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Archivio mensile:maggio 2014

Tutto vero. Giuro.

Era credo il 2010. Un giovedì sera di… beh, di inizio autunno. Me ne stavo seduto in Scighera, leggermente in anticipo, davanti alla mia bottiglia di rosso. Aspettavo Paolo, che ogni tanto ci capitava di trovarci lì a bere e chiacchierare. Quando Paolo arriva mi fa: lo sai chi è dei nostri stasera?

-No, dico, io, dimmi…

-Tito Faraci!

-Bene, faccio io, ma come mai? Starà mica cercando vendetta?

Devi sapere che qualche anno prima (lo so per certo, era il 2007) Paolo aveva pubblicato per i tipi di Perdisa un libro di appunti per un canone del fumetto in cui, a un certo punto, scriveva (testuali parole) che Topolino aveva avuto Floyd Gottfredson, poi Romano Scarpa e FORSE anche Tito Faraci.

Forse.

Devi sapere che questo avverbio dubitativo, anche se si è preso la sua vendetta appioppandone a Paolo uno di identico valore (un bel QUASI) nei ringraziamenti del suo secondo romanzo, Tito non glielo ha ancora perdonato. Ma quella sera non ci fu, con mia leggera delusione, nessuna violenza. Se hai letto Gli Scorpioni del deserto avrai presente l’episodio intitolato Dry Martini Parlor, nel quale Pratt mette in scena una brillante rilettura della disfida di Barletta, tutta verbale tra il capitano Fanfulla e il francese La Motte, con Koinski a fare da critico spettatore con il suo martini in mano. Ecco. Quella sera non so chi fosse l’uno e l’altro tra i miei due compari di tavolo, so che io mi sentivo come Koinski, e che così te la racconto, perchè quella sera nacque una buona amicizia e la Scighera divenne la nostra comics parlor.

Ma ti chiederai: al di là degli avverbi, perché Paolo aveva paragonato Faraci a due mostri sacri come Gottfredson e Scarpa? Potrei risponderti: chiediglielo a Paolo. Ma invece voglio provare a spiegarti come la vedo io.

Succedeva all’inizio di quel secolo in cui alla fine del primo decennio ci trovavamo lì in Scighera, che l’Einaudi, per iniziativa di Daniele Brolli, raccogliesse in volume (un gran bel volume di fumetti che veniva dopo quello dedicato allo Sconosciuto di Magnus del 1998 e come l’Einaudi purtroppo non ne avrebbe più fatti) un malloppo di storie poliziesche di Topolino tutte scritte da Tito Faraci.

Fu un libro importante, che dimostrava come, anche nella macchina seriale dell’industria disneyana, ci potesse essere e fosse riconoscibile una forte impronta autoriale. Lo stile narrativo di Tito dava infatti a quella serie di storie selezionate un’unitarietà che nel volume Einaudi spiccava indiscutibile.

Ma non è questo il punto. Non è questo che fa di Faraci un autore degno di stare FORSE a fianco di grandi come, appunto, Gottfredson etc.

Il punto è che Topolino è un personaggio alquanto complesso. Ma trae in inganno sembrando di una semplicità imbarazzante (quella che fa scrivere a certi improvvisati lettori di fumetti che non lo sopportavano perché perfettino, infallibile e moraleggiante). Pur essendo in certo qual modo il luogo comune di una narrazione ripetitiva e non-novità per eccellenza è al contempo, almeno in potenza figura viva e possente che non può mai essere liquidato come puro stereotipo.

Ursula Le Guin lo definirebbe, come ha definito Superman nel suo Il linguaggio della notte (Editori Riuniti, 1986) un submito, cioè un oggetto che ha la vitalità e la forza di una condivisione universale, ma privo di valore etico e intellettuale. Io credo che nonostante il libro della Le Guin sia un testo fondamentale sul mito letterario, in questa svalutazione dal punto di vista mitologico dei fumetti e del cinema, commetta un errore. Perché ha piuttosto ragione Barthes quando dice che il mito oggi non può essere un oggetto, quanto piuttosto un sistema di comunicazione. Nella parte finale del suo libro più importante, (Mito,Mondadori,1980) Furio Jesi sostiene che per capire il funzionamento e i meccanismi del mito, non dobbiamo cercare di entrare nel mito, che è per definizione inaccessibile, quanto piuttosto capire come funziona la macchina mitologica che ne ristruttura continuamente la natura.

La macchina industriale e narrativa messa in atto dalla multinazionale che detiene i diritti del Topo e che avrebbe dovuto servire a mantenere il mito di Topolino in continua rinnovata corrispondenza con la contemporaneità si era inceppata. Continuava a girare alla medesima distanza dal centro inaccessibile del mito. Lo statuto stesso del mito era entrato in crisi.

Quello che ha fatto Faraci con quel pugno di storie realizzate sul finire degli anni ’90 è stato di trovare una nuova contemporanea formulazione di quella macchina mitologica e narrativa pescando nell’arcaico: il perno teorico su cui tutto ruota è la storia scritta a quattro mani con Artibani, Il fiume del Tempo; un piccolo capolavoro in cui l’azione (ideologica altrocchenò) di secolarizzazione del mito Topolino trova la propria giustificazione non solo nel profondo passato del Topo (la molla di tutto è ricollegare alcuni fili rimasti penzolanti dai tempi dello Steambot Willie) ma addirittura nelle fondamenta che il mito di Topolino e soprattutto Steambot Willie ha nella letteratura americana: Huckleberry Finn.

Ecco. Credo che l’amico Tito sia da affiancare ai grandi autori che hanno preso di volta in volta in consegna il Topo nei suoi 86 anni di vita per avere rimesso a punto la macchina narrativa della mitologia disneyana rendendola di nuovo capace di affrontare il tempo storico pur essendo sempre partecipe del tempo mitico e conferendo così all’oggetto Topolino nuova linfa vitale.

Se vuoi verificare di persona quanto ti ho detto procurati quel volume Einaudi (Topolino Noir, 2000), oppure accontentati della bella riedizione che ne ha fatto Panini, la trovi in edicola con il titolo di Black Edition, ci hanno aggiunto una storia, è a colori (anche se non credo che poi gli giovino particolarmente) e ha un ottimo prezzo, davvero.

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Sul finire degli anni ottanta, che mi annoiavo a preparare gli esami di latino (ero indeciso allora se fare l’insegnante o il critico cinematografico, poi sai come è andata), mi ero comprato una reflex. Avevo pochi soldi e potevo permettermi giusto una Yhasica fx super 3000. Con una sola ottica. Un 50 mm.

Non invidiavo nessuno di quelli che sfoggiavano zoom incredibili. Avevo letto Cartier-Bresson e sapevo che con  un 50 mm  puoi farci tutto. Non servono ottiche più lunghe o più corte. Basta avvicinarsi o allontanarsi dal soggetto che vuoi fotografare.

Quindi. Me ne andavo in giro per la città con la mia bella reflex al collo, caricata con pellicola Ilford da 200 asa. Bianco e nero. Perché vedi: mi ero procurato anche un ingranditore e le foto me le stampavo io. Avevo allestito in bagno una camera oscura. Sviluppavo e stampavo. E mi divertivo un casino. Volevo fare un libro sul mio flanellare per Milano. Poi, come sempre, non ho fatto un cazzo e ho buttato tutto a ramengo. Ma ho passato gran bei momenti in quella cazzo di camera oscura.

 

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Ovviamente per ognuna di queste foto c’è una storia. Non te la racconto perché sono convinto, forse peccando di presunzione, che riesca ciascuna a raccontartela benissimo da se.

 

 

piano piano altre le metto qui

 

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Il denaro, come dio, non esiste.

Non è mica un caso che sui dollari ci sia stampigliato in god we trust.

Il denaro non è niente, un concetto senza referenza, un fenomeno psicologico, un atto di fede.

Un po’ come il dio dei cristiani che diventa (chiamatela, ‘sta baggianata, consustanziazione o transustanziazione) un pezzo di pane: ostia, così il dio denaro diventa (chiamatela, sta cosa che ci ha fottuti per sempre, valore simbolico) un pezzo di metallo o di carta: moneta.

Il denaro non basta mai. E’ ridicolo certo, che se hai  i soldi hai sempre bisogno di altri soldi: se il denaro non è niente come si può avere bisogno di sempre più nulla? Ma è una verità fondamentale. Perché il denaro, oltre a non esistere, porta con se un problema (quello che ci arreca il danno più grave e che ci distruggerà perché viola il secondo principio della termodinamica): ha come unico metro di valore la quantità.

Sempre di più.

Adesso ti racconto un aneddoto che mi piace molto.

Siamo a Barcellona. Al caffè La Tranquilidad, sull’angolo tra l’Avenida del Paralelo e la calle Conde de l’Asalto. Un gruppo di anarchici discute animatamente a un tavolo. Tra gli altri si riconosce Durruti. A un certo punto un mendicante si avvicina e li interrompe per chiedere degli spiccioli. Durruti estrae dalla tasca della giacca una pistola, fa salire il colpo in canna, toglie la sicura e la mette in mano al mendicante. Poi gli dice “Prendi questa! I soldi vai a chiederli in banca”.

No, non spaventarti. Non voglio dirti di andare a far rapine. Volevo solo sottolineare come la società basata sul alvoro salariato sia tutta una costruzione teorica concentrazionaria.

Una verità che potrebbe cambiare il mondo.

Perché la storia dell’umanità NON E’ un’inevitabile cammino verso forme sempre più invasive di mercato: l’attuale trionfo del denaro NON E’ dato per natura. Credere che l’uomo sia naturalmente economico è ciò cui ci vuole portare l’ottuso determinismo di preti, di docenti d’economia, dei fabbricanti di mutande e di McDonald. Spacciatori di merda.

Per trentamila anni l’uomo ha fatto a meno del denaro, di una cosa che non esiste, per regolare le proprie relazioni sociali. E basta ancora oggi il gesto di un anarchico del passato a dimostrarne l’insussistenza.

Questo gesto rompe l’ingranaggio monetario più di una crisi finanziaria.

Stai allegro và. Che se, nonostante i vecchi miliardari che capeggiano partiti e mezzi di comunicazione, le giovani generazioni capiscono questo, che un mondo senza mercato e senza denaro non solo è possibile, ma è stato praticato per migliaia di anni, non ci saranno più rapine. Ovvio, perché non ci saranno più banche.

Per intanto: Mani in alto! Questa è una rapina.

Bibliografia indispensabile

J. Huizinga, La crisi della civiltà, Einaudi, 1974

V. Mathieu, Filosofia del denaro, Armando,1985

M. Fini, Il denaro sterco del demonio, Marsilio,1999

K. Schonberger (a cura di), La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica, DeriveApprodi, 2003

M. Mauss, Saggio sul dono, Einaudi, 2002

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Mi dici: “Bella cosa se potessimo fare a meno del governo. Ma ne saremmo davvero in grado?”

Forse la miglior risposta a questa domanda possiamo darla esaminando attentamente la tua vita. Che ruolo ha il governo nella tua esistenza? Quale aiuto ne hai ricevuto? Ti ha per caso sfamato, ti ha vestito, ti ha dato protezione? Hai avuto bisogno del governo per trovare lavoro o per divertirti? Quando sei malato chiami un medico o un poliziotto? Il governo può aggiungere anche un solo grammo di qualcosa alle abilità di cui ti ha dotato la natura? Può forse salvarti dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla morte?

Se consideri la tua vita quotidiana ti accorgerai che in realtà il governo non ne è un fattore determinante, eccetto quando comincia a interferire con le tue faccende private. Quando ti obbliga a fare certe cose e ti proibisce di farne altre. Per esempio ti obbliga a sostenerlo pagando le tasse, che tu ne abbia l’intenzione o meno. Ti obbliga fare il servizio militare. Invade la tua vita personale, ti da ordini, ti obbliga, ti prescrive come comportarti e generalmente ti tratta a suo piacimento. Ti dice sempre quello che è opportuno pensare e ti punisce se pensi o ti comporti diversamente. Ti da le direttive su quello che puoi mangiare e bere. Ti imprigiona o addirittura ti condanna a morte se disobbedisci.

Ti domina e comanda in ogni momento della tua vita. Ti tratta come un ragazzino irresponsabile che a bisogno della forza per rigare dritto, tuttavia appena sbagli la responsabilità è solo tua.

Considereremo più tardi i dettagli della vita in una società anarchica e vedremo quali sono le istituzioni che potrebbero esservi realizzate, quali potrebbero essere le loro funzioni e che effetti potrebbero avere sugli uomini. Al momento la priorità è accertarci se questa condizione di vita è realizzabile, se l’Anarchia è praticabile.

Come è oggi la vita di un uomo medio? Trascorre la maggior parte del tempo a lavorare. E’ così impegnato a guadagnarsi da vivere che quasi non ha tempo di vivere, di godersela la vita. Non ne ha il tempo, ma nemmeno il denaro per farlo. Può ritenersi fortunato se ha un qualche tipo di entrata fissa, uno stipendio, un lavoro. Il rischio della disoccupazione è altissimo; a migliaia perdono il lavoro ogni anno, in ogni paese. In un attimo niente più reddito, niente più salario. Cosa che porta con se preoccupazioni, privazioni, disagio, disperazione, addirittura il suicidio. Oppure che si traduce in povertà e, conseguentemente, in criminalità.

Per alleviare la povertà si costruiscono mense per i poveri, dormitori, ospizi, tutto con l’apporto delle tue tasse. Per prevenire il crimine e punire i criminali sei ancora tu, con le tue tasse, che finanzi polizia, magistratura, avvocati, penitenziari e secondini. Riesci a immaginare qualcosa di più insensato e non pratico di questo? I parlamentari fanno le leggi, i giudici le interpretano, i magistrati le rendono esecutive, i poliziotti le applicano indagando e arrestando i criminali e alla fine i secondini li prendono in custodia. Innumerevoli persone e istituzioni sono impegnate a impedire a chi è senza lavoro di rubare e a punire chi ci prova. Appena costui finisce in prigione viene provvisto dei mezzi minimi di sussistenza, un letto un pranzo e una cena, per procurasi i quali aveva infranto la legge. Al termine della sua breve o lunga pena è rimesso in libertà. Non trova lavoro e ricomincia a delinquere. Viene arrestato e finisce di nuovo in prigione. Questa è una rozza ma tipica dimostrazione della stupidità e dell’inefficienza di questo sistema basato sui concetti di legalità e governabilità.

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Non è strano che molta gente immagini non sia possibile fare ameno del governo, quando in realtà la nostra vita quotidiana non ha con esso niente a che vedere, non ne abbiamo bisogno e anzi la legge e il governo ci sono solo d’intralcio?

“Ma scusa – mi ribatti- come potremmo avere ordine sociale e sicurezza senza la legge e il governo? Chi potrebbe proteggerci dai criminali?”

La verità è che ciò che chiami legge e ordine è in realtà il peggior disordine, come ti ho dimostrato nel capitolo precedente. Tutto l’ordine e la pace di cui godiamo li dobbiamo al buon vecchio senso comune e agli sforzi congiunti delle persone comuni, nonostante il governo. Hai per caso bisogno del governo per sapere che non ti conviene stare fermo davanti a un’auto in corsa? Hai bisogno di qualcuno che ti dica di non buttarti giù dal ponte di Brooklyn o dalla torre Eiffel? L’uomo è un animale sociale: non può restare da solo, vive in comunità o in società. Sono il mutuo aiuto e gli interessi comuni a fornirci conforto e sicurezza. Dato che questa collaborazione è libera e volontaria non ci serve nessuna costrizione governativa. Di solito si frequenta un’associazione sportiva o si suona in un gruppo per soddisfare le proprie naturali inclinazioni, e si collabora con gli altri senza costrizione alcuna. Lo scienziato, lo scrittore, l’artista e l’inventore cercano la propria realizzazione grazie all’ispirazione e al lavoro di gruppo. I loro impulsi e bisogni sono le loro urgenze: l’interferenza di un governo o di qualsiasi autorità può solo intralciare i loro sforzi. Non può non esserti evidente come siano, per tutta la vita, i bisogni e le inclinazioni delle persone a portarli ad associarsi per mutuo aiuto e protezione. Questa è la differenza tra il governare le cose e il governare gli uomini; tra fare qualcosa per libera scelta e farlo perché costretti. E’ la differenza tra libertà e costrizione, tra anarchismo e governo, perché anarchismo significa cooperazione volontaria invece di partecipazione forzata. Significa armonia e ordine in luogo di interferenza e disordine.

Quindi non chiedermi chi ci proteggerà dal crimine e dai criminali, chiediti invece se il governo ci protegge davvero. Non è piuttosto il governo a creare e sviluppare le condizioni in cui prolifera il crimine? Non sono l’invasività e la violenza su cui poggiano i governi ad alimentare lo spirito di intolleranza e persecuzione, di odio e di nuova violenza? Il crimine non cresce proporzionalmente alla povertà e all’ingiustizia sociale perpetrata e difesa dai governi? Non è il governo stesso il più grande dei crimini e delle ingiustizie?

Il crimine è il risultato di condizioni economiche, della disuguaglianza sociale, di tutto il peggio e il male di cui governi e monopoli sono i generatori.

La legge e i suoi sgherri si limitano a punire i criminali, non si preoccupano certo di curare o prevenire il crimine. Perché l’unica cura reale per il crimine sarebbe abolirne le cause, e questo nessun governo potrà mai farlo dato che viene messo lì per preservarle. Il crimine può essere spazzato via solo cancellando le cause che lo originano. Il governo questo non ha interesse a farlo.

Realizzare l’anarchia significa cancellare quelle cause. I crimini derivanti dall’oppressione e dall’ingiustizia, dalla diseguaglianza e dalla povertà, insomma: la stragrande maggioranza dei crimini, sparirebbero se ci fosse l’anarchia.

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Certi altri crimini, certo, persisteranno per qualche tempo, come quelli che nascono dalla gelosia, dalla passione e dallo spirito di coercizione e violenza che domina il mondo attuale. Ma anche questi, frutti dell’autorità e della proprietà, scompariranno gradualmente una volta che saranno state eliminate le condizioni e l’atmosfera culturali in cui trovano terreno fertile.

(traduzione mia)

(riproposta)

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Non sono né uno scienziato né un filosofo e neppure uno scrittore di mestiere. Nella mia vita ho scritto pochissimo e non l’ho mai fatto se non mio malgrado e solo quando un convincimento profondo mi ha spinto a vincere la mia istintiva ripulsa per ogni esibizione pubblica.
Allora chi sono? Cosa mi spinge oggi a rendere pubblico questo mio scritto?
Sono un ricercatore accanito della verità e un nemico non meno accanito di tutte le luride menzogne di cui ancora oggi i custodi dell’ordine, ufficiali rappresentanti privilegiati e interessati di tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche, giuridiche, economiche e sociali, pretendono servirsi per ingannare e asservire il mondo. Sono un amante fanatico della libertà, che considero come l’unica situazione in cui possano crescere e svilupparsi l’intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; intendiamoci: non questa liberta formale, concessa, misurata e regolamentata dallo Stato, eterna menzogna che non rappresenta nient’altro se non il privilegio di qualcuno costruito sulla schiavitù di tutti gli altri; e neppure questa libertà individualista, egoista, falsa e meschina, propinataci dalla scuola di Rousseau, come da tutto il pensiero liberale e borghese, che considera il cosiddetto diritto di tutti (rappresentati dallo Stato) come il limite del diritto di ciascuno, cosa che si realizza sempre e necessariamente nella riduzione del diritto di ognuno a un bello zero.
No, io intendo l’unica libertà veramente degna di questo nome, la libertà che consiste nello sviluppo totale di tutte le potenzialità materiali intellettuali e morali di ognuno di noi; la libertà che non riconosce altro limite che quello che ci è imposto dalle leggi della nostra stessa natura; di modo che, praticamente, non esiste limite di sorta, perché queste leggi non ci sono imposte da qualche legislatore esterno, posto al di sopra di noi; sono leggi immanenti, inerenti, costituenti la base stessa del nostro essere materiale, intellettuale e morale; invece di trovare in esse un limite, dobbiamo considerarle come le condizioni reali e la ragione effettiva della nostra libertà.
Intendo quella libertà dove ciascuno, invece di arrestarsi davanti alla libertà altrui come davanti a un confine, ci trovi piuttosto conferma ed estensione all’infinito della propria; libertà illimitata di ognuno nella libertà di tutti, libertà nella solidarietà, libertà nell’uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza bruta e sul principio di autorità che non ne è mai stato altro che l’espressione ideale;la libertà che, dopo aver rovesciato tutti gli idoli del cielo e della terra, fonderà e organizzarà un mondo nuovo sulle rovine di tutte le Chiese e di tutti gli Stati: quello dell’umanità solidale.
Io sono un partigiano convinto dell’uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di questa uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità, l’etica e la felicità degli individui quanto e come la prosperità dei popoli non saranno altro che menzogne. Ma, in quanto partigiano prima di tutto della libertà, necessità primaria dell’umanità, penso che l’uguaglianza debba essere stabilita nel mondo grazie all’organizzazione spontanea del lavoro e mediante la proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione, organizzati e federati in Comuni, che dovranno nascere spontaneamente, MAI per l’azione suprema e tutelatrice dello Stato.
Michail Bakunin, tratto da La comune di Parigi e la nozione di Stato.  Traduzione, mia.

 

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C’è sempre nella vita un momento esatto in cui uno si trova ad avere bisogno della sua katerina, possibilmente santa e da Siena, che gli lecchi un poco le ferite. Io mi accontenterei anche di una suordentona o una marypoppins. Ma non trovo più i tre preziosi volumi delle Lettere della santa (vera splatteropornografa inarrivabile) delle Edizioni Studio Domenicano e nemmeno il fumetto di Scozzari e nemmeno il libro di Pamela Travers e  nemmeno il dvd del film di Robert Stevenson. In casa mia le cose si accumulano; le accumulo; eppoi si perdono e spariscono.

Sarà.

Sì.

Sarà anche migliore la qualità della vita e tutte quelle puttanate lì che ci stanno appiccicate intorno a questi discorsi, ma me andarmene da qualunque città che non sia Milano, appunto mi mette addosso un senso di serenità che lentamente da rilassatezza si trasforma in placido sonno, quasi che la santa fosse lì sul treno, ‘canto a me a leccarmi le piaghe che il lavoro schifo –quello in fondo che mi ci ha fatto trovare in questa città qualsiasi- mi lascia profonde, e gentili però, sul miocardio. E’ per questo che preferisco sempre il treno. Posso accoccolarmici con il cuore sbronzo e le orecchie in musica (c’ho le cuffie, non disturbo) e poi addormentarmici. Senza problemi.

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