inaudita rivoluzione

Era marzo, per la quindicesima volta quest’anno. Ero lì, poco prima dell’una di notte, davanti al palchetto dove fanno i concerti allo Zam. E c’era un concerto. Dei Nabat. Acustica di merda, tecnico del suono inesistente, ma una potenza e un impatto emotivo senza pari. Ascoltando la voce di Steno, che ha qualcosa come sette anni più di me, e guardando il pubblico ventenne che sa a memoria Scenderemo nelle strade e Laida Bologna, mi si sono affacciate, tra la nebbia delle troppe birre, alcune considerazioni sulla contemporaneità.

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Infatti era circa gli inizi degli anni ottanta. Erano trenta anni fa, più o meno e io più o meno avevo quindici, forse sedici anni. Qualcuno dei miei amichetti di allora, mi piacerebbe ricordarmi chi, mi passava una cassetta su cui aveva registrato una cosa che gli avevano portato fresca dall’Inghilterra e mi diceva essere una bomba. E la cosa pazzesca è che era vero! Erano i Clash con quel gioiellino di London Calling.

Per le mie orecchie una rivoluzione. Nemmanco ben compresa allora, ma profondamente goduta nella voglia che mi suscitò di un’ancora e sempre più rivoluzionario suonare. Presi in mano la chitarra a causa di quel disco. Non andai molto lontano con quella chitarra in mano. Questa però è un’altra faccenda. Quello che importa è che fu allora, guardando le partiture di Spanish Bombs che capii che cosa è una struttura. Un’opera fondamentale quel cazzo di disco. Quanto e più di tutti i testi strutturalisti e poi situazionisti e poi decostruzionisti che avrei letto almeno quasi dieci anni dopo.

Di lavoro, cioè per mettere insieme il pranzo con la cena, io mi occupo di pressofusione e processi estrusivi. Di un metallo in particolare: l’alluminio. Quello che faccio per guadagnare non ha niente a che vedere con il mondo in cui vorrei crescessero i miei figli. Invece, nonostante le mie intenzioni, cresceranno, come sono cresciuto io, nel mondo che vogliono gli spacciatori di canzonette.

Quelli che per vivere scrivono cantano vendono, senza vergognarsene nemmeno, canzoni…

Il fabbricante di musica a pagamento è uno dei principali elementi patogeni di quella pandemia religiosa che devasta la nostra contemporaneità: il bisogno eterodiretto di quotidiana consolazione. L’uomo, teologizzato dal consumo di narrazione si lascia organizzare in chiese –non è un caso che le tre più grandi religioni abbiano il libro a loro fondamento- , e rinchiuso in queste società artificiali fatte di riti e abitudini, perde il contatto con la realtà. Quindi consuma. Compra storie e canzoni.

Senza contatto con la realtà non può esserci rivoluzione. Senza rivoluzione non si entra nella modernità. E’ il problema di questo paese, così splendidamente narrato dai suoi primoministri e dai suoi sociosemiologi, eternamente congelato nella contemporaneità.

Dicevo. Che per lavoro mi occupo di metalli. Forse tu non te ne rendi conto ma senza metallo il mondo in cui vivi non avrebbe struttura. Se hai visto un forno fusore in attività lo sai che quelle strutture non sono neutre.

I resti di questa crisi sono lì a dimostrartelo. Quelle strutture ti proteggono dal mondo, ma possono anche ucciderti.

Devi assumertene il rischio. Il problema è che spesso non lo sai; che quelle strutture malamente messe in piedi dai fabbricanti di canzonette a pagamento servono a tenerti prigioniero, bamboccione mio, qui, nella contemporaneità.

Mi dice mio figlio, quello grande, alla mia ennesima osservazione di come ai miei tempi, cioè di quando ero ragazzino io, i fabbricanti di musica fossero migliori di quelli attuali in quanto facevano senza alcun intento didattico o pedagogico educazione alla vita, che non capisco niente dei tempi di adesso e che devo smetterla perché se mi rifugio nella nostalgia non riuscirò mai a capire niente. Mi fulmina, mi da dell’intellettuale cervellotico perso dietro a idee vecchie di almeno un secolo, roba da gente inattuale, come la musica di quella rivoluzione lì, quella punk che ascolto in continuazione. Di non rompergli le palle che, anche se io non la so ascoltare, loro ci hanno la loro di rivoluzione musicale.

Non ci dormo. Perché ha ragione.

Mi sono lasciato ingabbiare in quelle strutture narrative che credo di così ben conoscere. Nella più esiziale: quella di una mitica passata età dell’oro. Quella alimentata dalle teorie raffazzonate dei nuovi epici italiani di turno, della grande narrazione etica e mitica. E guardo a quel tempo – che mi fanno credere parli dell’oggi- senza rendermi conto che dell’oggi mi toglie ogni prospettiva.

Questo mi spiega, in fondo, non tanto il fallimento della politica di sinistra, quanto l’arrocco etico e pragmatico dei tanti movimenti libertaril, a cui mi sento così vicino. Il nostro problema più grave, il morbo che ci ha portato all’incapacità di aspirare a un sistema globale di emancipazione, è la nostra autorappresentazione. Così ben coltivata dai fabbricanti di storie a pagamento.

Tutti più o meno di sinistra.

Proprio.

Non c’è da qualche parte un giovane gruppo di musicisti geniali e rivoluzionari capace di riaprimi gli occhi?

Sono trent’anni che li aspetto. Esattamente gli stessi che aspetto la rivoluzione.

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