appunti alla cazzo sull’ultimo Tarantino (uno di quanti ne serviranno)

 

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1. La sequenza dei titoli di testa è sempre, in ogni film, una soglia. In questo è una soglia particolare. La lenta panoramica che scopre completamente il crocifisso innevato te lo dichiara a brutto muso: questa non è una semplice soglia, non stai per vedere un film di quelli a cui sei abituato, qui stai per varcare un portale e stai entrando in una chiesa. Dovrai gestirti con competenza ogni atto di fede, ogni atto di incredulità, ogni sua sospensione e ogni cedimento che gli consentirai. Se non sei capace di questo meglio se non entri, rischi di annoiarti come a una messa in latino se non conosci il latino. Se decidi di entrare dovrai darti da fare, metterci un sacco di tuo, perché il lavoro più difficile è quello dello spettatore. In altre e più chiare parole, se guardi questo film sono cazzi tuoi.
In fondo non si va al cinema disarmati, altrimenti ti fottono subito; se gli altri, quelli dentro il film, sono pistoleri migliori di te, non hai possibilità di divertirti (e allora vatti a vedere Zalone, và).

2. Non fare il cinefilo. Non stare a sforzarti di trovare citazioni. Quello è un esercizio da sceneggiatori di Dylan Dog che non hanno imparato la lezione di Sclavi (forse perché in realtà, non aveva lezioni da insegnare). Quali sono le cose che devi tenere presente lo ha già detto Tarantino in tutte le interviste: La cosa, Assassinio sull’Orient Express, Mucchio Selvaggio, Hombre e Khartoum. In più, che non ha citato, a mio avviso, tieniti presente Evil Dead e Sentieri Selvaggi (lo ricordi il titolo originale? The Searchers, mica a caso). E’ più che sufficiente sapere questo. Poi (forse) vediamo perché.
3. Comunque Tarantino lo sa che non terrai conto del suo avviso iniziale, che non capisci (d’altra parte il 90 per cento degli spettatori, come il 90 per cento dell’umanità non capisce un cazzo) o che te ne freghi (appartieni alla minoranza degli spettatori spericolati, non capire e annoiarti o farti male non ti spaventa) e entrerai in chiesa senza le protezioni dovute. Allora sai che fa? Ti manda a prendere dal suo spettatore modello (non sto a farti riassunto delle ecolalie, leggiti se non l’hai fatto Lector in fabula e le Sei passeggiate etc,): John Ruth. e ti manda a prendere in carrozza. cazzo! Anzi; con un tiro a sei. Tu ancora non lo sai, ma poi te lo piazzerà in mano quel cazzo di tiro a sei e se vuoi uscire da questo film soddisfatto, dovrai sudarne di camicie. Ma te l’aveva detto. Ora sono davvero cazzi tuoi.
4. Da questo punto in avanti, se non ti piacciono gli spoiler,se sei uno di quelli che crede che i fatti e la storia in un film abbiano il minimo peso raccontati fuori e in modo diverso da come fa il film, e non hai ancora visto il film, beh, non ti stimo particolarmente intelligente, ma ti rispetto e ti avviso. Smetti di leggere.
5. Ne La Cosa di Carpenter qualsiasi dei personaggi poteva non essere quello che sembrava e avrebbe potuto invece essere quello che tutti gli altri temevano fosse. Nel suo modo grossolano, ma che amiamo, Carpenter ci teneva una lezione sull’impossibilità della conoscenza nella narrazione e sulla necessità di assumere comunque una verità per farla funzionare. Tarantino scardina anche questa necessità. Nelle Iene era soltanto Mr Orange a non essere quello che era per tutto il film, e su tre livelli. Tim Roth interpretava Freddy Newadyke (o come cazzo si chiamava lo sbirro) che all’interno della banda di rapinatori interpreta il ruolo di Mr. Orange. Invece.  Nessuno dei personaggi di questo film è quello che dice di essere, tutto è falso anche quello che è vero (questa ambiguità per tutto il film si muove in equilibrio tra camuffamenti e smascheramenti, assolutamente teatrali, della recitazione: l’intercambiarsi di interprete e personaggio è continuo e destabilizzante, in particolare nei ruoli di Kurt Russell e Samuel L. Jackson) e quello che causerà il fallimento di alcuni di questi personaggi sarà proprio lo sforzo di trovare quella verità. Lo spettatore modello, quello che viene a prenderti in carrozza, e cui è demandato il riconoscimento dei primi due personaggi che incontra, che non è mai uno spettatore disarmato, anche se finirà fregato dai trucchi del narratore, è, fin dalla prima sequenza, come ti dicevo, John Ruth. Il suo è l’unico sguardo portatore di sano sospetto per quello che accade è che cerca sempre di proteggersi, dichiarando quello che sa ma mai assumendolo come vero definitivo, comunque ci casca, e nella storia della lettera di Lincoln – la lettera si legge, la lettura inganna, il film si guarda e ti inganna solo quando non ti mostra: l’avvelenamento del caffè e la bottola – e nel trucco del caffè. D’altra parte se come spettatori non ci cascassimo mai, mica ci divertiremmo ad andare al cinema. No?
6. C’è in giro di quelli che dicono che un film è prima di tutto scritto. Che cazzata. Gli sguardi per leggere e per guardare sono sguardi differenti. John Ruth li cambia ogni volta che deve fare l’una o l’altra cosa. Non ti sarà sfuggito il rituale degli occhiali? e comunque non gli serve a niente, perché l’unico sguardo che potrebbe salvarlo è quello che l’autore gli nega: l’inquadratura in cui viene avvelenato il caffè. Lo nega al suo spettatore modello e lo consente a noi, a posteriori, che siamo spettatori non proprio modello. sono cose che fanno male. Uccidono persino.
(continua)
3 commenti
  1. Giangius ha detto:

    sbaglio oppure è una delle prime volte che recensisci un film?
    non immaginavo fosse anche cultore della “settima arte” (o quella che è).

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    • Anonimo ha detto:

      Sbagli. Dai un occhio alla categoria reVisioni di questo blog.

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  2. Fabrizio ha detto:

    (Scusa Boris; se ti inalbererai come una bestia, avrai ragione.)
    “Comincio a sospettare che la tristezza che mi coglie al pensiero che, morendo, perderei tutto il mio tesoro di esperienza sia affine a quella che mi prende al pensiero che, sopravvivendo, di questa esperienza oppressiva, fanée e forse ammuffita, inizierei a provare fastidio.
    Forse è meglio continuare, per gli anni che ancora mi saranno dati, a lasciare messaggi in una bottiglia per quelli che verranno, e attendere quella che Francesco chiamava Sorella Morte.”
    Credo tu sia stato il primo, Umberto Eco, ad avermi dato l’opportunità di provare l’esperienza, a me nano, di essere seduto sulla spalla d’un gigante.
    Maestro.

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