non è una tabula rasa. L’architettura del nostro cervello è retta da forti vincoli genetici, che impara nuovi costrutti culturali utilizzando antichi circuiti neuronali nella misura in cui essi tollerano modifiche.

Il disegno è uno di questi. Un costrutto (un’invenzione culturale) relativamente recente rispetto alla storia evolutiva umana: pensa le più antiche pitture rupestri sono datate a 17500 anni fa, contro ai duemilioni di anni che l’Homo erectus ci ha messo a diventare noi.  Ma molto più antico della scrittura che invece ha poco più di 5400 anni (l’alfabeto fonetico poi non ne ha 4000).

(continua)

 

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