archivio

Archivio mensile:ottobre 2014

illustrazione di Olimpia Zagnoli

illustrazione di Olimpia Zagnoli

Probabilmente sbaglio. Ma ho l’impressione che l’editore italiano di Chloè Cruchaudet non abbia compreso a fondo la portata ideologica (e conseguentemente teorica) di un volume come Mauvais genre. Me lo fa pensare la scelta del titolo italiano: Poco raccomandabile, che annulla in uno solo (e neppure particolarmente attinente) i tre livelli su cui gioca il titolo francese, che poi sono (a mo’ di dichiarazione programmatica) quelli di lettura dell’opera.

Il primo, quello più evidente e che non verrà mai meno negli altri livelli, lavora sul genere sessuale. Paul Grappe, caporale durante la Prima Guerra Mondiale diserta per tornare dalla moglie Louise. Per non finire davanti al plotone d’esecuzione negli ultimi anni di guerra e nei dieci anni successivi all’armistizio, prima dell’amnistia per i disertori, con la complicità della moglie, si traveste da donna e assume l’identità di Suzanne.

Ora; non è esatto dire, come ho letto da più parti che questo libro indaghi la questione dell’ambiguità di identità e di genere; è semmai evidente come Cruchadet, usando a pretesto una storia realmente accaduta (ma distaccandosene in molti momenti fondamentali), prenda una precisa posizione su una questione che non ha nessuna ambiguità. Nei dieci è più anni che deve vivere ufficialmente nei panni di donna Paul Grappe non scopre l’ambiguità della propria appartenenza sessuale, scopre semmai la propria reale identità, che noi purtroppo a tutt’oggi non abbiamo termini adeguati per definire, se non in negativo.

Judith Butler, nel suo fondamentale Gender Trouble (del 1990, tradotto in italiano per Sansoni nel 2004 come Scambi di Genere) sostiene che la differenza sessuale non corrisponde alle categorie di uomo e donna, ma che esse rappresentano solo i modi in cui la differenza sessuale giunge ad avere significato nell’ordine sociale. La differenza sessuale reale attiene all’ordine simbolico, dove per i lacaniani alla Zizek non avrebbe significato semantico. Butler dice che i lacaniani sparano fregnacce. Che le cose non stanno così, perché la differenza sessuale è si simbolica, ma è anche performativa, quindi è soprattutto un atto linguistico. Non è un caso che, a pag 116 dell’edizione italiana di Mauvais genre, Cruchaudet stigmatizzi la posizione reazionaria delle interpretazioni psicologiche della differenza sessuale attraverso il personaggio del giudice (metafora neanche particolarmente ardita dell’ordine sociale in cui i protagonisti del libro si muovono) che presiede al processo contro la moglie di Grappe; il quale non ha le parole per definire proprio la differenza dello stesso Grappe, e dice: “ci sono gli eterosessuali e gli omosessuali. Così come ci sono gli uomini e le donne. O sei l’uno o sei l’altro, Questo è quanto.”

Ovviamente Cruchaudet si discosta da questa interpretazione psicologista e sposa quella performativa che Judith Butler mutuava in parte dal diventare donna di Simone de Beauvoir. Il genere sessuale non è qualcosa che si è o a cui si appartiene. E’ qualcosa che si fa e che si impara facendolo. Questo atto performativo, essendo atto di linguaggio, non porta necessariamente a qualcosa di definito, ma può essere detto e smentito, fatto e disfatto in continuazione: l’unico limite è, spinozianamente, solo l’immaginabile. Oltre non si può andare.

 

ent_11_p1_250px (1)

Nei dieci anni in cui deve vivere nascosto, Paul Grappe costruisce la propria identità facendo e disfacendo (costruendo e decostruendo) Suzanne. Ma se ha ragione Butler (io credo ce l’abbia o per lo meno non ho letto niente di più convincente) questa meccanica del genere sessuale (che come vedremo -se avrai la bontà di seguirmi e se io non ci perdo interesse- è anche una meccanica del genere sociale e dei generi narrativi), questo atto ludico della transessualità, splendidamente raccontata da Cruchaudet nella parte centrale del volume, non può che concludersi con un fallimento.

“Il genere è sempre un fallimento; tutti falliscono” dice Butler. La costruzione del genere è un “gioco” che non può mai concludersi, non può approdare a una categoria, pena la catastrofe. Nel momento in cui l’amnistia per i disertori, obbliga Paul Grappe a cessare, dichiarandosi apertamente, quella continua decostruzione della propria identità, Paul Grappe cessa anche di esistere.

La bellissima sequenza finale del libro è esemplificativa. Finito il processo, Louise è stata assolta per avere ucciso il marito. E’ incinta e uscita dal tribunale si ordina, da un ambulante, una cialda. Una vecchia, probabilmente la portinaia dello stabile lì vicino, la riconosce e comincia a commentare il fatto. Dice: “sarà mica lei quella assolta per la storia del travestito”. L’ambulante che vende le cialde sottolinea che se ciascuno stesse al suo posto le cose funzionerebbero bene. Louise che sa che invece è per l’esatto contrario che le cose, le storie, funzionano, fa per andarsene. A quel punto la vecchia le dice di aspettare che lei saprà dirle, solo toccandole la pancia, se il bambino sarà maschio o femmina. Louise le grida di non toccarla. Non vuole saperlo. Perché a cercare di definirlo rovini quell’atto ludico performativo che è il raccontare.

(continua)

lungavita2

La bicicletta era come l’aria che respiravo…
   Giovanni Pesce,
comandante del 3° Gap di Milano

Avevo una bicicletta. Ne ho una anche adesso, ma non è la stessa cosa. E’ un’ottima city bike della Ferrini quella che ho adesso, ma non è quella bicicletta che avevo, e ce l’avevo dal 1982 e ci ero innamorato io di quella bici là, prima che me la rubassero. Era una Peugeot PX10, e forse te ne ho già parlato. Per come la vedo io ineguagliata vetta delle bici da corsa. La leggenda racconta la montasse persino Eddy Merckx a inizio carriera.

Io però non la usavo per sport o per le gite domenicali o per quelle cose lì, di moda adesso come il cicloturismo, cose per il tempo libero che snaturano il senso della bicicletta. La bicicletta, come la definì Gianni Brera, è un anti-cavallo (leggilo eh, L’anticavallo, l’ha pubblicato Baldini e Castoldi nel 1997). Un mezzo di trasporto usato dalla povera gente, quella che a differenza di nobili e borghesi non poteva permettersi il cavallo, agli inizi del secolo scorso. E così la usavo (e tutt’ora uso quella che ho): come mezzo di trasporto. Ci cavalcavo Milano con la stessa irriguardosità per il codice della strada e per il traffico che doveva avere animato Albert Hoffman quel 19 aprile del ’43 quando attraversò Basilea strafatto di LSD in sella alla sua fedele bicicletta (lo racconta, quel giro in bicicletta, in questo aureo libretto LSD il mio bambino difficile. Riflessioni su droghe sacre, misticismo e scienza, edito da URRA nel 2005). Ma anche, mi piace pensare, con l’ubriaca follia con cui Alfred Jarry attraversava Parigi in sella alla sua Clement luxe 96, la regina delle bici da corsa, comprata nel 1896 e mai pagata (imperdibile il suo Acrobazie e bici, recentemente tradotto da Bollati e Boringieri).

La natura del mio pedalare è fatta di due cose: della necessità di andare da un punto all’altro (con una certa agilità) di questa lenta città che è Milano e dell’euforia che quell’agilità mi da.

Perché la mia bicicletta è uno strumento politico e sovversivo.

I reazionari l’hanno sempre temuta.

Durante l’insurrezione milanese del 1898 le biciclette erano strumento logistico fondamentale degli insorti, tanto che il generale Bava Beccaris, Regio Commissario Straordinario della città, ne vietò con decreto ufficiale, pena il carcere, la circolazione nell’intera provincia (lo raccontano Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia nel loro Quelli che Milano, Rizzoli, 2010)

Dato l’uso che ne facevano i partigiani (dalle staffette al trasporto di armi e documenti), durante l’occupazione i nazisti ne vietarono l’uso pena la fucilazione. Dovettero poi tornare sui loro passi per città come Milano e Torino perché, essendo l’unico mezzo di trasporto degli operai, si sarebbe bloccata l’intera produzione industriale (un libro che non puoi perderti sull’argomento è quello di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, La bicicletta nella Resistenza, Edizioni Arterigere, 2007)

Quando nel 1972 Jose Antonio Viera Gallo, sottosegretario alla giustizia nel governo di Salvador Allende, titolò (scherzando) un suo articolo sul quotidiano La Tercera nel quale confutava gli attacchi dei liberali alla politica del suo governo volta al potenziamento dei trasporti pubblici invece che a incentivare le vendite delle automobili, con questa frase: el socialismo sòlo puede llegar en bicicletta, aveva colto perfettamente la natura dei velociferi.

Nel 1974, mentre tra maggio e luglio Eddy Merckx vinceva sia il Giro d’Italia che il Tour de France, uscivano due libri fondamentali, per quanto destinati a diversa fortuna.

Harper and Row raccoglie in un agile volumetto di un’ottantina di pagine una serie di articoli che Ivan Illich, ispirato dall’azione del governo Cileno, aveva pubblicato l’anno prima su Le Monde. Nel volumetto Illich dimostra come la continua crescita della velocità dei mezzi di trasporto privati sia in realtà causa e alimento di disparità sociale; l’insistenza culturale sul concetto di velocità porta le società occidentali a capitalizzare in modo esasperato il tempo. Che viene definito secondo categorie economiche quali: spendere, risparmiare, sprecare. Il che porta all’ottimizzazione del tempo di una minoranza che può permettersi la velocità a discapito di una minoranza che non può permettersela. Dato che verso la fine del libro Illich suggerisce l’uso della bicicletta tra i possibili strumenti per una più equa ottimizzazione del tempo di tutti, Bollati e Boringhieri quando ripropose il pamphlet nel 2006 lo intitolò Elogio della biciletta.

William Morrow, piccola casa editrice newyorchese, pubblica il diario di un viaggio di 17 giorni fatto dall’autore e da suo figlio lungo gli Stati Uniti dal Minnesota alla California, in motocicletta. L’autore si chiamava Robert M. Pirsig e il suo libro Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, avrà un incredibile successo di vendite e diverrà un’icona letteraria della storia d’America.

Nel loro nuovo libro Alessandro Lise e Alberto Talami

aspetta un momento. Se non l’hai ancora fatto procurati prima e leggiti il loro fondamentale Quasi quasi mi sbattezzo

uscito fresco fresco per i tipi di Becco Giallo, Saluti e bici, al quale hanno dato una struttura simile a quello di Pirsig, tutto giocato sulla triade soggetto (gli autori) – oggetto (la bici)- valori (consumi equi, solidarietà e qualità della vita) e declinato in modo forse troppo didascalico nei tre tronconi: biografie di personaggi rilevanti nella storia del mezzo, meccanica del mezzo, teoria della qualità (decisamente new age alla Pirsig); gli autori dicevo, sostengono in questo libro che le teorie di Ivan Illich risentano del periodo in cui sono state scritte.

Ora. Ivan illich sostiene in quel volume (e negli altri due di quegli anni, La convivialità e Disoccupazione Creativa) che la povertà tradizionale assume nella società industriale un nuovo aspetto determinato dal divario tra i bisogni fondamentali e quelli determinati dai prodotti industriali. Cioè capitalizzati. Come già ti ho detto, Illich osserva come, nelle moderne società occidentali il tempo è la cosa principale a venire capitalizzata. Viene definito in categorie economiche e finanziarie che richiamano lo spreco, il risparmio, gli investimenti, le ottimizzazioni e la spesa. Cosa che porta necessariamente a una disparità gestionale del tempo stesso, ottimamente gestito. come le loro rendite finanziarie, quello di una minoranza ricca a discapito di quello della maggioranza meno abbiente.

Come una volta per chi aveva il cavallo e chi no. Allora la bicicletta servì a riequilibrare le cose. Oggi la questione è più complessa, le soluzioni che propone Illich sono vecchie e inattuali sì, ma la crisi in cui ci troviamo ha le stesse cause indicate da illich, e la bicicletta può comunque essere strumento di questo tentativo di riequilibrio. Sarebbe stato utile tentarne un abbozzo teorico.

Dispiace che Lise e Talami non affrontino seriamente nel libro la questione politica, liquidando Illich in poche tavole e preferendo un approccio ecologioco/metafisico alla Pirsig. Resta comunque un libro gradevole nelle parti (poche) dove affrontano la manutenzione (riparazione della camera d’aria e come difendersi dai furti) dell’anticavallo.

matematica

 

 

–        Dì papà… mi sa che se Mirtilla veniva a scuola non andava mica tanto bene con la pagella… anzi mi sa che andava proprio male…

–        Perché? Mi sembra una cagnolona sveglia, se avesse potuto venire a scuola, per me avrebbe capito al volo tutto quello che vi spiega la maestra.

–        Si… vabbene, quello si… però è troppo monella… secondo me avrebbe preso … è giusto così? Si dice avrebbepreso…?

–        Si, così è giusto…

–        Ecco, secondo me avrebbepreso un sacco di note… tipo mille al giorno.

–        Scusa, ma non mi sembra che tu sia un campione di comportamento, mi sembra che di note tu ne abbia prese eccome… per non parlare dei compiti di castigo…

–        E’ vero… ma Mirtilla  faceva… avrebbefatto la tremenda anche in mensa… io in mensa no… eppoi quando facevo il monello adesso è una cosa vecchia… adesso sono bravo anche in classe.

–        Ci devo credere?

–        Credici! Ieri sono stato bravissimo che anche la maestra me l’ha detto che sono stato bravo… oggi vediamo… io ci provo a farlo il bravo…

Sorrido.

Appena però mio figlio si è infilato gli spallacci del suo zaino degli Avengers e ha varcato il portone della scuola, mi attanaglia lo sconforto. Sconforto per la mia brutale contraddizione. Io, che ogni volta che inizio un nuovo taccuino, oltre alla data d’inizio ci metto come punti programmatici le parole: disordine e indisciplina; io, che materialista convinto, ho il corpo e la sua libertà da ogni pastoia in somma considerazione; io, che odio ogni gerarchia e, a parole, non ho ne dei ne maestri ne padroni; io… sto permettendo che mio figlio impari disciplina (in classe si sta seduti al banco e non si parla e si ascolta la maestra!) e ordine (guarda che razza di quaderni! Perché non li tieni belli ordinati come quelli dei tuoi compagni!), anzi mi sto rendendo complice di questo.

Non fumo più. Da quattro anni abbondanti. Forse cinque. Ma vorrei accendermi una sigaretta mentre mi incammino verso il lavoro schifo.

Oggi il futuro, a cui di solito non credo, mi terrorizza.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: