con cognizione di causa

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E’ il 1927. Siamo in un ristorante elegante e raffinato. Una cena. Organizzata in onore di Winsor McCay. Ad un certo punto, probabilmente un po’ ubriaco, McCay si rivolge ai suoi colleghi presenti, animatori e fumettari, e con sdegno li apostrofa: “doveva essere un’arte questa; era così che l’avevo pensata. Ma a quanto vedo, voi l’avete ridotta a un mercato. La cena era squisita. Vi ringrazio. Me ne torno a casa a vomitarla”.
Ora. A parte l’arte di cui non me ne frega un niente, questa è una sacrosanta verità. Come dice Thierry Groensteen nel suo libro La bande dessinée. Un objet culturel non identifié, (editionsdel’AN2, 2006) il punto è che il fumetto è profondamente ammalato del proprio sistema industriale.
Ai grandi editori interessa solo il fatturato. Ma sbagliano la politica per realizzarlo. Sono così miopi da credere che: serialità, generi, formati standardizzati, grado zero dell’autorialità in nome della canonizzazione del personaggio e della storia oppure serializzazione spinta dell’autorialità (vedi il fenomeno Zerocalcare), tematiche gerontologiche o al contrario adolescenziali e un po’ di cartonaggio siano i presupposti su cui fondare o mantenere il proprio successo commerciale.
Questa dottrina è talmente pervasiva (da Bonelli a Bao) che non mi sembra lasciare scampo.
Faccio mie le parole di Barthelemy Schwartz, pubblicate su Labo, Futuropolis, gennaio 1990. L’editoria a fumetti di oggi parla essenzialmente il linguaggio della merce e sottomette alle ragioni del mercato le ragioni più intime, assolutamente differenti –anche se nate nel mercato-, dello sviluppo storico del fumetto. Ogni più piccolo tentativo di esplorare il SISTEMA FUMETTO con cognizione e intelligenza cozza oggi con l’ottusità di ciò che essi credono sia il mercato e nelle regole che si sono dati trova il principale ostacolo alla sua esplorazione.
5 commenti
  1. Cleonte ha detto:

    Qual è la fonte dell’aneddoto su McCay?

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  2. Cleonte ha detto:

    Grazie. In generale è un libro che consiglieresti?

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