i nostri pugni serrati

10th March 1954: Four young boxers practice their shadow boxing in front of a large mirror at a Dundee gymnasium. (Photo by Central Press/Getty Images)

Nella storia della boxe ci sono state molte sfide in cui il quadrato del ring si è allargato fino a contenere il mondo. Ne abbiamo raccontate quindici, tanti quante sono le riprese di un incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi. Va detto che abbiamo scelto quelle più vicine alla nostra sensibilità e la cui idea di mondo uscita da quei ring più somigliava alla nostra idea di mondo. Pur non potendo prescindere dagli uomini che le hanno affrontate in qualche modo queste sfide, questi incontri di pugilato che abbiamo raccontato, li hanno superati assumendo valori etici, storici e sociali inaspettati e duraturi.

Gli eventi in se si sono caricati di significati di cui i protagonisti da soli non erano portatori prima di affrontarli, ma da cui saranno cambiati per sempre, cambiando spesso proprio con l’incidenza di questo valore etico la realtà sociale del loro tempo.

Quello che abbiamo cercato di fare è di restituire con il racconto e i disegni, quel senso di epicità cui sono assurte quelle sfide combattute da uomini normali (normali, poi, fino a un certo punto… che per essere pugili come quelli occorre un briciolo di eccezionalità), spesso addirittura alieni a ciò di cui diventeranno simbolo, ma che non avrebbero potuto diventare epiche se non fossero state combattute proprio da quegli uomini.

Abbiamo cercato di raccontare la boxe attraverso la vita, perché questo sappiamo fare e perché, come ha splendidamente detto una volta Arthur Cravan, pugile e poeta, le parole (e i disegni) sono i nostri pugni serrati.

Dal postscriptum di PUGNI, in uscita domani per i tipi di BeccoGiallo

pugile

7 commenti
  1. Fabrizio ha detto:

    L’ho ordinato oggi, insieme a ‘Gli Ignoranti’ di Davodeau (e a ‘Democrazia Vendesi’ di Loretta Napoleoni).
    Ho già l’acquolina in bocca.

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  2. e poi comincia a sperare che qualcuno pubblichi in italiano Cher Pays de notre enfance di Davodeau.

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  3. Fabrizio ha detto:

    Hey Boris, hai detto tu a Paolo Castaldi come disegnare le due pagine illustrate di ogni episodio?

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  4. no- ognuno ha usato il suo mezzo espressivo per raccontare lo stesso episodio. alle volte si cono integrati, alle volte si sono accompagnati, alle volta si sono scontrati. è la boxe.

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  5. Fabrizio ha detto:

    Te l’ho chiesto perché i tuoi testi li ho trovati belli frizzanti e si bevono d’un fiato, mentre le illustrazioni un po’ sotto tono (anche se quella del capitolo Johnson-Jeffries mi ha fulminato). Non pensavo nella boxe girassero simili storie; quella di Trollmann m’ha lasciato di stucco.
    Davodeau invece non mi ha convinto, pur non focalizzando ancora il perché e il percome.

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  6. Fabrizio ha detto:

    Credo d’aver capito cosa non m’ha sconfinferato in Davodeau.
    Ho percepito, forse a torto, poco coinvolgimento emotivo nella sua opera, le cui pagine assomigliano a quelle d’un freddo manuale tecnico (nonostante, credo, gli sforzi dell’autore per evitarlo). Si osservi al capitolo due le vignette che ritraggono il bottaio al lavoro: non se ne vede mai il volto, con lui non si interagisce, eccolo girare in tondo al suo manufatto in una stanca reiterazione di immagini (con acconci goccioloni di sudore in bella mostra) e nient’altro. Forse colpa mia, ma sento che il testo genera, qui e altrove, scarsa partecipazione al lavoro di quell’operaio. Forse colpa anche della scelta barbina di colorare il fumetto in toni di grigio; ne ‘Gli Ignoranti’, essendo una storia ambientata molto nella natura e che corre lungo la successione delle quattro stagioni, il colore doveva essere un protagonista. Per di più parla di vino (il cibo, la tavola) e fumetto (un’espressione artistica): ma come fai a non usare il colore? Ma parla davvero di fumetto? A me sembra si dica ben poco.

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  7. Fabrizio ha detto:

    Ancora su Davodeau (gli ho dato 25 euro: mi devo sfogare).
    Ecco il testo mostrarci monsieur Leroy addormentarsi sul blasonato ‘Watchmen’; mi ricorda il mio primo ascolto di Bach: un disastro, e che ne avessi o no letto recensioni importa poco; semplicemente non avevo un orecchio abbastanza ‘educato’ per apprezzarlo. Ma cosa vuol dire Davodeau? Che non bisogna lasciarsi suggestionare troppo dai giudizi degli esperti? Mi sembra la scoperta dell’acqua calda (anche se nel finale del cap. 18 si vede chiaramente, nella scena con gli avventori, che dello specialista di vini Leroy ci si deve fidare). Ma che valore ha una prima impressione? A volte un testo bisogna tornare a frequentarlo a lungo per capire con quale tipo di divertimento ci voleva coinvolgere. Leroy sembra saperlo, e infatti nel cap. 14 ammette di dover rileggere Mattotti. Perché quest’ultimo merita un’altra possibilità mentre Moore no? E’ lecito sospettare che Davodeau non stia facendo nient’altro che far parlare il suo (o di Leroy) personalissimo gusto? Che vuol dire che Moebius ‘non è buono’? Perché ci si deve rallegrare che sia pronto un nuovo libro di Baru? Boh. Davodeau non parla, balbetta. Invece di fare recensioni lampo o messaggi promozionali, voleva davvero educare Leroy (e noi con lui) al fumetto?

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