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Archivio mensile:luglio 2014

Oggi, centoquattordici anni fa, Gaetano Bresci piantava tre palle di piombo nel cuore bastardo di un re di cui sarebbe bello poter dimenticare il nome.  Stasera quindi si festeggia. Che ogni tanto anche l’arroganza del potere rovina nella polvere.

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Ti do una ricettina adeguata. Spada all’ammazzatiranni.

Fai un salto alla tua pescheria preferita e prenditi un numero di tranci di spada pari a quanti siete a cena. Passa anche a comprare una grossa cipolla di tropea, di quelle da potersi mangiare anche crude e un limone non trattato. Il resto di quello che serve spero tu ce lo abbia a casa.

Comunque: patate rosse, rucola, farina, olio d’oliva, prezzemolo, sale e pepe.

Quando sei a casa trita fine fine la cipolla e facci un letto in una terrina. Appoggiaci sopra i tranci di spada poi coprili con altra cipolla tritata. Spremici il limone ma non buttare le bucce. Irrora d’olio. Lascia marinare tutto il tempo che serve. Almeno un’ora. Intanto pela le patate e falle a tocchellini. Poi mettile a bollire.  Trita due prese di rucola  e, a parte, una abbondante di prezzemolo.

Quando ritieni che lo spada sia marinato a punto, toglilo dalla marinatura, sgocciolalo bene e infarinalo. Poi rosolalo in padella. Intanto accendi il forno a 180 gradi. Ungi una teglia e riponici lo spada rosolato, poi se il forno è caldo inforna per 10 minuti abbondanti.

Ora devi fare due cose. Una. Scolare le patate e schiacciarle tutte con la forchetta. Mischiaci la rucola, sale pepe e, se ti garba, anche un po’ di aglio fresco tritato. Due. Stufa lentamente nella padella dove avevi rosolato i tranci di spada la cipolla che avevi usato per la marinatura, con tutto il liquido annesso. Aggiungici se ti garba una lacrima di latte.

Con il composto delle patate, rigirandolo tra due cucchiai, fai tante specie di gocciolone. Guarniscici i piatti. Tira fuori dal forno il pesce, versaci sopra, elegantemente, la cipolla stufata. Spolvera di prezzemolo tritato e di pepe. Metti i tranci cadauno in ogni piatto guarnito e gratugiaci sopra la scorza del limone non trattato. Servi e prenditi i complimenti.

Io accompagno con del pinot dell’oltrepo vinificato rosè, che prendo nella vineria sottocasa. Te inventati quello che preferisci. Poi si brinda a champagne: Marc Hebrart Rive Gauche, 2005.

VIVA BRESCI!

 

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Converrai che se un titolo emblematico quale “in the shadow of no towers” viene tradotto come “l’ombra delle torri” il responsabile di questa scelta o non ha capito un cazzo del libro che ha tra le mani, o gliene importa così poco,trattandosi di fumetti, da scegliere la soluzione più comoda infischiandosene se così ribalta completamente il portato semantico del titolo originale di Spiegelman deprivando il lettore di importantissime informazioni. Ovviamente con tali premesse quando apro l’edizione Einaudi mi tremano i polsi per quello che troverò tradotto nei balloon.
Converrai che se traduco “una storia violenta” il, per altro mediocre libro di Wagner e Locke, “a history of violence”, commetto – nell’apparente innocuo passaggio dal sostantivo all’aggettivo- un crimine linguistico che riduce all’occasionalità e alla cronaca (l’eredità della tensione tutta occasionale del fumetto seriale italiano è difficile scrollarsela di dosso anche se si è gli editori di Miller) ciò che nelle intenzioni degli autori ha un valore universale. In poche parole dalla Storia alla cronaca.
Coverrai che, pur ammettendo l’impossibile bruttezza della traduzione italiana letterale di “ici meme” (proprio qui), scegliendo come titolo del lavoro di Forest e Tardi il signore di montetetro”, privi il lettore di una preziosissima iniziale informazione teorica.
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Resto radicalmente convinto che il fumetto, quando non è fumetto-televisione (cioè veicolo per proporti l’acquisto di un’ideologia narrativa normalizzante –bonelli- o di merciucolaggini da nulla buone per ogni stagione e per ogni mercato –marvel e tanti giapponesi che sono merce da supermercato già prima di diventare fumetto) è per sua natura intraducibile: come fai a tradurre Mozart? Lo ascolti perché è universale… non importa la lingua in cui canta Papageno, quello che sta dicendo lo capisci lo stesso, è la musica a dirtelo. Come fai a tradurre Mccay? Lo guardi perché è universale, e lo capisci comunque… perché quello che conta in una pagina a fumetti è il tutto: è la struttura della sua tavola, di cui le parole fanno parte ma che non sono la parte rilevante, che ti parla…
Quindi, capisci, nessun autore di fumetto è Joyce, no non è nemmeno Queneau e neppure Celine; non fraintendermi adesso, non sto facendo gerarchie… le odio, figurati! No, sto pensando che letteratura e fumetto non centrano quasi niente tra loro, per i tre  autori di cui sopra trovi qualcuno altrettanto bravo e gli fai scrivere un nuovo libro in un’altra lingua: basta mantenere i personaggi i luoghi e la trama – e alle volte nemmeno quelli- originari e lo pubblichi con soddisfazione: tu quale preferisci “i fiori blu” di Queneau o quelli di Calvino? Sono due cose diversissime (come le chiamava Eco queste traduzioni? Rifacimenti radicali), io le adoro entrambe… Il problema con la letteratura è quando il traduttore non riscrive il libro, ma lo traduce davvero: quando Bruno Pedretti traduce, anche fedelmente Les enfant du limon, dopo trentaquattro pagine, pur apprezzando lo sforzo sovrumano, chiudi l’edizione Einaudi e se sei in grado vai a leggerti quella Gallimard, oppure lasci perdere, tanto sarebbe uguale.
 Il fumetto ha un problema in più: che non basterebbe riscriverlo, bisognerebbe ridisegnarlo. Perché Pazienza non trova pubblico all’estero? Perché privato della sua lingua il fumetto di Pazienza perde profondamente di senso, diventa solo bel disegno… senza la sua lingua, il cui lettering fa ontologicamente parte di ogni tavola, il fumetto di Andrea Pazienza non esiste, ed è per questo che i francesi, per esempio, non lo amano. La lingua di Segar, per fare un altro esempio fondamentale, non è una parte essenziale del suo fumetto, è il suo fumetto; o hai un altro Segar che lo ridisegna in italiano o lasci perdere. Potranno capirlo e amarlo solo gli americani o i coglioni come me convinti che il fumetto si guarda e non si legge.
Dici che sono confuso? Cercherò di chiarirmi. Quando traduci un testo letterario da una lingua in un’altra, non applichi mai, vocabolarietto alla mano, una sinonimia secca, ma come intendere una parola lo decidi rispetto all’intero contesto verbale. Nel fumetto non c’è solo il contesto verbale, c’è un fortissimo contesto iconico di cui la parola è parte fondamentale e non slegabile.
Perché il fumetto non è un contesto linguistico, non si esaurisce in un linguaggio. Ho fortissimi dubbi che lo si possa considerare anche come un sistema semiotico, ma in mancanza di definizione migliore mi accontento… solo che è un sistema semiotico particolare, nel quale non è possibile distinguere hjelmslevianamente un piano dell’espressione da un piano del contenuto. Oggiaggià. Adesso mi taccerai di avere una visione metafisica del fumetto, ma corro il rischio, perché sono convinto che l’idea che ne ho è invero radicalmente fisica. Il fumetto non esprime un bel niente, ma proprio niente. Il fumetto è. Punto e basta. Le parole scritte nei ballons sono anche e soprattutto disegno, concorrono senza possibile soluzione all’impatto che la tavola ha sul tuo sguardo di lettore. Per questo amo dire che il fumetto non si legge, ma si guarda.
Ma queste, mi dici, sono solo menate teoriche. Nemmeno particolarmente approfondite. E la teoria può permettersi posizioni che l’esperienza pratica non può prendere in considerazione. Si aggiunga che già la riflessione teorica sui fumetti è quasi inesistente, figurarsi quella sulla traduzione dei fumetti.
C’è poi il fatto, ed è quello che conta, che uno dica vabbè, anche se sfregiata dei due terzi la bellezza del thimble theatre è tale che vale la pena di proporla lo stesso a chi solo di quel terzo che resta, una volta tradotto, potrà giovarsi e goderne.
Si, vabbene. Ma chi lo fa? Chi lo traduce? Non basta, a tradurre Segar, un Giorgio Caproni… eppoi ci vorrebbe un Giorgio Caproni… nel fumetto…
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Devo preparare il pranzo. Non ho molto tempo e quel che è peggio non ho niente voglia. Allora apro il frigo. C’è tre bei filetti enormi di salmone. Per quattro bastano e sennò li facciamo bastare.

Li squamo. Poi butto in una padella molto larga burro e olio di semi. Se sei uno di quelli che ha le menate che burro e olio non si mischiano perché hanno punti di fumo diversi e cose così, fattene una ragione. E poi comunque quando fai questo piatto a casa tua fai come vuoi.

Cuocio i filetti per cinque sei minuti, girandoli almeno una volta. Sfumo con il brandy. Fatti un  favore usane uno buono, minimo una vecchia etichetta bianca. Quando ho sfumato tolgo i filetti. Pesto grossolanamente due manciate di pepe verde e le butto in padella. Appena sfrigolano verso panna. Quella che si usa per fare la panna montata. Al primo accenno di ribollimento rimeto i filetti di salmone. Lascio insaporire qualche minuto. Poi spolvero con prezzemolo tritato (se vuoi un tocco elegante usa l’aneto).  Servo accompagnando con insalatina novella condita con sale olio pepe e scaglie di grana.

Da berci dietro assolutamente una birra artigianale della Val di Susa

 

 

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