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architettura delle barricate

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Se avesse avuto ragione Benedetto XVI (il più grande papa che la cattolicità abbia avuto dai tempi di Pio IX) –no, non preoccuparti comunque non ce l’ha la ragione, si tratta solo di un mio ragionamento per assurdo- se avesse avuto ragione, dicevo, e veramente tutta la pantomima del terrorismo fondamentalista e della reazione occidentale non fosse legata a bastardissime regole di mercato, ma allo spavento dei popoli non ancora corrotti dalla nostra modernità senza dio per il nostro occidente scientista e ateo… beh, se avesse avuto ragione,e avessero quindi ragione coloro che vedono nel dio di Maometto il dio dei nuovi oppressi e sfruttati io sarei contento… vorrebbe dire che l’esercito illuminista e occidentale della RAGIONE marcia ovunque con alla testa il suo novello Dumouriez (porcaputtana, ma vi rendete conto che i nomi dei generali sono sempre programmatici?), per portare ai selvaggi teisti la luce della scienza e del benessere tecnologico… ahh, metterei il berretto frigio e abbandonerei la mia comodità di rivoluzionario da salotto per combattere contro tutte le idee di dio. Mi vedrei già i Marines invadere il Vaticano per liberarlo da quella setta teista di cui Francesco I  è oggi il capo finto scemo e per portarvi scienza e democrazia.

Eppoi questo spiegherebbe perché tanti (tutti) liberadicalucci anticlericali sono così compattamente filostatunitensi.

Ma non è così.

Non c’è nulla di spirituale.

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Cazzo. Adesso mi tocca tirare in ballo Lenin e so che mi odierete, ma io non posso farci niente se Lenin aveva letto John Atkinson Hobson (Imperialism, 1902) e aveva capito con estrema lucidità quello che stava accadendo. Da secoli quella che scassa le vite della gente comune è una guerra tra trust internazionali, oggi riconoscibili fra i maggiori paesi capitalistici occidentali che controllano il consenso con la dea democrazia e negli interessi di cricche di ricchi sceicchi evanescenti che controllano il consenso con la religione, per la spartizione dell’intera superficie terrestre. I tre dei monoteisti sono i maggiori azionisti della società capitalista.Tutti stramaledetti beccai.

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banksy-pulp-fictionParigi. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 1993, Makomè M’Bowolé, diciassettenne di origini congolesi, viene arrestato, con due compagni, perché trovati in posseso di una stecca di sigarette. L’accusa è di averla rubata. Trattenuti per tutta la mattina nel commissariato del 18° arrondissement, non avendo confessato il furto, dovrebbero essere rilasciati a mezzogiorno. I genitori degli altri due ragazzi sono stati rintracciati telefonicamente e vengono a prelevarli. I genitori di Makomé non hanno il telefono. Ci vorrà ancora del tempo per rintracciarli. Poi non è che gli sbirri siano particolarmente solerti in questi casi. Si tratterà di parecchie ore ancora. L’ispettore Pascal Compain decide che le  userà per fare confessare al ragazzo il furto, costi quel che costi. Lo fa portare nel suo ufficio, lo fa sedere su una sedia, si toglie la pistola e la appoggia sulla scrivania, vicino alla “refurtiva”. Per incutergli timore, dirà. Gli si siede di fronte. Comincia a interrogarlo.

Alle quattro del pomeriggio il colpo di pistola. Riverso sulla sedia il corpo senza vita di Makomè. Per terra venti pacchetti di gitanes blondes.

Il 7 aprile, e per una settimana, Parigi è percorsa da un continuo sussegguirsi di  manifestazioni spontanee contro la polizia, che sfociano spesso in momenti di vera e propria guerriglia urbana.

Il 12 aprile viene diffuso per le strade, un volantino ciclostilato con la seguente menzione: “Compagni, riproducete e diffondete questo comunicato”

BANANA!

Tenuto conto dell’esperienza effettuata sabato 10 aprile 1993 dalle ore 13.00 alle ore 19.30 nel 18° arrondisemment di Parigi i firmatari del presente comunicato hanno deciso di associarsi per promuovere la manducazione di banane sulla via pubblica, soprattutto nelle zone di maggior tensione. BANANA è stato fondato per acclamazione domenica 11 aprile 1993 alle 18.30 sulla terrazza del caffè la Vielleuse, all’angolo tra rue de Belleville e boulevard de Belleville. Alcune esercitazioni pratiche sono state eseguite individualmente e hanno rallentato con successo la circolazione delle automobili. Abbiamo altresì adottato le seguenti risoluzioni:

1. bisogna mangiare lentamente delle banane in pubblico.

2. l’abolizione dello stato, del denaro e del lavoro son obiettivi raggiungibili a breve termine.

3. per diventare membri di BANANA è necessario essere accettati all’unanimità dall’Assemblea Generale dell’organizzazione.

4. per espellere un membro sarà necessaria e sufficiente una maggioranza dei 2 terzi.

5. l’Assemblea Generale è sovrana, ma non puo essere ritenuta responsabile per le azioni individuali dei membri dell’associazione, a meno che essi non siano muniti di un suo mandato esecutivo.

6. il diritto di corrente interna al movimento è riconosciuto dll’associazione con la definizione di Banana Split.

7. la prima Assemblea Generale di BANANA si terrà martedi 20 aprile 1993 alle ore 15.00 al cafè della rue du Rendez-Vous, nel 12° arrondisement, davanti alla banca, al commissariato e alla chiesa dell’immacolata concezione. I simpatizzanti sono cordialmente invitati a raggiungerci con borse di rete piene di banane, i sacchi di plastica e di carta sono sconsigliati. L’Assemblea si riserva il diritto di cambiare bistrot dopo le ore 16.00.

8.  BANANA può significare qualsiasi cosa, a vostra preferenza. Per esempio Banditi Anarchici Nè Anoressici Nè Afasici oppure Bisonte Agguerrito Nè Ansioso Nè Agorafobico ecc ecc.

9. il nostro agente all’Avana è autorizzato ad assistere alla parata del 1° maggio ma non dovrà fare alcuna concessione alla dittatura castro-stalinista; il suo mandato è di incontrare possibilmente Fidel Castro al fine di ottenere una fornitura di banane, sigari, zucchero, rhum, la reintroduzione della libertà di espressione a Cuba e la liberazione immediata dei prigionieri politici, dei delinquenti comuni, degli omosessuali, dei tossicomani e dei malati di mente. Prenderemo contatto con l’Unione Nazionale degli Scrittori e Artisi Cubani.

Parigi. Lunedi 12 aprile 1993.   

Approvato da tutti gli associati che firmano con i nomi di battaglia

Shuto Headline

Cherokee

Goemond

Sylvie Cretonne

Puig Antich Kid

Racconta Didier Daeninckx, nel suo La memoire longue, che riconobbe subito in Shuto Headline il suo amico Jean-Patrick Manchette, perché nel gergo dell’editoria headline è la traduzione inglese di manchette, e viceversa. Lo chiamò al telefono per chiedergli spiegazioni e Manchette gli raccontò che partecipando a una manifestazione convocata il 10 aprile per protestare contro l’uccisione di Makomè, aveva tirato, in un impeto di rabbia, la buccia tigrata della banana che stava mangiando contro i celerini. Questa era finita sotto i piedi di uno di quelli facendolo volare a terra tra l’ilarità di tutti. Da lì gli era partita l’idea situazionista del movimento Banana.

Scriverà Manchette raccontando della breve vita del movimento e romanzando un attimo il fatto del 10 aprile, che fu un affare serio, anche se dadaista, e che lui da solo e senza armi (armato solo di banane e determinazione) aveva bloccato un intero incrocio.

Purtroppo il diritto di corrente interna, previsto al punto sei dello statuto, rubbricato alla voce Banana Split non fu sufficiente a contenere all’interno del movimento tutte le forze centrifughe di cui i movimenti di sinistra sanno sempre dare prova. Tre dei cinque membri fondatori se ne andarano quasi subito a fondare altri movimenti. All’appuntamento del 20 aprile in rue du Rendez-Vous si trovarono solo Goemond (mai scoperto chi fosse) e Daeninckx che era passato per curiosità. Bevvero e chiacchierarono e fumarono fino a molto dopo le ore 16.00.

Manchette non c’era. Purtroppo era ricoverato per un difficile intervento al pancreas.

Goemond e Daeninkx lasciarono il bistrot con la risoluzione pubblica di trovarsi l’11 maggio per una nuova assemblea sempre in rue du Rendez-Vous e attaccare a bananate la banca e il commissariato lì davanti. Non sembra però che l’assemblea abbia poi mai avuto luogo.

Il 3 giugno del 1995 il tumore invece, che ne aveva attaccato i polmoni, ci porterà via Manchette.

Lo stato la cui abolizione sarebbe avvenuta, stando al punto due dello statuto, velocemente a colpi di banana è ancora solido; i suoi sbirri ammazzano ancora i suoi sudditi più poveri. E tu, per leggere i libri di Manchette devi ancora tirare fuori dei soldi. Ma è uno, credimi, dei pochissimi casi in cui vale la pena di farlo. Per aver quei soldi però, purtroppo, ancora ti tocca lavorare.

Se vuoi verificare che non mi sono inventato tutto puoi andare a cercare questa storia dentro questi due libri:

Didier Daeninckx, La Memoire Longue, le cherche midi, 2008 (la copertina è di Tardi)

André Lassoudiere, L’histoire du bananier, editions QUAE, 2010 (una divertente storia della banana, ricchissimo di aneddoti)

poi, non c’entra niente con la banana ma se non l’hai mai fatto leggiti La position du tireur couché, di Jean- Patrick Manchette, le prime dieci righe sono una fucilata di potenza letteraria che non hai idea e poi non riuscirai a scollartici più (se non sei comodo con la lingua dei mangiarane va bene – no scherzo, va benisismo- anche lo stile libero Einaudi appena riproposto, Posizione di tiro)

Christian Hincker, aka Blutch, ha ricevuto durante il Festival d’Angouleme di quest’anno, il premio, istituito dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio, per la libertà d’espressione. Ha tenuto un breve discorso, alla presenza della ministra della cultura Fleur Pellerin (avercene noi).

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Ho sentito, e mi perdonerai, la necessità di tradurtelo, per ovviare a quanto malamente fatto da altri in altre sedi.

 

Signore, Signori

mi permetto di leggervi un piccolo intervento che ho scritto questa mattina.

Scusatemi.

Sto su questo palco, sotto questi riflettori, perché delle persone che devono vivere nascoste mi hanno chiesto di farlo. Persone come voi e come me, ma protette dalle forze dell’ordine; che scendono a comprare il pane con la scorta; che scrutano con paura tra i passanti; che sorvegliano, dalla finestra, ogni movimento della strada. Dei superstiti, che pagano un conto che non è il loro, perché –

scusatemi

– ma il prezzo della vostra famosa libertà d’espressione è veramente esagerato.

Tanto più che in questo paese, faro della libertà, terra del pensiero e della ragione, di Cartesio e di Voltaire, la si pensava stabilita una volta per sempre questa libertà d’espressione; che fosse parte di noi. Invece no. La mia presenza qui lo dimostra senza pietà. Che tristezza!

Probabilmente qualcuno, da qualche parte, non ha fatto quello che avrebbe dovuto.

Scusatemi.

Abbiamo fatto un bel manifestare, congratularci, riconoscerci tra i giusti; noi la borghesia progressista ci siamo concessi gratificazioni e riconoscimenti, appuntandoci spilette sui baveri, rassicurandoci.  Ma quelllo che è successo è irreparabile.

Quando questa cerimonia finirà torneremo ai nostri affari, a darci da fare per la fama, a raccontare storie irrilevanti, a cercare il nostro posto in questo festival, tanto il peggio è accaduto. Il male è già accaduto.

Scusatemi.

Ma cari colleghi, guardate che non esiste il paradiso, non esistono angioletti e nuvolette, Dio non esiste, siete completamente soli, e solo quello che fate e che dite è creatore di senso. Questa è LA vostra responsabilità.

Mi scusi,

Lei, Signora Ministro, ma gli anarchici di una volta uccidevano sovrani, regine e primi ministri, personaggi che detenevano il potere e che ritenevano responsabili. Voi ve la siete sfangata bene, avete preso il potere ma non la responsabilità. Quella l’avete lasciata ad altri.

Quello che è successo quella mattina del 7 gennaio, forse è una versione della lotta di classe. La riscossa sociale l’avete resa impossibile, e allora per forza, non resta che la vendetta sociale.

Mentre scrivevo queste righe, stamattina, mi è tornato in mente Voltaire, è pure di moda: non vale la pena sprecare fiato con certa gente.

E’ per questo, scusatemi, che non vi ringrazio.

 

Io sono Charlie, ne sono sicuro. Si, ma cosa significa veramente essere Charlie? Essere o non essere Charlie, questa è la questione da porsi. Infatti, scusate, ma la vera domanda da farci è se ce ne frega qualcosa? Più precisamente essere Charlie significa sbattersene, questa è la migliore risposta da dare in loro memoria. Io sono Charlie non è far suonare le campane di Notre Dame per degli anticlericali, non è trasformare in eroi degli autori di satira la cui attività principale era sputare sul potere e su tutte le forme d’espressione… d’oppressione, scusate.
Ecco in questo senso, Io sono Charlie non ha alcun senso, però Io sono Charlie ha fatto scendere 4.000.000 di persone per la strada, gente che nella quasi totalità manco sapeva cos’è Charlie Hebdo, ma che non ha voluto accettare che si possa essere accoppati per delle idee e dei disegni. Tutti hanno trovato questa cosa assurda, lapidare una donna perché è stat violentata non lo è mica di meno; ci sono un sacco di cose assurde. Charlie Hebdo le racconta queste cose, è lui che osa dirle e riderne; è Charlie che sfotte il sindaco di Angouleme quando fa mettere delle gabbie stile zoo intorno alle panchine pubbliche perché non le possano usare i senza tetto; Io sono Charlie non è uno slogan, è Charlie che dice che il sindaco di Angouleme è una testa di cazzo. Sono solo un portavoce.
La libertà d’espressione, che va continuamente lubrificata, è il popolo che l’ha ottenuta contro il potere assolutista che non immaginava neppure lontanamente che il popolo potesse esprimersi. Se oggi per noi questa è un’evidenza, se possiamo raccontarcela… però ci abbiamo messo 2500 anni, è lento i progresso, invece la regressione ci mette un attimo: l’oscurantismo, i kalashnikov, la polizia… è il rifiuto di un simile futuro che ha fatto scendere in piazza milioni di persone, nel nome di Charlie.
Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto del Trattato di Libero Scambio Atlantico, che permetterà a Monsanto di trasformare l’Europa in un deserto di pietre; Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto di tutti i progetti di grandi opere, tanto inutili quanto assurde; potrebbe essere rifiutare di evocare quella crescita che tutti sappiamo non ci sarà mai più; Io sono Charlie dovrebbe essere semplicemente l’Anno 01 di GèBè, in cui ci fermiamo tutti a riflettere!!! Riflettere e poi agire in fretta, che non c’è più tempo. Agire ora. Ri-manifestare in milioni per RIFIUTARE, perché questo è Charlie. Io sogno di piantare carote sulle piste abbandonate di Notre Dame de Landes con il Signor Hollande, con il Signor Sindaco di Angouleme, e con tutti i membri di quei tanti comitati inesistenti, e poi coprire d’insulti le multinazionali, le lobby, e tutti i burocrati che ci stanno ammazzando solo per riempirsi le loro fottute tasche. Quel giorno sì potremo dirlo insieme: io sono Charlie!
Viva Charlie Hebdo!
Viva Le Canard enchaine!
Viva Sinè Mensuel!
Viva tutta la stampa satirica!
E voi altri, voi, qui… quando alzerete i vostri cazzo di culi e comincerete ad aiutarci a cambiare il mondo, allora potremo anche dirlo viva la Francia!
Per adesso: Viva Charlie!

 

Eccotelo tradotto l’intervento di Menu ad Angouleme, cazzo. Mentre ritirava il premio attribuito dal Festival a Charlie Hebdo per la libertà d’espressione. Devo fare sempre tutto da solo però, che voi professionisti servite solo alla vostra autoreferenzialità, ai collaterali e fate niente di utile, mai.

 

Tre cose:

Il sindaco di Angouleme era presente.

Gèbè è stato un grande fumettista francese, collaboratore di Charlie Hebdo e autore nel 1973 del famosissimo, in Francia, L’An 01, dove racconta un’utopia libertaria in cui l’umanità si ferma e, dopo varie riflessioni, decide di fare a meno dell’economia di mercato. Con tutte le contraddizioni che questo comporta. L’Association lo ristampò nel 2000, nella collana Eperluette con una fichissima prefazione di Menu. Procuratelo.

Notre Dame de Landes è un comune della Loira, cha ha vissuto qualcosa di simile a quello che sta succedendo in Val Susa, con la devastazione del territorio per la costruzione di un aereoporto immenso, che poi fu praticamente abbandonato.

10540640_10205882625933962_3658919294376889949_nAd ascoltare gli intellettuali progressisti sembrerebbe che il cattolicesimo nelle nostre illuminate polis, non riferendosi solo all’Italia, perda sempre più la propria ragione sociale e il proprio peso come soggetto direttamente politico. Ma se anche questo fosse vero, non significa una perdita di potenza in assoluto, ma solo che c’è in atto una traslazione dell’asse portante del cattolicesimo verso l’America Latina, l’Africa e quello che, questi adorabili intellettuali progressisiti e gazzettieri, chiamano più generalmente Terzo Mondo. Un po’ quello che negli anni ottanta era successo con la ridislocazione della centralità pulsante del cattolicesimo verso l’est europeo. Non è un caso che proprio l’Argentina abbia appena espresso l’attuale papa.

In un recentissimo saggio (Guerra santa e santa alleanza. Religioni e disordine internazionale nel XXI secolo, Il Mulino, 2014) Manlio Graziano sostiene, con brillanti e convincenti argomentazioni, che non solo la Chiesa Cattolica abbia recuperato quell’incisività politica di azione diretta sulla vita pubblica europea che aveva sostanzialmente perduto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ma che abbia pure ridisclocato questa riacquisita potenza, con una strategia geopolitica molto complessa. Questa strategia geopolitica comporta la rottamazione della usurata teoria huntingtoniana dello scontro di civiltà e la messa in atto, non senza problematiche e complessità, di una “santa allenaza” con le altre religioni del libro, in particolare l’Islam. Con l’obiettivo di diventare, come sostiene Eric Hanson, i “mediatori etici primari” delle nostre società future.

A me questa cosa da un po’ i brividi. Ma, devo dirti la verità, mi sembrava, mentre leggevo il saggio di Graziano, un’analisi molto azzardata. Abbiamo, pensavo, validi baluardi nelle nostre società nate dall’illuminismo, per resistere a un simile tipo di crociata.

Poi oggi mi capita di sfogliare il Corriere della Sera. Non lo faccio mai che mi fa schifo,;ma ero curioso di leggere le scuse ai fumettari coinvolti loro malgrado nell’operazione del libro Je Suis Charlie. E incappo nelle parole del papa argentino come le riporta l’entusiasta cattolico articolista: “Tanta gente che sparla di altre religioni o delle religioni, che prende in giro, diciamo giocattolizza la religione degli altri, questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma! (poco prima sosteneva che gli avrebbe dato un pugno). C’è un limite. Ogni religione ha dignità e io non posso prenderla in giro. Questo è un limite. Ho preso questo esempio per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti. come quello della mia mamma.”

Ora. Non c’è bisogno di essere esperti di retorica e metafore; il papa argentino vola basso in questo campo, ripetto al suo predecessore teutonico (che con ben altra eloquenza si era espresso con stessa sostanza sul fatto delle viognette danesi nel 2006); il succo del discorso è questo: le religioni del libro (cristianesimo, giudaismo e islamismo) hanno tutte la stessa importanza e potenza. Non puoi opportici perché esse stesse sono il limite della tua libertà. Se lo fai ne paghi le conseguenze.

Che conseguenza posso trarre da queste affermazioni? Che non hanno perso occasione per mettere in atto quella strategia con la quale potrebbero veramente divenatre in breve tempo gli unici riferimenti etici del vivere sociale, con buona pace della Ragione e dei suoi intellettuali addormentati dalla digestione pesante. Ma non solo, anche di quei rivoluzionari che, accecati da troppo relativismo culturale, applicano razzismi all’incontrario, disprezzando chi giocattolizza le religioni altre perché vedono in Allah il dio degli oppressi e nel giocattolizzatore un neocolonialista. Non c’è dio degli oppressi. C’è solo tre dei oppressori.

Mi guardo in giro e quei baluardi della ragione che credevo diffusi e pulsanti li vedo pericolanti e disertati.

Toccherà asseragliarsi nella redazione di Charlie Hebdo.

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Dai, lo so. Secondo alcuni amici miei non avrebbe alcun senso perdere tempo a parlare di cose brutte (ma brutte davvero) come il numero 339 di Dylan Dog. Sono d’accordo con loro. Quindi tieni presente questa cosa: non sto parlando di quel giornaletto, lo sto usando a pretesto per parlare d’altro. Per esempio per parlare del film cui dicono si ispiri (non è mica vero, ma lo vediamo poi) senza particolare cognizione di causa. Un film del 1976 ancora tremendamente attuale. Attualità di cui e da cui il fumetto Bonelli, inteso come genere, prescinde. Con quella che non riesco a capire se consapevole volontà di esilio dalla realtà (nel nome di un intrattenimento puro la cui purezza era però esaurita alla fine degli anni ottanta) o se involontario ritardo percettivo. Ma non è questo poi il punto.

Veniamo al film.

C’è una cosa che mi ha sempre colpito, a proposito di John Carpenter: che il suo film più rigoroso sia praticamente il suo primo lungometraggio. Il rigore formale e quello ideologico di DISTRETTO 13 LE BRIGATE DELLA MORTE hanno infatti un livello e un equilibrio che Carpenter, pur andandoci spesso vicino, non eguaglierà più.

Rifacimento dichiarato di Un dollaro d’onore di Howard Hawks ne ha la stessa autonecessitante naturalezza strutturale pur distanziandosene dal punto di vista ideologico. Entrambi sono film in cui il centro narrativo è lo spazio sociale.

Ma.

Tutte le relazioni spaziali di Hawks sottolineano, attraverso l’uso del formato classico del fotogramma (rapporto fra altezza e larghezza 1:1,33), un ottimismo di fondo (molto americano) sui rapporti sociali: i personaggi di Hawks sono sempre raccolti tra loro, e trasmettono per tutto il film una sensazione di solidarietà di gruppo. Carpenter prende questo ottimismo e, pur rifacendo lo stesso film, lo butta a cesso. Usando un formato difficile come il cinemascope (il rapporto tra altezza e larghezza del fotogramma è incredibile, 1:2,35) distribuisce i personaggi nei punti più disparati dell’inquadratura trasmettendo attraverso questa disgregazione spaziale un’angosciante sensazione di disgregazione sociale.

Il film di Hawks, proprio in virtù di questo ottimismo si muove dal chiuso della prigione verso la deflagrazione della sequenza finale all’aperto; il film di Carpenter si muove esattamente al contrario e dagli spazi esterni di Los Angeles si chiude nell’edificio del distretto restringendosi sempre più, fino alla sequenza finale che si svolge in un corridoio dei sotteranei. Per Hawks l’edificio dove i buoni resistono all’assalto dei banditi è un luminoso baluardo della ragionevolezza umana contro le forze distruttive della natura antisociale, ed è dall’edificio in cui sono asseragliate che le forze del bene usciranno alla conquista dello spazio esterno. Il distretto 13 di Carpenter è un vuoto rimbombante (quanto è funzionale in questo la colonna sonora scritta dallo stesso regista!), la solidarietà umana lo ha abbandonato insieme alle compagnie erogatrici dei servizi base della socialità contemporanea, la luce elettrica e il telefono. E’ un forte sul bordo dell’abisso dei rapporti sociali, ma l’abisso non è fuori, sta dentro il forte. E’ con una grandissima idea di regia che Carpenter ce lo mostra. Quando il tenente Bishop lancia il fucile al carcerato “Napoleone” Wilson, assediato con lui nel distretto, non compie un atto di fiducia, semplicemente ridistribuisce l’unica ricchezza presente in quella microsocietà: le armi. La sparatoria contro gli assedianti che ne segue è teoricamente emblematica. Carpenter fa inceppare il meccanismo di ogni sparatoria cinemtografica: quel campo/controcampo necessario alla verifica ottica di una causa e di un effetto. Campo: un uomo che spara. Controcampo: un corpo che cade colpito.

Nei pochi esasperati minuti di quella sequenza Carpenter elimina progressivamente il secondo termine di quel rapporto, costruendo una serratissima partitura ritmica di inquadrature senza controcampi. Perché gli avversari in realtà non esistono. Il male è nei rapporti tra gli aderenti al consorzio sociale. E a questo, per Carpenter non c’è soluzione. Ogni suo finale è solo un momento di pausa, prima che il male riprenda la sua marcia, perché è la società il male; e la società anche se facciamo saltare per aria a colpi di nitroglicerina le sue strutture, non è eliminabile.

Ora, e lo liquido in fretta. La storia scritta da Simeoni e disegnata da un Casertano terribilmente sotto tono, si ispira molto più al film di Hawks che a quello di Carpenter. I manifestanti che assediano il distretto vogliono liberare il loro capo prigioniero, non fare vendetta. Fintanto che non si scopre che sono posseduti da un demone che cerca pace, tutti i dialoghi e la struttura narrativa portano a legittimare le violenza degli sbirri (quelli veramente innocenti, e innocenti due volte: perché costretti da maniaci assalitori a difendersi con mezzi estremi e perché, si scoprirà, strumenti dell’ordine in lotta contro le forze del caos e della possessione), come era leggittima quella di John T. Chance (John Wayne) in un dollaro d’onore. Nel film di carpenter non cio sono innocenti, men che meno i poliziotti. Poi in sovrapprezzo scopriamo che i manifestanti sono innocenti pure loro. Poveretti: sono posseduti dalle forze del caos (cazzo! sarebbe quella l’anarchia secondo Simeoni!? ) di uno spirito che compie il male in cerca di giustizia – poveretto, è persino in buonafede- e ci vuole lo sbirro “rinnegato” Dylan Dog (non è più sbirro ma si è tenuto il distintivo perché l’adesione all’ordine costituito sia comunque certificato) per pacificare la situazione con un gesto apotropaico. Alla fine sono tutti buoni e stupiti di quanto accaduto.

Una storia banale al servizio di una ideologia stolida raccontata con una struttura arruginita e farraginosa (tutta campi/controcampi anche quando non ce ne sarebbe bisogno per un po’ di ritmo).

Allora perché ne parlo? Perché a meno che i miei amici si riferiscano a una irrilevanza estetica, sulla quale mi trovano, l’ho già detto, d’accordo, credo che gli attuali prodotti Bonelli siano non tanto carichi di una qualche rilevanza sociale, quanto uno specchio, con meccanismi molto più velocemente identificabili che quelli della tv e della letteratura, di quanto sta avvenendo nel paese: la cancellazione inconscia, in nome di un ipocrita postideologismo, della narrazione del conflitto. Addiritura starei per dire di ogni narrazione che stia alla base di qualsiasi idea di società, invece (appunto) di un ottimistico, stupido, nulla narrativo.

Poi, fai tu.

matematica

 

 

–        Dì papà… mi sa che se Mirtilla veniva a scuola non andava mica tanto bene con la pagella… anzi mi sa che andava proprio male…

–        Perché? Mi sembra una cagnolona sveglia, se avesse potuto venire a scuola, per me avrebbe capito al volo tutto quello che vi spiega la maestra.

–        Si… vabbene, quello si… però è troppo monella… secondo me avrebbe preso … è giusto così? Si dice avrebbepreso…?

–        Si, così è giusto…

–        Ecco, secondo me avrebbepreso un sacco di note… tipo mille al giorno.

–        Scusa, ma non mi sembra che tu sia un campione di comportamento, mi sembra che di note tu ne abbia prese eccome… per non parlare dei compiti di castigo…

–        E’ vero… ma Mirtilla  faceva… avrebbefatto la tremenda anche in mensa… io in mensa no… eppoi quando facevo il monello adesso è una cosa vecchia… adesso sono bravo anche in classe.

–        Ci devo credere?

–        Credici! Ieri sono stato bravissimo che anche la maestra me l’ha detto che sono stato bravo… oggi vediamo… io ci provo a farlo il bravo…

Sorrido.

Appena però mio figlio si è infilato gli spallacci del suo zaino degli Avengers e ha varcato il portone della scuola, mi attanaglia lo sconforto. Sconforto per la mia brutale contraddizione. Io, che ogni volta che inizio un nuovo taccuino, oltre alla data d’inizio ci metto come punti programmatici le parole: disordine e indisciplina; io, che materialista convinto, ho il corpo e la sua libertà da ogni pastoia in somma considerazione; io, che odio ogni gerarchia e, a parole, non ho ne dei ne maestri ne padroni; io… sto permettendo che mio figlio impari disciplina (in classe si sta seduti al banco e non si parla e si ascolta la maestra!) e ordine (guarda che razza di quaderni! Perché non li tieni belli ordinati come quelli dei tuoi compagni!), anzi mi sto rendendo complice di questo.

Non fumo più. Da quattro anni abbondanti. Forse cinque. Ma vorrei accendermi una sigaretta mentre mi incammino verso il lavoro schifo.

Oggi il futuro, a cui di solito non credo, mi terrorizza.

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