Let us go riding now through the days

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La bicicletta era come l’aria che respiravo…
   Giovanni Pesce,
comandante del 3° Gap di Milano

Avevo una bicicletta. Ne ho una anche adesso, ma non è la stessa cosa. E’ un’ottima city bike della Ferrini quella che ho adesso, ma non è quella bicicletta che avevo, e ce l’avevo dal 1982 e ci ero innamorato io di quella bici là, prima che me la rubassero. Era una Peugeot PX10, e forse te ne ho già parlato. Per come la vedo io ineguagliata vetta delle bici da corsa. La leggenda racconta la montasse persino Eddy Merckx a inizio carriera.

Io però non la usavo per sport o per le gite domenicali o per quelle cose lì, di moda adesso come il cicloturismo, cose per il tempo libero che snaturano il senso della bicicletta. La bicicletta, come la definì Gianni Brera, è un anti-cavallo (leggilo eh, L’anticavallo, l’ha pubblicato Baldini e Castoldi nel 1997). Un mezzo di trasporto usato dalla povera gente, quella che a differenza di nobili e borghesi non poteva permettersi il cavallo, agli inizi del secolo scorso. E così la usavo (e tutt’ora uso quella che ho): come mezzo di trasporto. Ci cavalcavo Milano con la stessa irriguardosità per il codice della strada e per il traffico che doveva avere animato Albert Hoffman quel 19 aprile del ’43 quando attraversò Basilea strafatto di LSD in sella alla sua fedele bicicletta (lo racconta, quel giro in bicicletta, in questo aureo libretto LSD il mio bambino difficile. Riflessioni su droghe sacre, misticismo e scienza, edito da URRA nel 2005). Ma anche, mi piace pensare, con l’ubriaca follia con cui Alfred Jarry attraversava Parigi in sella alla sua Clement luxe 96, la regina delle bici da corsa, comprata nel 1896 e mai pagata (imperdibile il suo Acrobazie e bici, recentemente tradotto da Bollati e Boringieri).

La natura del mio pedalare è fatta di due cose: della necessità di andare da un punto all’altro (con una certa agilità) di questa lenta città che è Milano e dell’euforia che quell’agilità mi da.

Perché la mia bicicletta è uno strumento politico e sovversivo.

I reazionari l’hanno sempre temuta.

Durante l’insurrezione milanese del 1898 le biciclette erano strumento logistico fondamentale degli insorti, tanto che il generale Bava Beccaris, Regio Commissario Straordinario della città, ne vietò con decreto ufficiale, pena il carcere, la circolazione nell’intera provincia (lo raccontano Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia nel loro Quelli che Milano, Rizzoli, 2010)

Dato l’uso che ne facevano i partigiani (dalle staffette al trasporto di armi e documenti), durante l’occupazione i nazisti ne vietarono l’uso pena la fucilazione. Dovettero poi tornare sui loro passi per città come Milano e Torino perché, essendo l’unico mezzo di trasporto degli operai, si sarebbe bloccata l’intera produzione industriale (un libro che non puoi perderti sull’argomento è quello di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, La bicicletta nella Resistenza, Edizioni Arterigere, 2007)

Quando nel 1972 Jose Antonio Viera Gallo, sottosegretario alla giustizia nel governo di Salvador Allende, titolò (scherzando) un suo articolo sul quotidiano La Tercera nel quale confutava gli attacchi dei liberali alla politica del suo governo volta al potenziamento dei trasporti pubblici invece che a incentivare le vendite delle automobili, con questa frase: el socialismo sòlo puede llegar en bicicletta, aveva colto perfettamente la natura dei velociferi.

Nel 1974, mentre tra maggio e luglio Eddy Merckx vinceva sia il Giro d’Italia che il Tour de France, uscivano due libri fondamentali, per quanto destinati a diversa fortuna.

Harper and Row raccoglie in un agile volumetto di un’ottantina di pagine una serie di articoli che Ivan Illich, ispirato dall’azione del governo Cileno, aveva pubblicato l’anno prima su Le Monde. Nel volumetto Illich dimostra come la continua crescita della velocità dei mezzi di trasporto privati sia in realtà causa e alimento di disparità sociale; l’insistenza culturale sul concetto di velocità porta le società occidentali a capitalizzare in modo esasperato il tempo. Che viene definito secondo categorie economiche quali: spendere, risparmiare, sprecare. Il che porta all’ottimizzazione del tempo di una minoranza che può permettersi la velocità a discapito di una minoranza che non può permettersela. Dato che verso la fine del libro Illich suggerisce l’uso della bicicletta tra i possibili strumenti per una più equa ottimizzazione del tempo di tutti, Bollati e Boringhieri quando ripropose il pamphlet nel 2006 lo intitolò Elogio della biciletta.

William Morrow, piccola casa editrice newyorchese, pubblica il diario di un viaggio di 17 giorni fatto dall’autore e da suo figlio lungo gli Stati Uniti dal Minnesota alla California, in motocicletta. L’autore si chiamava Robert M. Pirsig e il suo libro Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, avrà un incredibile successo di vendite e diverrà un’icona letteraria della storia d’America.

Nel loro nuovo libro Alessandro Lise e Alberto Talami

aspetta un momento. Se non l’hai ancora fatto procurati prima e leggiti il loro fondamentale Quasi quasi mi sbattezzo

uscito fresco fresco per i tipi di Becco Giallo, Saluti e bici, al quale hanno dato una struttura simile a quello di Pirsig, tutto giocato sulla triade soggetto (gli autori) – oggetto (la bici)- valori (consumi equi, solidarietà e qualità della vita) e declinato in modo forse troppo didascalico nei tre tronconi: biografie di personaggi rilevanti nella storia del mezzo, meccanica del mezzo, teoria della qualità (decisamente new age alla Pirsig); gli autori dicevo, sostengono in questo libro che le teorie di Ivan Illich risentano del periodo in cui sono state scritte.

Ora. Ivan illich sostiene in quel volume (e negli altri due di quegli anni, La convivialità e Disoccupazione Creativa) che la povertà tradizionale assume nella società industriale un nuovo aspetto determinato dal divario tra i bisogni fondamentali e quelli determinati dai prodotti industriali. Cioè capitalizzati. Come già ti ho detto, Illich osserva come, nelle moderne società occidentali il tempo è la cosa principale a venire capitalizzata. Viene definito in categorie economiche e finanziarie che richiamano lo spreco, il risparmio, gli investimenti, le ottimizzazioni e la spesa. Cosa che porta necessariamente a una disparità gestionale del tempo stesso, ottimamente gestito. come le loro rendite finanziarie, quello di una minoranza ricca a discapito di quello della maggioranza meno abbiente.

Come una volta per chi aveva il cavallo e chi no. Allora la bicicletta servì a riequilibrare le cose. Oggi la questione è più complessa, le soluzioni che propone Illich sono vecchie e inattuali sì, ma la crisi in cui ci troviamo ha le stesse cause indicate da illich, e la bicicletta può comunque essere strumento di questo tentativo di riequilibrio. Sarebbe stato utile tentarne un abbozzo teorico.

Dispiace che Lise e Talami non affrontino seriamente nel libro la questione politica, liquidando Illich in poche tavole e preferendo un approccio ecologioco/metafisico alla Pirsig. Resta comunque un libro gradevole nelle parti (poche) dove affrontano la manutenzione (riparazione della camera d’aria e come difendersi dai furti) dell’anticavallo.

1 commento
  1. Anonimo ha detto:

    la city bike ?
    doveva dartene altro che uno di scapaccione il tuo babbo

    Mi piace

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