Scaviarun. Alcune considerazioni sui fumetti di Tuono Pettinato (2)

Feltrinelli_La-promessa

Tre.

Torniamo ai gialli. Se non hai ancora letto niente di Friedrich Dürrenmatt smetti la lettura di questo post, potrei rovinarti qualche interessante sorpresa. Vai a leggerti almeno Il giudice e il suo boia, ma soprattutto La Promessa. Poi torna pure qui, che riprendiamo il discorso partendo da quello sceneggiato di cui ti stavo parlando l’ultima volta che ci siamo visti da queste parti. Quello sceneggiato (vedi post precedente) era ispirato, come scoprii qualche tempo dopo, a un romanzo breve (e la sua brevità mi convinse subito a leggerlo) di Dürrenmatt intitolato appunto La Promessa e che recava un sottotitolo molto eloquente: un requiem per il romanzo giallo.

L’opinione diffusa, quella che ti snocciola chiunque abbia dimestichezza con questa letteratura di genere, è che con questo romanzo Dürrenmatt abbia voluto mettere in crisi la struttura classica del romanzo giallo, imbastita sulle regole drammatiche di Aristotele e fatta tutta di tali e tante formalità razionali e logica consequenzialità degli eventi da portare Sigfried Kracauer ad affermare che “la fine di ogni romanzo poliziesco rappresenta la vittoria della ratio…”. In realtà io credo che a Dürrenmatt della struttura del romanzo giallo gliene importasse sega, e ancor meno gli importava, come invece vorrebbe Ernest Mandel, di conferire al romanzo poliziesco un tono nuovo e paradossale.

In fondo prima di lui (La promessa è del 1957) che il romanzo poliziesco, invece di segnare il trionfo della logica, dovesse consacrare il fallimento del ragionamento per colpa del caso, già lo avevano sostenuto (con quelle testuali parole) Boileau e Narcejac in due romanzi fondamentali Celle qui n’etait plus (del 1952) e D’entre les Morts (del 1954). Da questo secondo romanzo Hitchcock ci trarra il bellissimo Vertigo, ma stravolgendolo completamente: la trama del romanzo infatti è il trionfo dell’assurdo, quasi Ionesco si fosse divertito a scrivere un noir.

In realtà l’interesse di Dürrenmatt è tutto epistemologico. Non è vero, come sostenuto da più parti, che l’intervento del caso impedisce di arrivare alla verità. La tesi di Dürrenmatt è esattamente contraria. L’ha esposta chiaramente ne Il giudice e il suo boia (romanzo del 1952). E’ proprio il caso “il quale tuttavia ha la sua parte in tutto… il motivo per cui la maggior parte dei delitti vengono immancabilmente alla luce”. Con la logica si arriva solo a un passo dalla verità. Bisogna sapere guardare l’imperfezione per procedere verso la verità. Il commissario Matthai non impazzisce per il motivo di non avere scoperto l’assassino di bambine che imperversava per i Grigioni, impazzisce per essere venuto meno all’imperativo morale di non avere mantenuto una promessa (altro tema filosofico, quello dell’etica e della giustizia, presente in Dürrenmatt dai tempi dell’altro commissario, Barlach, ma che qui non ci interessa). Matthai la verità la scopre eccome, e praticamente già a metà del romanzo. E la scopre perché sa fare una cosa che gli altri non sanno, o non sono interessati a fare. Sa guardare e decifrare un disegno. Quello che la piccola Gritli Moser ha fatto del suo assassino e stupratore, prima che egli si rivelasse tale, e che fa bella mostra di se appeso nella classe della scuola elementare del paese dove la bambina viveva.

Eggià. Non è un caso allora se ci pensi: Walter Benjamin aveva notato che esiste una corrispondenza cronologica tra la scoperta della fotografia e la nascita del romanzo poliziesco. Non è una questione di (con)sequenzialità. Alla verità ci arrivi se sai guardare le immagni. Capirne non tanto le sequenze, quello sanno farlo tutti, quanto  l’intenzionalità. Capisci l’importanza fondamentale di quel libro?

E adesso la faccenda si complica.

A questo punto non so se riuscirò a cominciare a parlarti, come mi riproponevo, dei fumetti di Tuono Pettinato nel prossimo post. Ma giuro che cerco di arrivarci il più in fretta che posso.

(2.continua)

3 commenti
  1. Fabrizio ha detto:

    “- No, – disse la bambina, – il gigante aspettava Gritli tutte le settimane e le dava dei porcospini.”
    Boris, è possibile scoprire se nell’originale ‘porcospino’ è reso con ‘stachelschwein’ o con ‘igel’?

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    • mon cher
      credo scoprirlo sia abbastanza facile
      basterebbe procurarsi un’edizione originale.

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  2. Fabrizio ha detto:

    Si, credo sia l’unica (speravo tu l’avessi).
    E’ che mio cugino, con cui ho letto il libro, se ne è entusiasmato. Lui però non crede che i fatti siano andati come ci vengono raccontati. Per lui i ‘dischetti’ nella mano del gigante sono monete. La Moser avrebbe rivelato (magari così, di sfuggita o sussurrando) di aver avuto dei soldi (‘geld’) ma quella impiastra della sua compagna capisce ‘igel’.
    Mio cugino, di conseguenza, ritiene fasulla tutta la spiegazione finale, ‘Romanzo nel romanzo.’ dice lui. Mah.

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