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Archivio mensile:giugno 2014

Dal 20 al 22 settembre dell’anno scorso si è tenuta a Roma, per iniziativa di Laura Scarpa una manifestazione tutta incentrata sulla Critica a o dei fumetti: Critical Comics. Ho avuto l’onore di essere invitato. In attesa della prossima edizione ti metto qui il mio intervento. Ero andato un po’ a braccio potrebbe non essere proprio (tutto) quello che ho detto.

 

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Nell’autunno del 1978 Jean-Luc Godard tiene al Conservatorio d’Arte Cinematografica di Montreal una serie di particolari conferenze che daranno poi vita, raccolte in volume, a un’opera di critica cinematografica imprescindibile: Introduction à une veritable histoire du cinema.

All’inizio della prima conferenza Godard osserva una cosa fondamentale, quasi lapalissiana, ma di cui spesso i critici cinematografici (ma non solo) non tengono conto: che la scrittura non può bastare per fare critica cinematografica in quanto non si può prescindere dalla natura visuale del cinema.

Il cinema è stato fatto da donne e uomini che vivono in una determinata società in un determinato momento, che si esprimono in quel preciso momento storico e imprimono la loro espressione nell’opera che producono e che quindi al contempo esprimono la loro impressione (del mondo) con quell’opera.

Sembra complicata detta così, ma non lo è. Significa soltanto che non c’è dualismo tra cosa si racconta e come lo si racconta. Che il come è il cosa.

E che stando così le cose se io devo fare critica di un’opera non posso farla se non mostrandoti il continuo slittamento ontologico dell’oggetto di cui ti parlo lungo gli strati geologici dell’evoluzione dei paradigmi tecnologici di cui si è servito.

Per poterlo fare occorrono particolari mezzi di analisi che, sosteneva Godard, non esistono.

Quindi, aggiungeva, tocca inventarseli.

E se li inventò eccome. Facendo vedere ciò di cui parlava, ma non facendolo vedere e basta: accostando, sovrapponendo, proiettando contemporaneamente etc. Tanto che la sua ricerca troverà coronamento dieci anni dopo in quel film /saggio strepitoso in 8 parti che è Histoire(s) du Cinema.

Storie, appunto.

Ecco. Io credo che questo valga anche per il fumetto. Il problema è che il fumetto non ha mai avuto il suo Godard.

La riflessione critica sul fumetto si è limitata a tre tipologie che in realtà nulla hanno a che vedere con una vera riflessione ontologica.

C’è una corrente pubblicistica che mi piace definire della riflessione artigianale, nella quale rientrano i lavori degli autori che riflettono sul proprio mestiere (da Eisner a McCloud) , validissimi strumenti per meglio interpretarne le opere ma con una rilevanza teorica e critica che si esauriscono in uno striminzito valore normativo.

Poi c’è quella che chiamo la critica semaforica: di cui sono esponenti i banalizzatori da quotidiano, dispensatori di normalizzazione storica, livellazione estetica (per loro corto maltese vale john doe) e consigli per gli acquisti con una certa, quasi nobile, sensibilità per il gusto di quel pubblico che vede nel fumetto un gradevole passatempo. Questo tipo di critica ha un’esagerata connessione con i rapporti di produzione dei lavori di cui parlo, cosa che ne inficia spesso ogni valore.

Ultima c’è quella tipologia di critica che definirei della riflessione pertinente in cui il fumetto viene affrontato da un preciso punto di vista (semiotico, narratologico, sociologico, storico) senza la minima attenzione a quanto nel fumetto è essenziale, ma limitandosi a evidenziare ciò che ne è pertinente per la disciplina che lo sta indagando. Non voglio togliere nulla a questi tipi di critica. Ognuna ha il suo motivo di essere e tutte forniscono strumenti utili. Quello che mi sembra sintomatico è che sia mancata in Italia, una critica militante. Che, come cercherò di spiegare non può andare separata da una riflessione ontologica.

A questo punto credo sia necessario chiarire cosa intendo per critica militante. Nel decennio che va dal 1781 al 1790 un certo Immanuel Kant scrive tre opere destinate a cambiare per sempre il concetto di gnoseologia. Non si spaventi nessuno: non ho nessuna intenzione di fare lezioni di filosofia; non potrei neppure: non ricordo nulla di quello che ci sta scritto. La cosa che mi preme è un’altra. Che in signor Kant già dai titoli sventola la bandiera di un concetto che cambierà tutto, il criticismo. Una parola programmatica: critica. Della ragion pura, della ragion pratica e ultima quella del giudizio. Kant ci insegna una volta per sempre che la critica è lo strumento principale di conoscenza. Alla base di ogni investigazione scientifica c’è sempre un movimento di analisi e revisione critica dell’esistente.

La critica è kantianamente il motore di ogni possibilità di conoscenza. E’ per questo, probabilmente, che gli attuali critici italiani di fumetto sono (in certo qual modo ha ragione Brolli) tutti hegeliani. Cioè: come Hegel disarmava la critica kantiana dell’idea piazzandola in subordine alla granitica compattezza del suo sistema ideale, così loro critici subordinano la libertà della critica al sistema produttivo in cui si muovono, ai rapporti di potere e clientela di quello che alcuni chiamano, con un bruttissimo neologismo, fumettomondo.

Se Kant con la sua critica ci ha insegnato ad assalire e demolire l’idea, Hegel ristabilisce l’ordine: la critica è preliminare a qualsiasi atto di conoscenza ma non può influire sull’idea alla quale resta sempre in subordine. A questo punto tocca al signor Marx, che dice: balle! La critica va diretta all’idea ma per assalire la cosa, il mondo. La critica è strumento per influire sulla realtà.

Intendiamoci. Non mi interessa qui la questione di quanta verità o errore ci sia nelle posizioni politiche di Marx, quello che mi interessa è il metodo con cui ci arriva. Non è un caso che il sottotitolo del Capitale sia in opposizione simmetrica a Kant, Critica dell’economia politica: alla ragione e al giudizio, alle caratteristiche della mente umana, Marx sostituisce il mondo. Non può esserci conoscenza senza critica dell’idea (o dell’ideologia), ma invertendo i termini kantiani, la conoscenza serve poi a cambiare la realtà, che da quell’idea (o ideologia) è originata, cambiando conseguentemente anche l’idea.

Ecco. A mio avviso la critica militante è questo. Aggredire i fumetti attualmente prodotti (non ha senso quindi dirmi: non ti piacciono, non leggerli) per cambiare l’ideologia che li produce.

La domanda che ora si pone però è: va bene, la critica serve alla conoscenza sociale del mondo e praticarne una militante è il tentativo di influire sui mutamenti di quel mondo, ma che senso ha applicarla, per esempio, a Tex Willer?

Nessuna produzione culturale, nemmeno la più infima, anzi, sfugge (all’interno della nostra società) alla legge di integrazione nel sistema delle merci: spingere al consumo attraverso la sollecitazione del piacere.

Il fumetto però ha da questo punto di vista quello che a me sembra un vantaggio. Harold Bloom sostiene, ed è l’unica cosa interessante del suo Canone Occidentale, che tra il processo di leggere e il processo di pensare non c’è alcuna differenza. Nel fumetto, per una sua naturale caratteristica che prescinde dal modificarsi dei paradigmi tecnologici di produzione e fruizione (ne parleremo, magari un’altra volta di questa questione ontologica: il fumetto si guarda non si legge), c’è un’identità di processo tra il guardarlo/leggerlo e il pensare, che raggiunge livelli unici. E che lo fa diventare strumento utilissimo per la messa in discussione di quello stesso sistema.

Perché se faccio critica militante, cioè qualcosa che non è accademismo o fanatismo da forum, quando cioè esplicito il mio pensiero su quanto ho letto, che non è altro che l’accadere del mio leggere, ne metto in discussione il fondamento ontologico, il fondamento sociale e il fondamento etico. In un rapporto che non può più essere, proprio per la natura militante del mio dire, un rapporto a due lettore–testo, ma un rapporto a molti lettore-testo- tutti gli altri lettori del testo. In questo rapporto non è possibile escludere l’autore (e intendo con autore tutti i partecipanti della filiera produttiva, anche l’editore), perché l’autore una volta che ha prodotto il suo testo, non ne è più autore, ma ne può benissimo diventare fruitore. E non solo: è anche lettore del testo che io produco attraverso la lettura del suo testo. Quindi l’autore ha tutto il diritto, questo va ammesso, di diventare critico del discorso che io faccio sul suo discorso.

Da qui, è ovvio, nasce conflitto. Conflitto politico, e dico politico in senso profondamente schmittiano (le categorie del politico, il mulino,1972): perché un tale tipo di critica, che vuole pesare sul reale, ti obbliga a raggruppare uomini e opere nelle categorie di amici e nemici.

La dicotomia amico/nemico va sottratta a qualsiasi caratterizzazione psicologica, a qualsiasi mescolamento etico o economico, e neppure va intesa in senso individualistico-privato, ma va considerata per quello che è, nel proprio significato concreto di una possibilità di contrapposizione fondata sul raggruppamento degli uomini in base a contrasti di natura diversa (economici, religiosi, etnici o altro che siano, in questo caso estetici), ma abbastanza forti da tracciare un solco fra un noi e un loro.

Nel farlo è opportuno ed eticamente imprescindibile dichiarare quali sono le tecniche della propria critica.

E se si parla di tecniche critiche il pensiero corre a Walter Benjamin che sosteneva fosse compito strategico del critico strappare le tecniche a ogni considerazione neutrale che le renderebbe appannaggio dei tecnici del “saper fare”: gli autori e gli accademici. Infatti ogni tecnica contiene un preciso segnale direzionale che mentre l’autore tende a nascondere, l’accademico ha il compito di codificare e mummificare a vantaggio del proprio circolo di iniziati. Il critico militante ha il dovere di interpretare e svelare questo segnale entrando in conflitto politico con autori e accademici.

Per farlo Benjamin elaborava13 tesi. Le riscrivo un attimo. Se non vi piacciono andatevi a leggere quelle originali.

  1. Il critico è stratega e comandante nella battaglia culturale
  2. La critica è una questione estetica di conseguenza etica
  3. Per questo Il critico non riceve libri omaggio con preghiera di recensione
  4. Il critico i libri di cui gli interessa parlare se li compra (al limite li ruba)
  5. Il critico che non sa prendere posizione taccia
  6. Perché il critico deve sempre sollevare polemica
  7. Il critico sacrifica sempre l’obiettività allo spirito partigiano perché la causa per cui si batte lo merita
  8. Questo deve sempre farlo, quando possibile, al cospetto dell’autore.
  9. Per il critico l’istanza superiore è cambiare il mondo che non gli piace. Non gli autori. E tanto meno gli altri critici.
  10. Il critico non conosce entusiasmo per la singola opera. Gli interessa la tendenza
  11. Il critico non deve mai tradire l’idea che persegue, in nome della pubblicazione o di maggiore visibilità o di uno straccio di potere
  12. Il critico non ha niente a che spartire con lo storico e il sociologo, ma ne vuole può e sa utilizzare tutti gli strumenti.
  13. Il lettore deve sempre sentirsi provocato e smentito dal critico, ma deve in qualsiasi momento potersene sentire rappresentato.

L’assenza di una scuola critica seria che abbia fatto organizzativamente suoi, non dico tutti, ma almeno qualcuno di questi tredici principi, è la principale causa del fatto che dai tempi del gruppo Valvoline, da trent’anni quindi, non ci siano più state nel fumetto italiano tendenze, ma solo sporadiche emergenze.

 

Quindi. Mercoledì di questa settimana (sarà diciotto volte giugno) passo per la foresta di Sherwood a trovare l’Allegra Brigata che in quelle terre combatte e resiste agli Sceriffi che ci vorrebbero tutti buoni, bravi, pallidi e ubbidienti, soddisfatti di valere meno delle merci che consumiamo ma, soprattutto, zitti e in fila per tre.

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Sarò con Tito e Jacopo e discuteremo di come cercare un nuovo sguardo libero delle catene del pregiudizio letterario per guardare al fumetto. Alla faccia degli Sceriffi che se ne stanno a guardia di una ortodossia critica muffa, agiografica, pseudoletteraria  e piccolo (ma molto piccolo) borghese.

Vienici. E se non puoi venire  guardaci  (forse neh, che non lo so se c’è diretta streaming).

(aggiornamento fulmineo: mi dice Claudio che sì, lo streaming c’è)

 

Svegliato prestissimo. Alle cinque circa, forse prima. La tigre che tutti abbiamo nella schiena da qualche giorno era un poco inquieta. Stanotte ha piantato risentita i suoi artigli nei miei muscoli. Piangerei dal dolore. Non ci sarebbe altro mezzo per domarla la belva puttana che un bel bicchierone di sulfonanilide. Già. Però. I miei invidiati (perché vivono in Finlandia) finlandesi il nimesulide l’€™hanno messo fuori legge, per la sua alta epatotossicità. Quando mi trasferirò a vivere là userò pontikka per analgesico, oggi non potendo comunque fare a meno di mettere un alfa privativa davanti al mio dolore mi prendo il beverone chimico. Devo trovare un posto dove accucciarmi senza dare fastidio che dormono ancora tutti- e aspettare che faccia effetto.

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Quando il cane comincia a rompere per scendere l’antinfiammatorio ha fatto il suo lavoro. Lo porto giù e faccio un salto, che è sabato, al mercato di Osoppo. Adoro arrivare che ancora stanno allestendo le bancarelle.

Tra i vari acquisti fruttaverdurologici una cassetta di rucola.

Allora ti racconto una ricettina semplice, veloce e fresca con cui ho sfamato la famiglia dopo che ho espletato tutti i dannati impegni che questa lunga mattinanata mi ha accollato.

Come al solito metti su l’acqua per la pasta.

Stappa una bottiglia di bianco che hai in frigo (ti consiglierei un bianco portoghese leggero tipo l’alvarinho), versatene un bicchiere e bevitelo con calma. Poi prendi il mortaio che usi di solito per fare il pesto. No, non accetto scuse. Non esiste che non ne possiedi uno, è contrario a ogni norma etica. Mettici cento grammi abbondanti di rucola; poi prendi mezza gamba di sedano, lavala e togliele i fili. Falla a rondelle sottilissime e mettile insieme alla rucola. Comincia a andare di pestello. Quando sta venendoti una bella pappetta aggiungi olio evo a filo e una bella manciata di mandorle. Vai avanti a pestare e a mettere olio secondo il tuo giudizio fino a che ottieni una bella salsa. A questo punto aggiungici pecoriono romano gratugiato (consiglio sempre un terzo del peso della rucola, quindi in questo caso un 30 grammi), sale e pepe come gradisci.

Oh, attento. L’acqua è a bollore, sala e buttaci pasta corta. Scolala al dente, ma prima di scolarla prendi un cucchiaio di acqua di cottura e amalgamaci bene il pesto di rucola.

Impiatta la pasta e condiscila con due, tre mestolate di pesto di rucola. Se vuoi darci un tocco di fighezza spolverizza leggerissimamente ogni piatto con della scorza di limone non trattato.

Servi.

Puoi accompagnarla con il vino che avevi aperto prima.

(se proprio non hai il mortaio, fai finta di niente e usa il mixer, non andrai all’inferno per questo)

Certo. Se nella vita vuoi fare il professionista delle introduzioni per collaterali a fumetti, non è nemmeno poi così difficile. Quattro dati storici, il riassunto della trama e una curiosità di quelle da maniaco, e hai scritto già le tue cinquemila battute. Funziona quasi sempre così; guardati i volumi dedicati a Ken Parker o quelli per Zio Paperone. Se invece ogni volta vorresti riuscire a scrivere qualcosa che serva a una risistemazione critica dell’opera e dell’autore in questione c’è da uscirne laceri e pesti.

Giuro, io non lo faccio mai più di accettare una cosa come quella di scrivere, anche poche, introduzioni per un autore come Pratt. Non mi resta più testa e tempo per niente (che devo farlo nel tempo libero), certo non per scrivere gli altri mille cazzi che mi frullano nel cerebro e quasi nemmeno per far da mangiare ai pargoli.

 

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Allora, ti venissi mai a trovare nella mia condizione, ti suggerisco una ricettina veloce e adatta al caldo di questi giorni.

Metti su l’acqua per la pasta.

Prendi il frullatore, buttaci dentro due spicchi d’aglio (fresco, ti prego) sei o sette pomodorini secchi di quelli sott’olio e un cucchiaino di semi di finocchio. Un pizzico di sale poi frulla. Grossolanamente.

Recupera una bella manciata di mollica di pane, falla in briciole e tostala in una padella antiaderente. Non usare condimenti. Non devi friggerla.

Intanto se l’acqua è arrivata a bollore salala e poi butta la pasta, quella che ti pare. Io preferisco gli spaghetti alla chitarra. Quando è pronta, bella al dente, la scoli e la metti nella padella con la mollica tostata. Aggiungi il frullato grossolano di pomodorini, una presa generosa di origano (meglio se ce l’ai fresco), una gratugiata di scorza d’arancia (non trattata, vadasè) e olio evo crudo quando te ne piace.

Servi. Ti vorranno tutti un bene dell’anima.

Bevici dietro un Cirò rosato di Calabria.

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