Malarazza. Scambi di genere o scambio di generi? (primo di tre livelli di lettura)

illustrazione di Olimpia Zagnoli

illustrazione di Olimpia Zagnoli

Probabilmente sbaglio. Ma ho l’impressione che l’editore italiano di Chloè Cruchaudet non abbia compreso a fondo la portata ideologica (e conseguentemente teorica) di un volume come Mauvais genre. Me lo fa pensare la scelta del titolo italiano: Poco raccomandabile, che annulla in uno solo (e neppure particolarmente attinente) i tre livelli su cui gioca il titolo francese, che poi sono (a mo’ di dichiarazione programmatica) quelli di lettura dell’opera.

Il primo, quello più evidente e che non verrà mai meno negli altri livelli, lavora sul genere sessuale. Paul Grappe, caporale durante la Prima Guerra Mondiale diserta per tornare dalla moglie Louise. Per non finire davanti al plotone d’esecuzione negli ultimi anni di guerra e nei dieci anni successivi all’armistizio, prima dell’amnistia per i disertori, con la complicità della moglie, si traveste da donna e assume l’identità di Suzanne.

Ora; non è esatto dire, come ho letto da più parti che questo libro indaghi la questione dell’ambiguità di identità e di genere; è semmai evidente come Cruchadet, usando a pretesto una storia realmente accaduta (ma distaccandosene in molti momenti fondamentali), prenda una precisa posizione su una questione che non ha nessuna ambiguità. Nei dieci è più anni che deve vivere ufficialmente nei panni di donna Paul Grappe non scopre l’ambiguità della propria appartenenza sessuale, scopre semmai la propria reale identità, che noi purtroppo a tutt’oggi non abbiamo termini adeguati per definire, se non in negativo.

Judith Butler, nel suo fondamentale Gender Trouble (del 1990, tradotto in italiano per Sansoni nel 2004 come Scambi di Genere) sostiene che la differenza sessuale non corrisponde alle categorie di uomo e donna, ma che esse rappresentano solo i modi in cui la differenza sessuale giunge ad avere significato nell’ordine sociale. La differenza sessuale reale attiene all’ordine simbolico, dove per i lacaniani alla Zizek non avrebbe significato semantico. Butler dice che i lacaniani sparano fregnacce. Che le cose non stanno così, perché la differenza sessuale è si simbolica, ma è anche performativa, quindi è soprattutto un atto linguistico. Non è un caso che, a pag 116 dell’edizione italiana di Mauvais genre, Cruchaudet stigmatizzi la posizione reazionaria delle interpretazioni psicologiche della differenza sessuale attraverso il personaggio del giudice (metafora neanche particolarmente ardita dell’ordine sociale in cui i protagonisti del libro si muovono) che presiede al processo contro la moglie di Grappe; il quale non ha le parole per definire proprio la differenza dello stesso Grappe, e dice: “ci sono gli eterosessuali e gli omosessuali. Così come ci sono gli uomini e le donne. O sei l’uno o sei l’altro, Questo è quanto.”

Ovviamente Cruchaudet si discosta da questa interpretazione psicologista e sposa quella performativa che Judith Butler mutuava in parte dal diventare donna di Simone de Beauvoir. Il genere sessuale non è qualcosa che si è o a cui si appartiene. E’ qualcosa che si fa e che si impara facendolo. Questo atto performativo, essendo atto di linguaggio, non porta necessariamente a qualcosa di definito, ma può essere detto e smentito, fatto e disfatto in continuazione: l’unico limite è, spinozianamente, solo l’immaginabile. Oltre non si può andare.

 

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Nei dieci anni in cui deve vivere nascosto, Paul Grappe costruisce la propria identità facendo e disfacendo (costruendo e decostruendo) Suzanne. Ma se ha ragione Butler (io credo ce l’abbia o per lo meno non ho letto niente di più convincente) questa meccanica del genere sessuale (che come vedremo -se avrai la bontà di seguirmi e se io non ci perdo interesse- è anche una meccanica del genere sociale e dei generi narrativi), questo atto ludico della transessualità, splendidamente raccontata da Cruchaudet nella parte centrale del volume, non può che concludersi con un fallimento.

“Il genere è sempre un fallimento; tutti falliscono” dice Butler. La costruzione del genere è un “gioco” che non può mai concludersi, non può approdare a una categoria, pena la catastrofe. Nel momento in cui l’amnistia per i disertori, obbliga Paul Grappe a cessare, dichiarandosi apertamente, quella continua decostruzione della propria identità, Paul Grappe cessa anche di esistere.

La bellissima sequenza finale del libro è esemplificativa. Finito il processo, Louise è stata assolta per avere ucciso il marito. E’ incinta e uscita dal tribunale si ordina, da un ambulante, una cialda. Una vecchia, probabilmente la portinaia dello stabile lì vicino, la riconosce e comincia a commentare il fatto. Dice: “sarà mica lei quella assolta per la storia del travestito”. L’ambulante che vende le cialde sottolinea che se ciascuno stesse al suo posto le cose funzionerebbero bene. Louise che sa che invece è per l’esatto contrario che le cose, le storie, funzionano, fa per andarsene. A quel punto la vecchia le dice di aspettare che lei saprà dirle, solo toccandole la pancia, se il bambino sarà maschio o femmina. Louise le grida di non toccarla. Non vuole saperlo. Perché a cercare di definirlo rovini quell’atto ludico performativo che è il raccontare.

(continua)

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