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Archivio mensile:novembre 2015

 

 

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Se c’è una cosa che ci lega, il vecchio Agostino e me, è la comune passione per il bollito misto. Con la mostarda io, solo con un pizzico di sale grosso lui che è un purista . E’ così che da anni ci troviamo nella casa avita, puntuali dopo la fiera di Lucca cascasse il mondo e chissene frega del resto degli umani, per dare sfogo alla nostra turpe voglia. E’ praticamente un rito laico.

Anche se c’è un problema: la quantità. Il dosaggio minimo per fare un buon bollito va calcolato almeno sulle otto persone, meglio sarebbe dodici. Eccome cazzo facciamo noi che siamo solo due, abbandonati da famiglia e ammennicoli vari che il bollito nemmeno vogliono sentirne la parola figurarsi l’odore?

Ci misuriamo sulla dose più piccola e da lì andiamo a gara a chi scoppia per primo.

Nella mia splendida marmittona di alluminio prepariamo il biancostato e la punta di vitello e la gallina; la testina la lingua e il cotechino li lessiamo singolarmente; poi serviamo tutte le pentole in tavola. Una volta avevo provato a fare da me, come un’antica massaia cremonese, la mostarda; ma dati i risultati preferisco oggi procurarmene una artigianale come ancora appunto a Cremona si trovano. Circa a mezzogiornoemezzo ci sediamo a tavola, fuori la casa è circondata dalla nebbia, il grano è stato seminato da poco e ognuno di noi ha la sua bottiglia di bonarda stappata. Bestemmiamo al primo brindisi l’abbate Odilone di Cluny che trasformò l’orgiastico capodanno pagano nello spento ognissanti cristiano, poi mangiamo; con Next (il malinois appena arrivato) che attende impaziente gli avanzi. Quando stappo la seconda bottiglia comincio a dire cose: del tipo che un buon bollito misto non ha niente da invidiare all’opera di Rabelais ovvero che  la montagna di mostarda che mi sgocciola nel piatto mi ricorda Cattedrale di Carver. Agostino mi fulmina:  a parte che cercare di interpretare la letteratura utilizzando la suggestione dell’arte culinaria secondo lui è un mezzo illecito per tirarsi fuori dai guai, passi per Rabelais ma paragonare l’insipido e algido Carter alla magia della mostarda! Questo non me lo permette.

Eggià, dico io, Rabelais e il nostro pantagruelico bollito è un accostamento facile, che capisci anche tu… ma perché dio e porco…scusa, lascia da parte le definizioni intoccabili e teologiche del cazzo che ti annebbiano la mente sulla trinità letteratura narrativa poesia (il padre il figlio e lo spirito santo)… e ascolta il sapore negro e amaro della senape che incista  e combatte con il dolce della frutta candita… non è lo stesso dolore di cui racconta Carver, quello stemperato comunque dalla necessità di vivere… eccristosanto, vivere non è racconto, non è storia?… anche solo il mio accendermi questa sigaretta… non è azione, non è storia?

Anche Agostino si accende la sigaretta e stappa una nuova bottiglia.Ti dirò, boris caro- mi fa- questo tuo americano saprà anche scrivere, saprà evocare… ma non sa raccontare… sai, ti sconvolgerò nemmeno Salinger, per me…

-Perché chiedo? Perché non ci sono trame e sotto trame e romanzi criminali?

Poi così mi vengono in mente dei versi di Folgore da San Giminiano e li canto:

E ‘l freddo vi sia grande e ‘l foco spesso;

fagiani, starne, colombi e mortìti,

levori e cavriuoli arrosto e lesso,

e sempre avere acconci gli appettiti;

la notte ‘l vento e ‘l piover a ciel messo,

e siate nella letta ben forniti.

Nessuno di noi due si ricorda la risposta di Cenne a questo sonetto novembrino.

Lo prendiamo come un buon segno.

10th March 1954: Four young boxers practice their shadow boxing in front of a large mirror at a Dundee gymnasium. (Photo by Central Press/Getty Images)

Nella storia della boxe ci sono state molte sfide in cui il quadrato del ring si è allargato fino a contenere il mondo. Ne abbiamo raccontate quindici, tanti quante sono le riprese di un incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi. Va detto che abbiamo scelto quelle più vicine alla nostra sensibilità e la cui idea di mondo uscita da quei ring più somigliava alla nostra idea di mondo. Pur non potendo prescindere dagli uomini che le hanno affrontate in qualche modo queste sfide, questi incontri di pugilato che abbiamo raccontato, li hanno superati assumendo valori etici, storici e sociali inaspettati e duraturi.

Gli eventi in se si sono caricati di significati di cui i protagonisti da soli non erano portatori prima di affrontarli, ma da cui saranno cambiati per sempre, cambiando spesso proprio con l’incidenza di questo valore etico la realtà sociale del loro tempo.

Quello che abbiamo cercato di fare è di restituire con il racconto e i disegni, quel senso di epicità cui sono assurte quelle sfide combattute da uomini normali (normali, poi, fino a un certo punto… che per essere pugili come quelli occorre un briciolo di eccezionalità), spesso addirittura alieni a ciò di cui diventeranno simbolo, ma che non avrebbero potuto diventare epiche se non fossero state combattute proprio da quegli uomini.

Abbiamo cercato di raccontare la boxe attraverso la vita, perché questo sappiamo fare e perché, come ha splendidamente detto una volta Arthur Cravan, pugile e poeta, le parole (e i disegni) sono i nostri pugni serrati.

Dal postscriptum di PUGNI, in uscita domani per i tipi di BeccoGiallo

pugile

Ecco. Adesso ti racconto una cosa che ho scoperto a Lucca.

Premessa. Sono stato ospite, grazie all’intercessione di Paolo Castaldi, di una famiglia stupenda, in una bella casa proprio dentro le mura.

La padrona di casa, ospite premurosissima, cucinava ogni sera per chiunque dei suoi pensionanti e amici si volesse fermare a cena.

Seduto in cucina, sorseggiando una birra e chiacchierando, ho scoperto questa golosa variazione sul risotto con la zucca.

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Ascolta.

Ti fai il risotto con la zucca come lo sai fare. Per quattro, cinque persone.

Io di solito preparo un brodo vegetale leggero. Soffriggo in una lacrima d’olio mezzo porro affettato sottilissimo e ci aggiungo un bel pezzo di zucca (cercatela proprio buona, che ce n’è in giro di quelle che non sanno di niente) che ho fatto a dadini e faccio appassire con un bel bicchiere di vino bianco. Poi schiaccio la zucca, aggiungo il riso, qualche mestolata di brodo e lascio andare il risotto per il tempo che serve.

E qui si inserisce la variazione.

Fai a sctriscioline un etto e mezzo di pancetta affettata sottilissima. Scaldi una pentola antiaderente, ci butti la pancetta e la fai incroccantire nel proprio grasso. Quando è bella croccante la togli dalla pentola e la asciughi con della carta da cucina. Nel grasso ancora bollente ci butti una decina di foglie di salvia, un po’ grosse, e le lasci friggere. Quando ti sembrano belle croccanti anche loro le togli dalla padella e le asciughi. Poi con un buon coltello sminuzzi tutto, pamcetta e salvia.

Assaggi il risotto, lo regoli di sale e scopri che è praticamente pronto.

A questo punto spegni la fiamma e mantechi con una mezza noce di burro e abbondantissimo parmigiano.

Quindi il tocco finale. Quando la mantecatura è terminata ci aggiungi la pancetta e la salvia sminuzzate e dai una rimescolata veloce, spolverizzi di pepe (io ci vado giù pesante) e servi.

Se hai commensali vegetariani Monica consiglia di non friggere la salvia nel grasso della pancetta ma in un filino d’olio e di lasciare pancetta e salvia a parte, in due ciotoline. In modo che ognuno se le aggiunga a piacimento.

Il successo è garantito.

L’ho fatto ieri sera e la famiglia ha apprezzato assai.

Ovviamente ci stappi dietro un rosso delle colline lucchesi.

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