Mein Kamm. I nodi al pettine. Alcune considerazioni sui fumetti di Tuono Pettinato (3)

Quattro.

Ecco.

Uno quasi si vergogna a sottolineare l’evidente banalità che la nostra società è immersa nella profusione del vedere. La vista è il senso principale con cui ci avviciniamo al mondo, al punto che Merleau-Ponty (che probabilmente non aveva mai affrontato un dialogo nel buio) non provava nessun imbarazzo nello scrivere una scemenza (non avertene a male per come li tratto, io gli voglio anche bene ai filosofi: sono persone capaci di scrivere le più grosse assurdità come fossero verità scientifiche, che più bravi conosco solo gli economisti) come quella che “l’esistenza è principalmente ed essenzialmente visiva e non si potrebbe fare un mondo con profumi e suoni” (puoi anche buttargli un occhio, se ti va al suo il visibile e l’invisibile, Bompiani, 2003).

FF4_InvisibleGirlNon c’è da stupirsi quindi che l’incapacità e impossibilità di vedere, la cecità insomma, sia stigmatizzata come uno stato d’angoscia, di solitudine, di vulnerabilità, arrivando come ha sottolineato Pierre Henri in Les Aveugles et la Societé (PUF,1958) ad essere un derivato metaforico di carattere peggiorativo. “In tutte le lingue cieco è colui che manca di lumi, di ragione… che agisce senza discernimento”.

Ecco.

A mio avviso la grandezza innovativa de La Promessa di Dürrenmatt, come già ho cercato di spiegarti, sta non tanto nello smontaggio della logica ferrea del racconto giallo (in fondo è una logica ferrea quella che porta Mattahi a capire la verità) quanto il capovolgimento di questo assunto culturale. Mattahi perde il discernimento, piomba nelle tenebre della follia per aver saputo vedere più e meglio degli altri. Te l’ho già detto no? Che giunge alla verità attraverso la precisa e corretta interpretazione di un disegno. Mattahi è consapevole che il guardare è condizione necessaria delll’azione, se guardi non sei più al riparo, non puoi invocare nessuna innocenza. Ti tocca sentirti responsabile di ciò che vedi. Questa responsabilità ha un’implicazione etica, un patto che stringiamo con la realtà: una promessa. Ogni vista è un’interpretazione, ogni interpretazione è un atto morale. (Come ho già detto Mattahi impazzisce perché non sa reggere questa responsabilità, perdendo la fiducia della donna e della bambina che aveva usato come esca, ma questa è un’altra storia e qui non ci interessa). Questa cosa la teorizza in termini antropologici David Le Breton, alle pagine da 43 a 50 del suo fondamentale, anche se non sempre condivisibile, Il sapore del mondo (Cortina Editore, 2007). Ma già molti anni prima, era il 1992, il trio francioso Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde ci aveva fatto un film originalissimo e controverso: Il cameraman e l’assassino.

Ecco.

Non c’è bisogno che ti leggi le 490 pagine di Le Breton. Vediti il film.

E adesso che l’hai visto. Possiamo passare al vero argomento che ci sta a cuore. Come il dittico capolavoro formato da Corpicino e da Nevermind di Tuono Pettinato si ponga con forza teorica e innovativa nella problematica etica del vedere e del sentire: in ultima analisi di un’epistemologia a fumetti.

(3.continua)

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