Barba e capelli. Alcune considerazioni sui fumetti di Tuono Pettinato (4)

Povero corpicino alto una spanna,
Povero nulla che per me sei tutto
E. De Amicis, I bimbi

 

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Cinque.

Una delle più riuscite letture della fiaba di Cappuccetto Rosso è quella del film di Cory Edwards: Cappuccetto Rosso e gli insoliti sospetti che, parodiando film classici come Rashomon e film furbetti come I soliti sospetti, da della antichissima fiaba l’interpretazione più corretta: un viaggio, che non lascia illesi, attraverso le difficoltà della conoscenza. Che La Promessa, come ho cercato di dimostrarti fino a qui, sia una riflessione filosofica sulle complicazioni etiche della conoscenza, lo avvalla quindi il fatto che l’archetipo su cui Dürrenmatt l’ha costruita sia la versione di Cappuccetto Rosso quella tremenda, raccolta da Charles Perrault nel suo I racconti di Mamma Oca del 1697. C’è tutto. La bambina vestita di rosso, l’essere feroce che la stupra e la uccide, e come nella versione di Perrault nessun lieto fine. Il lupo si mangia la bambina e nessun taglialegna interviene a salvarla. Poi soprattutto c’è il bosco.

Se hai letto Propp (e se non l’hai fatto fallo: procurati subito Morfologia della Fiaba, Einaudi lo ristampa in tutte le salse) sai che il bosco è luogo di pericoli e insidie che, se sai superarle grazie alle tue abilità, ti permette l’accesso alla conoscenza.

E’ con una lunga sequenza di tavole che mostrano un bambino che si avventura da solo nel bosco che si apre Corpicino di Tuono Pettinato. A differenza però della bambina di Dürrenmatt, e invece come la Cappuccetto Rosso di Perrault, il bambino Marcellino Diotisalvi non è innocente. Perché guarda il mondo. Hai fatto attenzione alla rilevanza degli occhi nella sua anatomia infantile? L’occhio, spiegava Merleau-Ponty (scusami, ancora sto bamba di filosofo… ma stavolta l’ha detta giusta) nella Fenomenologia della percezione (Bompiani, 2003), non è mai innocente, quando percepisce le cose lo fa attraverso i filtri di una cultura, di una storia, di un inconscio. Lo sguardo appartiene a un soggetto preciso, non esiste uno sguardo assoluto, ed è radicato nel corpo di quel soggetto; non riflette il mondo, lo costruisce con le sue rappresentazioni. Lo sguardo di Marcellino crea una rappresentazione di violenza. Vede delle formiche (hai notato come Tuono Pettinato sottolinei il suo vederle con la ridondanza di quelle lineette che vanno dagli occhi all’oggetto?) e scatena il massacro. Come lo sguardo (la serie di inquadrature in semisoggettiva) dell’assassino scatena l’azione dell’uccisione della quale Tuono Pettinato ci rende, con abile maestria, complici: non mostrandocela (le tre tavole nere) ci obbliga a immaginarla e quindi a esserne creatori. Più responsabili di così!

Nel 1873, qualche anno prima del Pinocchio, Carlo Lorenzini volge (come amava dire lui) in italiano I racconti di Mamma Oca di Perrault. Come sostiene Paolo Paolini (Collodi traduttore di Perrault, «Studi collodiani», Atti del 1° Convegno Internazionale, Pescia, 1974) molto del materiale narrativo e filosofico delle favole perraultiane scivolerà nel suo capolavoro. In particolare la poliedricità ermeneutica (delle svariate possibilità interpretative di Pinocchio ci ha dato conto Beniamino Placido, nel gustosissimo Tre divertimenti. Variazioni sul tema dei Promessi Sposi, di Pinocchio e di Orazio, Il Mulino, 1990). Non c’è quindi da stupirsi se, dopo il fulminante inizio che ci chiama, come minimo, a correi, il libro prende una piega che definirei manganelliana, attraversando sulle tracce del libro parallelo di Manganelli (Adelphi l’ha ripubblicato una decina d’anni fa, magari il Pinocchio parallelo l’ha ancora in catalogo; trovalo!), e riscrivendola… no scusa, ridisegnandola l’esperienza di Pinocchio – il vero, molto più dei Promessi Sposi, romanzo fondativo della narrativa italiana, alla luce della nostra società dello spettacolo. Quasi fosse un gioco di ruolo o da tavola e detournandoci debordianamente la verità.

Cioè. Ogni lettura epistemologica di Pinocchio è possibile. Allora Tuono Pettinato lo trasforma in un giallo classico. E qual’è il giallo classico che se non tutti hanno letto, ci hanno almeno giocato una volta? Cluedo. Alla fine della fiera la soluzione dell’omicidio il lettore la trova nella bustina infilata al termine del libro: tre figurine con l’arma del delitto il luogo e l’assassino.

Ma. Ti dicevo ci detourna. Si prende gioco della nostra buonafede di lettori. Perché per ogni libro quelle tre figurine sono diverse. Perché l’unico assassino è il lettore. L’omicidio non è mai avvenuto. Tre tavole nere, ricordi? Non succede niente dentro tre tavole nere se non quello che tu che le stai guardando vuoi che ci succeda.

Insomma. Corpicino è un libro rivoluzionario perché afferma perentoriamente che la qualità di ciò che guardiamo dipende dalla nostra volontà di guardarlo. Non abbiamo giustificazioni.

Quindi ogni volta che guardiamo un fumetto ci macchiamo di colpe innominabili. E non possiamo neppure fare come Edipo: punire la nostra colpevolezza privandoci del senso attraverso cui passa tutta questa responsabilità: la vista.

Te l’ho già detto. Merleau-Ponty diceva una scemenza quando postulava l’impossibilità di un mondo fatto solo di odori o di rumori. Il mondo esiste anche se abbiamo gli occhi chiusi. Il mondo si da nonostante la nostra cecità.

Non so se hai letto Sotto il sole giaguaro (nel caso rimedia) di Calvino… ‘spetta, però… adesso dobbiamo affrontare Nevermind… facciamo pausa.

 

(4.continua)

3 commenti
  1. moltitudo ha detto:

    bellissima serie di articoli (ma a dirla tutta sono ben pochi quelli che non leggo con interesse).
    i punti di valore che rilevi in Corpicino sono innegabili. ma, contemporaneamente, trovo che segni anche un grande ritardo e un imperdonabile didascalismo in alcune delle sue tematiche chiave: la spettacolarizzazione del dramma e la corresponsabilità della comunità nell’omicidio.
    ritardo perché un libro del 2013 in cui l’azione mediatica si svolge nella redazione di un giornale e davanti alle telecamere di una televisione all-news relegando la “socializzazione” dell’evento su internet a un fan blog è storicamente già superato (non faccio esempi perché anche pensando solo al cinema sono innumerevoli i titoli che hanno approfondito il ruolo e le influenze del giornalismo e della cronaca); didascalismo perché chiunque abbia letto anche solo un riassunto delle teorie girardiane sul capro espiatorio (teorie che vengono pubblicate già dal 1972) non può che trovare ridondanti e, a dirla tutta, fin troppo semplicistiche.
    guarda, per dire gli esempi che mi vengono in mente al momento, come queste dinamiche sacrificali vengono esplicitate – 50 anni fa – nel Signore delle mosche o (in modo più contemporaneo, senza renderle il centro narrativo dell’opera) nell’aggressione al tassista ne La parte dei critici di 2666 di Bolaño.
    in questo senso anche l’escamotage delle carte cluedo – pur non perdendo un briciolo di brillantezza (anzi, per me davvero un colpo di genio) – sanno un po’ di ruffianata, compensando – con l’estensione del campo dell’interpretabile del libro al di fuori del libro stesso – una mancanza del testo.
    chiedo venia per la forma dell’intervento, spero sia comunque comprensibile il senso.

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  2. intervento comprensibilissimo e puntuale. e azzeccato. Ovviamente nel mio pezzo ho trascurato tutti gli argomenti che non riguardassero direttamente una teoria del fumetto in quanto sistema ermeneutico complesso. Per questo l’unico punto sul quale non sono d’accordo con te è la valutazione che dai delle carte stile cluedo come ruffianata a compensare una mancanza del testo: la risoluzione dell’enigma. Mentre per me sono il culmine teorico della riflessione (anche involontaria, spesso i fumettari hanno il cervello nel polso destro – sinistro se mancini) di Tuono sul fumetto.

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  3. moltitudo ha detto:

    che le carte siano il il culmine teorico della riflessione non lo nego (anzi, proprio in questo senso le definisco un colpo di genio). confesso però una mia diffidenza nei confronti della “gadgettistica”, figlia del mio integralismo linguistico (che, tengo a specificare, non sono affatto sicuro sia un bene): un libro si deve risolvere nel libro (oltre che nella realtà e nell’esperienza del lettore, ma non complichiamo ulteriormente le cose). ma qui immagino si vada nel campo dei gusti e delle tendenze personali.

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