abbuffata

 

 

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Se c’è una cosa che ci lega, il vecchio Agostino e me, è la comune passione per il bollito misto. Con la mostarda io, solo con un pizzico di sale grosso lui che è un purista . E’ così che da anni ci troviamo nella casa avita, puntuali dopo la fiera di Lucca cascasse il mondo e chissene frega del resto degli umani, per dare sfogo alla nostra turpe voglia. E’ praticamente un rito laico.

Anche se c’è un problema: la quantità. Il dosaggio minimo per fare un buon bollito va calcolato almeno sulle otto persone, meglio sarebbe dodici. Eccome cazzo facciamo noi che siamo solo due, abbandonati da famiglia e ammennicoli vari che il bollito nemmeno vogliono sentirne la parola figurarsi l’odore?

Ci misuriamo sulla dose più piccola e da lì andiamo a gara a chi scoppia per primo.

Nella mia splendida marmittona di alluminio prepariamo il biancostato e la punta di vitello e la gallina; la testina la lingua e il cotechino li lessiamo singolarmente; poi serviamo tutte le pentole in tavola. Una volta avevo provato a fare da me, come un’antica massaia cremonese, la mostarda; ma dati i risultati preferisco oggi procurarmene una artigianale come ancora appunto a Cremona si trovano. Circa a mezzogiornoemezzo ci sediamo a tavola, fuori la casa è circondata dalla nebbia, il grano è stato seminato da poco e ognuno di noi ha la sua bottiglia di bonarda stappata. Bestemmiamo al primo brindisi l’abbate Odilone di Cluny che trasformò l’orgiastico capodanno pagano nello spento ognissanti cristiano, poi mangiamo; con Next (il malinois appena arrivato) che attende impaziente gli avanzi. Quando stappo la seconda bottiglia comincio a dire cose: del tipo che un buon bollito misto non ha niente da invidiare all’opera di Rabelais ovvero che  la montagna di mostarda che mi sgocciola nel piatto mi ricorda Cattedrale di Carver. Agostino mi fulmina:  a parte che cercare di interpretare la letteratura utilizzando la suggestione dell’arte culinaria secondo lui è un mezzo illecito per tirarsi fuori dai guai, passi per Rabelais ma paragonare l’insipido e algido Carter alla magia della mostarda! Questo non me lo permette.

Eggià, dico io, Rabelais e il nostro pantagruelico bollito è un accostamento facile, che capisci anche tu… ma perché dio e porco…scusa, lascia da parte le definizioni intoccabili e teologiche del cazzo che ti annebbiano la mente sulla trinità letteratura narrativa poesia (il padre il figlio e lo spirito santo)… e ascolta il sapore negro e amaro della senape che incista  e combatte con il dolce della frutta candita… non è lo stesso dolore di cui racconta Carver, quello stemperato comunque dalla necessità di vivere… eccristosanto, vivere non è racconto, non è storia?… anche solo il mio accendermi questa sigaretta… non è azione, non è storia?

Anche Agostino si accende la sigaretta e stappa una nuova bottiglia.Ti dirò, boris caro- mi fa- questo tuo americano saprà anche scrivere, saprà evocare… ma non sa raccontare… sai, ti sconvolgerò nemmeno Salinger, per me…

-Perché chiedo? Perché non ci sono trame e sotto trame e romanzi criminali?

Poi così mi vengono in mente dei versi di Folgore da San Giminiano e li canto:

E ‘l freddo vi sia grande e ‘l foco spesso;

fagiani, starne, colombi e mortìti,

levori e cavriuoli arrosto e lesso,

e sempre avere acconci gli appettiti;

la notte ‘l vento e ‘l piover a ciel messo,

e siate nella letta ben forniti.

Nessuno di noi due si ricorda la risposta di Cenne a questo sonetto novembrino.

Lo prendiamo come un buon segno.

1 commento
  1. Anonimo ha detto:

    Sacre cazzabubbole, ma non ci raccontasti una cippa della cospleier.

    R Good

    Mi piace

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