archivio

Archivio mensile:novembre 2014

daryl-hannah-as-pris-in-blade-runner-blade-runner-1982Scusa il ritardo. Riprendiamo il discorso.

Una strategia di controllo delle più esiziali, tra quelle che i servitori volontari (accademici, opinionisti del Corsera e della Reppa e politici tutti) delle ingegnerie del potere mettono in atto è quella di presentare qualsiasi architettura ideologica (reazionaria) come una questione, problematica magari ma solo come una questione di comunicazione. Così il razzismo diventa disagio o addirittura come nelle ultime evoluzioni linguistiche di certi gazzettieri, “stanchezza”. Il dualismo gerarchico tipico dell’ordine patriarcale occidentale, che teorizza e pratica la marginalità sociale della donna, diventa invece dualismo organico, cioè naturale differenza sociale in quanto intrinseca nell’ordine biologico del genere sessuale.
Donna Haraway ha brillantemente definito, nel suo fondamentale Manifesto Cyborg (Feltrinelli, 1995), questa strategia come informatica del dominio. Secondo lei l’effettiva situazione delle donne di integrazione/sfruttamento caratteristica della postmodernità (molto ben esemplificata nel nostro paese dal ruolo, per esempio, delle ministre del governo Renzi o da pornostar fintointellettuali al servizio della consolidazione intellettuale maschile del dualismo gerarchico quali Valentina Nappi) può essere smontata solo attraverso una nuova teoria del testo. Il modo per costruire una politica socialista del femminismo, scrive nel suo manifesto, è quello di disgregare – per rimontarli- i sistemi dei miti e dei significati che, derivatici dalla civiltà greco-cristiana, strutturano la nostra immaginazione.

Non so se Chloé Cruchaudet abbia mai letto Haraway, ma sono convinto che il suo Mauvaise Genre pratichi fin dalla scelta del titolo (per questo trovo decisamente infelice la scelta dell’editore italiano; intendiamoci: è vero che Poco Raccomandabile rende bene questa accezione, diciamo, di classe, ma annulla tutti gli altri livelli di lettura con una superficialità imperdonabile) questa istanza ideologica, attuando il tentativo, narrativamente molto riuscito, di non essere più esclusivamente l’Uomo, cioè l’incarnazione -come lo è purtroppo la maggior parte della narrativa- del logos occidentale. La parola, che ha costruito nella nostra cultura, con l’immagine un dualismo gerrachico dove l’immagine è sempre subordinata.
Il fumetto si rivela in questo strumento fondamentale (affrontando come vedremo – non lo so quando… prima o poi, forse… spero tu non abbia fretta- la questione dei generi narrativi) per la costruzione di un testo che ci conduce, con geometrica potenza, attraverso la cronaca della vita famigliare di una coppia di gente del popolo, gente da poco, gentaglia (mouvaises gens), al superamento dei limiti dell’immagine di uomo derivataci dalla cultura greca. Il genere sessuale del personaggio di Paul è costruito in un crescendo di contaminazione con l’indistinto (mauvais genre) fino a confondersi con la stessa Louise (…tu vorresti essere me, gli dice lei poco prima di sparargli). Nello svolgersi della storia ogni identità unitaria è annientata: la morte fa schifo... dice Louise, ribaltando il titolo di un bellissimo romanzo di Leo Malet, mentre uccide Paul, e lo dice perché la morte annientando Paul riporta lei a un’unitarietà che non è più in grado di sostenere. Per fortuna Louise è incinta. La sua unitarietà non si ristabilisce, non c’è rischio che il suo confronto con la realtà generi dualismo antagonistico. Essa è una ma è anche due.
E torno al bellissimo finale. Che solo il ritmo delle tavole a fumetti può rendere così incisivo. Dove il rifiuto di Louise di conoscere il sesso del nascituro non è che l’affermazione del sogno utopico (realizzabile) di un mondo (mostruoso, lo diceva con ironia Donna Haraway) senza genere e pieno di immagini. Quello che è alla finfine, se gli togli la sovrastruttura culturale cattoidealistica che ci trasciniamo da due secoli fa, in realtà il tempo che viviamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: