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Archivio mensile:dicembre 2014

Va bene. Sei andato a correre e sei pure contento; che erano quattro mesi non facevi un cazzo, credevi mica di farcela a correre per almeno mezzoretta. Invece. Poi hai pure portato il cane a fare la passeggiata e ti sei attardato a scambiare convenevoli con gli altri canari. Torni a casa e ti accorgi che la mattina di Santo Stefano se ne praticamente andata. E’ l’una passata, e da un pezzo. ma non è questo il peggio. Il peggio è che ci sono due giovani lupi affamati che reclamano cibo e ti accerchiano come capitava a un qualche protagonista di un racconto di Jack London.

Devi fare in fretta. Allora fai cosi.

Prendi otto uova dal frigo. Del grana. Carote, una cipolla, un gambo di sedano e del prezzzemolo. Se non hai qualcosa puoi sostituire con quello che ti passa per la testa, tranne le uova (va da sè). Triti le verdure e le salti velocemente in padella con olio d’oliva. Gratugi abbondantemente il grana e lo sbatti con le uova in una terrina. Regoli di sale e pepe. Ci aggiungi le vedure soffritte, fai amalgamare bene e rimetti tutto il composto in padella. Cuoci bene entrambi i lati, sai farla una frittata, no?

Poi la metti su un piatto, la tagli a spicchi. Prendi dai regali che hai ricevuto per Natale l’aceto balsamico, quello riserva di almeno 20 travasi (evita come il veleno quelle cose che trovi al supermercato che ti spacciano per aceto balsamico ma è solo mosto e caramello, piuttosto niente) e ce ne spandi, sulla frittata a spicchi, un cucchiaio generoso.

Sfami le belve prima che ti azzannizo una caviglia. Mentre li guardi mang… divorare la frittatona rustica, ti bevi un bicchiere di Veuve Cliquot (te ne sarà avanzata una bottiglia da ieri, no?).

 

 

ps: di A singer of songs  cercavo la belissima e appropriata The Runner, dall’album  From Hello to Goodbye ma non l’ho trovata, accontentati.

Una domenica come le altre. Mi è morto il Mac (questo è successo venerdì in realtà, ma fa statistica e comunque oggi ancora non so qual è il problema- ma ci stanno lavorando); mi è volato il telefono portatile e si è frantumato; vado per recuperare miei vecchi vinili e scopro che, non so quando, si è allagata la cantina dove li tenevo e la maggior parte sono da buttare con tutto il cartone delle copertine appiccicato alla plastica nera; sono stato eliminato al primo girone da un torneo di – come lo chiama il figlio piccolo – calcio barilla; al supermercato mi appoggio, pesantemente è vero, a un corrimano e volo per terra insieme a tutta l’architettura di tubi anodizzati che mi ruzzolano addosso: ho la schiena a pezzi; mi si sono rotte le stringhe degli anfibi; resto chiuso per la maggior parte del pomeriggio in ascensore; le crocchette di patate che ho fatto la sera seguendo una ricetta marocchina non mi sono venute benissimo; non mi ero accorto di avere finito la scorta di vino.

Non chiedermi perché sono insensibile all’atmosfera natalizia. Arriverà gennaio.

Sono giorni dannatamente concitati questi. Uno dei motivi per cui odio il Natale. E corri di qui e corri di la, e vieni a questa festa della scuola e poi passa a quell’aperitivo e poi la cena aziendale e poi e poi e poi… E poi devi pure riuscire, il mezzodì, a sfamare i pargoli. Ho una ricettina se vuoi. Non è velocissima ma se ti organizzi riesci a far cosa egregia senza rinunciare a tutti gli altri impegni.

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Io faccio così. La sera, uscito dall’ufficio passo dal mio rivendugliolo di carne frolla (dietro l’ufficio) e mi faccio dare un coniglio bello grosso, già porzionato. Dopo vado a prendermi l’aperitivo al solito bar (quello dietro l’ufficio) e poi vado a casa. Prendo una casseruola ci metto il coniglio e lo marino con olio e erbe aromatiche (rosmarino salvia timo e maggiorana) sminuzzate fini fini, ci aggiungo qualche spicchio d’aglio spiccicato, copro con della pellicola e metto in frigo.

Ci dormo sopra. La mattina mentre prendo il mio caffè fortissimo e lungo lo tiro fuori. Adesso ho tutto il tempo per fare quello che devo fare: ho solo da tener conto che da quando accenderò i fornelli mi ocorrerà almeno un’ora. Basta essere a casa a un orario che ti permetta per avere quel margine di tempo.

Allora. Arrivo, tolgo il coniglio dalla marinatura e lo infarino velocemente; metto sul fuoco (a fiamma viva) una pentola capiente, un po’ d’olio e appena è caldo ci metto il coniglio a rosolare. Quando è bello colorato sfumo con dell’ottimo vino bianco (è un periodo che uso un bianco umbro, fatto con trebbiano e grechetto, chiamato Villa Conversino dalla sua cantina produttrice, scoperto in Scighera grazie a Paolo) e ci aggiungo la sua marinatura. Copro, abbasso la fiamma e lascio andare per almeno quaranta minuti.

Adesso viene la parte divertente. Devi preparare una tapenade casalinga. La tapenade è una salsa con cui a Marsiglia il popolo era solito condirsi quello che aveva per pranzo, uova sode o pane secco. La facevano, e la fanno così: una abbondante dose di olive che hai denocciolato, due acciughe sotto sale che hai diliscato e lavato molto bene, uno spicchio d’aglio, una manciata di capperi, qualche goccia di llimone, abbondante prezzemolo; metti tutto nel mixer e sminuzza grossolanamente mettendo un po’ d’olio a filo. Assaggi. Se non ti soddisfa regoli l’ingrediente che ti sembra indietro.

Quando hai la tapenade pronta devi solo aspettare che il coniglio sia cotto. Magari puoi preparare dei peperoni di contorno.Lavali tagliali, mettili in una teglia con un po’ di rosmarino, olio e una spruzzata di vino bianco. Infornali a 180 gradi per venti, trenta minuti.

Quando il coniglio è pronto, spegni la fiamma. Assaggi e regoli di sale e pepe. Poi aggiungi la tapenade, fai riandare per una decina di minuti a fuoco moderato. Spegni. Aggiungi un filo d’olio e servi sul letto di peperoni pippiati in forno.

Farai felici tutti. E nessuno avrà da ridire se ci finisci dietro la bottiglia di bianco che avevi aperto all’inizio.

 

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Dai, lo so. Secondo alcuni amici miei non avrebbe alcun senso perdere tempo a parlare di cose brutte (ma brutte davvero) come il numero 339 di Dylan Dog. Sono d’accordo con loro. Quindi tieni presente questa cosa: non sto parlando di quel giornaletto, lo sto usando a pretesto per parlare d’altro. Per esempio per parlare del film cui dicono si ispiri (non è mica vero, ma lo vediamo poi) senza particolare cognizione di causa. Un film del 1976 ancora tremendamente attuale. Attualità di cui e da cui il fumetto Bonelli, inteso come genere, prescinde. Con quella che non riesco a capire se consapevole volontà di esilio dalla realtà (nel nome di un intrattenimento puro la cui purezza era però esaurita alla fine degli anni ottanta) o se involontario ritardo percettivo. Ma non è questo poi il punto.

Veniamo al film.

C’è una cosa che mi ha sempre colpito, a proposito di John Carpenter: che il suo film più rigoroso sia praticamente il suo primo lungometraggio. Il rigore formale e quello ideologico di DISTRETTO 13 LE BRIGATE DELLA MORTE hanno infatti un livello e un equilibrio che Carpenter, pur andandoci spesso vicino, non eguaglierà più.

Rifacimento dichiarato di Un dollaro d’onore di Howard Hawks ne ha la stessa autonecessitante naturalezza strutturale pur distanziandosene dal punto di vista ideologico. Entrambi sono film in cui il centro narrativo è lo spazio sociale.

Ma.

Tutte le relazioni spaziali di Hawks sottolineano, attraverso l’uso del formato classico del fotogramma (rapporto fra altezza e larghezza 1:1,33), un ottimismo di fondo (molto americano) sui rapporti sociali: i personaggi di Hawks sono sempre raccolti tra loro, e trasmettono per tutto il film una sensazione di solidarietà di gruppo. Carpenter prende questo ottimismo e, pur rifacendo lo stesso film, lo butta a cesso. Usando un formato difficile come il cinemascope (il rapporto tra altezza e larghezza del fotogramma è incredibile, 1:2,35) distribuisce i personaggi nei punti più disparati dell’inquadratura trasmettendo attraverso questa disgregazione spaziale un’angosciante sensazione di disgregazione sociale.

Il film di Hawks, proprio in virtù di questo ottimismo si muove dal chiuso della prigione verso la deflagrazione della sequenza finale all’aperto; il film di Carpenter si muove esattamente al contrario e dagli spazi esterni di Los Angeles si chiude nell’edificio del distretto restringendosi sempre più, fino alla sequenza finale che si svolge in un corridoio dei sotteranei. Per Hawks l’edificio dove i buoni resistono all’assalto dei banditi è un luminoso baluardo della ragionevolezza umana contro le forze distruttive della natura antisociale, ed è dall’edificio in cui sono asseragliate che le forze del bene usciranno alla conquista dello spazio esterno. Il distretto 13 di Carpenter è un vuoto rimbombante (quanto è funzionale in questo la colonna sonora scritta dallo stesso regista!), la solidarietà umana lo ha abbandonato insieme alle compagnie erogatrici dei servizi base della socialità contemporanea, la luce elettrica e il telefono. E’ un forte sul bordo dell’abisso dei rapporti sociali, ma l’abisso non è fuori, sta dentro il forte. E’ con una grandissima idea di regia che Carpenter ce lo mostra. Quando il tenente Bishop lancia il fucile al carcerato “Napoleone” Wilson, assediato con lui nel distretto, non compie un atto di fiducia, semplicemente ridistribuisce l’unica ricchezza presente in quella microsocietà: le armi. La sparatoria contro gli assedianti che ne segue è teoricamente emblematica. Carpenter fa inceppare il meccanismo di ogni sparatoria cinemtografica: quel campo/controcampo necessario alla verifica ottica di una causa e di un effetto. Campo: un uomo che spara. Controcampo: un corpo che cade colpito.

Nei pochi esasperati minuti di quella sequenza Carpenter elimina progressivamente il secondo termine di quel rapporto, costruendo una serratissima partitura ritmica di inquadrature senza controcampi. Perché gli avversari in realtà non esistono. Il male è nei rapporti tra gli aderenti al consorzio sociale. E a questo, per Carpenter non c’è soluzione. Ogni suo finale è solo un momento di pausa, prima che il male riprenda la sua marcia, perché è la società il male; e la società anche se facciamo saltare per aria a colpi di nitroglicerina le sue strutture, non è eliminabile.

Ora, e lo liquido in fretta. La storia scritta da Simeoni e disegnata da un Casertano terribilmente sotto tono, si ispira molto più al film di Hawks che a quello di Carpenter. I manifestanti che assediano il distretto vogliono liberare il loro capo prigioniero, non fare vendetta. Fintanto che non si scopre che sono posseduti da un demone che cerca pace, tutti i dialoghi e la struttura narrativa portano a legittimare le violenza degli sbirri (quelli veramente innocenti, e innocenti due volte: perché costretti da maniaci assalitori a difendersi con mezzi estremi e perché, si scoprirà, strumenti dell’ordine in lotta contro le forze del caos e della possessione), come era leggittima quella di John T. Chance (John Wayne) in un dollaro d’onore. Nel film di carpenter non cio sono innocenti, men che meno i poliziotti. Poi in sovrapprezzo scopriamo che i manifestanti sono innocenti pure loro. Poveretti: sono posseduti dalle forze del caos (cazzo! sarebbe quella l’anarchia secondo Simeoni!? ) di uno spirito che compie il male in cerca di giustizia – poveretto, è persino in buonafede- e ci vuole lo sbirro “rinnegato” Dylan Dog (non è più sbirro ma si è tenuto il distintivo perché l’adesione all’ordine costituito sia comunque certificato) per pacificare la situazione con un gesto apotropaico. Alla fine sono tutti buoni e stupiti di quanto accaduto.

Una storia banale al servizio di una ideologia stolida raccontata con una struttura arruginita e farraginosa (tutta campi/controcampi anche quando non ce ne sarebbe bisogno per un po’ di ritmo).

Allora perché ne parlo? Perché a meno che i miei amici si riferiscano a una irrilevanza estetica, sulla quale mi trovano, l’ho già detto, d’accordo, credo che gli attuali prodotti Bonelli siano non tanto carichi di una qualche rilevanza sociale, quanto uno specchio, con meccanismi molto più velocemente identificabili che quelli della tv e della letteratura, di quanto sta avvenendo nel paese: la cancellazione inconscia, in nome di un ipocrita postideologismo, della narrazione del conflitto. Addiritura starei per dire di ogni narrazione che stia alla base di qualsiasi idea di società, invece (appunto) di un ottimistico, stupido, nulla narrativo.

Poi, fai tu.

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