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Archivio mensile:febbraio 2015

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Una decina di giorni fa. Una cena in certo qual modo di lavoro, cui avrei volentieri fatto a meno di andare. Sono seduto di fianco a un antico collega. Non lo vedevo da una saccagnata di tempo. Tanto. Mentre in tutti questi anni io a fatica ho terminato il periplo del giardinetto dietro casa dove la sera porto il cane, Nabore (così si chiama l’amico ritrovato) si è girato e rigirato l’intero mondo. Diluito nel vino l’imbarazzo di un così lungo non sentirsi, la nostra conversazione si accende e si protrae fino a notte fonda. Ovviamente le chiacchiere, riguardano gli amori, i fumetti, la musica e i libri. Quelli di viaggio.

 

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Alla mia candida ammissione di non sopportare il suo amato Tiziano Terzani, Nabore sbalordisce. Quella che segue è la cronaca stenografa della nostra conversazione.

Boris: Dai non guardarmi così… lo sai, non mi piacciono i santoni

Nabore: Intanto mettiamo da parte il Terzani degli ultimi libri, ma non puoi dirmi che  Pelle di Leopardo o La porta Proibita non siano libri fondamentali per la comprensione del mondo e della storia…

Boris: Ti giuro, non sono mai riuscito a finirne uno, eppoi posso concederti che abbiano avuto un interesse cronachistico ai tempi in cui furono scritti, oggi  completamente sbiadito… fare storia è ben altro che raccontare le proprie vicende di inviato… comunque già nella prosa di quei libri c’è la premessa di quello che  Terzani diventerà con i giri di giostra…

Nabore: Ma che cazzo dici!, quando Terzani era in Vietnam inviato di Der Spiegel usava una prosa secca e semplicissima, e il suo diario aiuta un sacco a capire quella guerra…

Boris: dai allora, spiegamela… visto che io ho le idee confuse anche dopo la lettura di Karnew e Mitchell… dai, via, quella prosa è fintamente semplice, ma narcisistica e stilnovistica come quella di tutti i giornalistucoli montanelliani d’Italia.

Nabore: mavaffanculo!!… è cristallina la sua scrittura, trasparente

Boris: io credo che tu confonda la brevità dei periodi dettati dalla velocità giornalistica con la semplicità dell’esposizione, la prosa di Terzani in quei libri è sintatticamente rarefatta…

Nabore:…si, hai detto bene… rarefatta, e non è, come pensi tu un insulto…

Boris:talmente rarefatta da essere inconsistente e da avere già in se quello che alla fine saranno quei centoni di pensierini alla Osho o alla Laozi… borotalco per l’anima di chi crede di avercela… io un libro che vorrebbe raccontarmi la tragedia e la necessità di una guerra come quella vietnamita che comincia con “la guerra è una cosa triste” e poi si sbrodola a descrivermi il primo cadavere incontrato, sottintendendomi sempre guarda come sono bravo a descrivertelo… lo butto nel cestino senza andare oltre… ma ti si seccassero la lingua e la penna…

Nabore: è qui il tuo errore, tu sei un fanatico degli incipit ma dovresti riuscire ad andare oltre… Terzani era un giornalista, quelli che contano sono i fatti di cui racconta e non il modo…

Boris: vorresti dirmi che dal modo di esprimersi di uno che scrive libri non dovrei dedurne anche l’interpretazione che di quei fatti che racconta vuole (consciamente o inconsciamente) dare? Vorresti raccontarmi la balla della neutralità della scrittura? Maccazzo!!…c’è mica bisogno di aver studiato semiotica applicata che dall’ortografia alla sintassi, tutto carica di significato quanto si scrive… Secondo me sarebbe più onesto tu ammettessi che il Terzani dei primi reportage è lo stesso Terzani degli ultimi libri…

Nabore:non ne sono assolutamente convinto ma e se anche così fosse? Cosa puoi rinfacciare all’attegiamento di Terzani e ai suoi libri degli ultimi anni?

Boris:non rinfaccio proprio niente… solo ribadisco che non mi interessa niente di quello che ha detto e scritto ne prima ne dopo… quando uno sente l’esigenza di raccontarmi della sua serenità, dubito fortemente di quella serenità, e quando mi dice che l’espressione che preferisce non è morire ma “lasciare il corpo”… bè io lascio il libro prima di dovermi pure leggere che “…forse la morte è l’inizio di una vita”…  ce n’è già abbastanza in giro, dal bar alla tv al tram, di preveti e santoni ad ammansire vite dopo la morte ed anime eterne per andarmeli a cercare anche in libreria…

Nabore:quindi per te se uno cerca di dare senso alla vita e alla morte… e ci riesce con la serenità di Terzani è roba da buttare…

Boris: porcodiundio!… la vita non ha bisogno di trovarle causalità… è il prodotto di normalissimi processi fisico-chimici, e la morte è l’esaurimento di questi processi… la vita accade e basta … e poi finisce e basta, leggiti DNA di James Watson… sai chi è vero?… il resto sono chiacchiere e insensata paura e più è la paura più sono le fole e le pagine necessarie ad esorcizzarla  per trovare un senso a ciò che senso non ha, al limite ha qualche significato…

Nabore: non sei cambiato, devi sempre radicalizzare tutto… uno sta morendo, si ferma lì a riflettere, senza la minima rabbia, senza quell’astio e rancore per chi resterà che per esempio mostra una come la Fallaci , … riflettere insomma su quello che gli sta accadendo, trova il modo di sopportare quanto gli accade e ci scrive un libro… e tu ci sputi sopra…

Boris: guarda che io non sputo su nessuno in particolare, sputo su quel sistema per cui Fallaci e Terzani sono opposti ma complementari, sputo su quel loro dio-gruppo editoriale che si fonde a controllare tutta la melassa  del mercato dei libri e dei vasetti di miele e al quale al di là di rabbia e di spirituale rassegnazione l’unica cosa che importa sono i settecentomilamilioni di euro di fatturato che questi best-seller prefabbricati gli fruttano…

Nabore: vabbene basta, non ti piace… oh, è finito il vino…

Boris:un’altra bottiglia?

Nabore: Un’altra bottiglia!

 

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Postilla di carattere bibliografico

Diceva G.B. Shaw che è necessario “esagerare per impressionare”. Ho esagerato. In realtà di Terzani penso che se si riesce a superare il fastidio per quella prosa comune a tutti i giornalisti italiani che fa il verso alla prosa d’arte, se si riesce a non infastidirsi per il narcisistico richiamo al: guardate quanto scrivo bene (che poi bene non scrive, ma è altro discorso), allora Pelle di Leopardo, Giai Phong!, La porta proibita e addirittura Buonanotte signor Lenin, possono rivelarsi libri, non necessari ma- avendo tempo da spendere- almeno interessanti. Il resto, la deriva spiritualista dei giri di giostra e delle fini confuse con gli inizi, non vale veramente il tempo necessario a leggerla.

Fondamentale invece per capire qualcosa di quella sintesi proteica che è la vita (e quindi della morte) è il testo dello scopritore della molecola dell’acido desossiribonucleico James Watson, Dna. Il segreto della vita, Adelphi, 2004.

Sulla ricchezza della filosofia indiana puoi leggerti un libro bello che Laterza  dovrebbe ristampare (l’ultima edizione è del 2005), scevro di cedimenti hermannhessiani -di cui purtroppo è ricco invece l’ultimo Terzani- e di cazzate varie: Storia della filosofia indiana, di Giuseppe Tucci. Se non sai chi era Giuseppe Tucci non sai come si possa andare per due volte in Tibet, capire tutto e tornare sani di mente; magari invece sai tutto di Tiziano Terzani, allora: sfiga per te.

 

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Christian Hincker, aka Blutch, ha ricevuto durante il Festival d’Angouleme di quest’anno, il premio, istituito dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio, per la libertà d’espressione. Ha tenuto un breve discorso, alla presenza della ministra della cultura Fleur Pellerin (avercene noi).

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Ho sentito, e mi perdonerai, la necessità di tradurtelo, per ovviare a quanto malamente fatto da altri in altre sedi.

 

Signore, Signori

mi permetto di leggervi un piccolo intervento che ho scritto questa mattina.

Scusatemi.

Sto su questo palco, sotto questi riflettori, perché delle persone che devono vivere nascoste mi hanno chiesto di farlo. Persone come voi e come me, ma protette dalle forze dell’ordine; che scendono a comprare il pane con la scorta; che scrutano con paura tra i passanti; che sorvegliano, dalla finestra, ogni movimento della strada. Dei superstiti, che pagano un conto che non è il loro, perché –

scusatemi

– ma il prezzo della vostra famosa libertà d’espressione è veramente esagerato.

Tanto più che in questo paese, faro della libertà, terra del pensiero e della ragione, di Cartesio e di Voltaire, la si pensava stabilita una volta per sempre questa libertà d’espressione; che fosse parte di noi. Invece no. La mia presenza qui lo dimostra senza pietà. Che tristezza!

Probabilmente qualcuno, da qualche parte, non ha fatto quello che avrebbe dovuto.

Scusatemi.

Abbiamo fatto un bel manifestare, congratularci, riconoscerci tra i giusti; noi la borghesia progressista ci siamo concessi gratificazioni e riconoscimenti, appuntandoci spilette sui baveri, rassicurandoci.  Ma quelllo che è successo è irreparabile.

Quando questa cerimonia finirà torneremo ai nostri affari, a darci da fare per la fama, a raccontare storie irrilevanti, a cercare il nostro posto in questo festival, tanto il peggio è accaduto. Il male è già accaduto.

Scusatemi.

Ma cari colleghi, guardate che non esiste il paradiso, non esistono angioletti e nuvolette, Dio non esiste, siete completamente soli, e solo quello che fate e che dite è creatore di senso. Questa è LA vostra responsabilità.

Mi scusi,

Lei, Signora Ministro, ma gli anarchici di una volta uccidevano sovrani, regine e primi ministri, personaggi che detenevano il potere e che ritenevano responsabili. Voi ve la siete sfangata bene, avete preso il potere ma non la responsabilità. Quella l’avete lasciata ad altri.

Quello che è successo quella mattina del 7 gennaio, forse è una versione della lotta di classe. La riscossa sociale l’avete resa impossibile, e allora per forza, non resta che la vendetta sociale.

Mentre scrivevo queste righe, stamattina, mi è tornato in mente Voltaire, è pure di moda: non vale la pena sprecare fiato con certa gente.

E’ per questo, scusatemi, che non vi ringrazio.

 

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