archivio

chiacchiere

il-peso-del-fumo_1167840

 

Avevo bisogno di dare una sistemazione organica a quanto sono venuto dicendo sul fumetto in tutti questi anni di blog e altre cazzate varie. Ho risistemato le idee in queste 160 paginette.

Puoi, se vuoi, procurartelo qui

 

 

ccc2e84b011643e788428172e2974215

Se c’è una cosa che ci lega, il vecchio Agostino e me, è la comune passione per il bollito misto. Con la mostarda io, solo con un pizzico di sale grosso lui che è un purista . E’ così che da anni ci troviamo nella casa avita, puntuali dopo la fiera di Lucca cascasse il mondo e chissene frega del resto degli umani, per dare sfogo alla nostra turpe voglia. E’ praticamente un rito laico.

Anche se c’è un problema: la quantità. Il dosaggio minimo per fare un buon bollito va calcolato almeno sulle otto persone, meglio sarebbe dodici. Eccome cazzo facciamo noi che siamo solo due, abbandonati da famiglia e ammennicoli vari che il bollito nemmeno vogliono sentirne la parola figurarsi l’odore?

Ci misuriamo sulla dose più piccola e da lì andiamo a gara a chi scoppia per primo.

Nella mia splendida marmittona di alluminio prepariamo il biancostato e la punta di vitello e la gallina; la testina la lingua e il cotechino li lessiamo singolarmente; poi serviamo tutte le pentole in tavola. Una volta avevo provato a fare da me, come un’antica massaia cremonese, la mostarda; ma dati i risultati preferisco oggi procurarmene una artigianale come ancora appunto a Cremona si trovano. Circa a mezzogiornoemezzo ci sediamo a tavola, fuori la casa è circondata dalla nebbia, il grano è stato seminato da poco e ognuno di noi ha la sua bottiglia di bonarda stappata. Bestemmiamo al primo brindisi l’abbate Odilone di Cluny che trasformò l’orgiastico capodanno pagano nello spento ognissanti cristiano, poi mangiamo; con Next (il malinois appena arrivato) che attende impaziente gli avanzi. Quando stappo la seconda bottiglia comincio a dire cose: del tipo che un buon bollito misto non ha niente da invidiare all’opera di Rabelais ovvero che  la montagna di mostarda che mi sgocciola nel piatto mi ricorda Cattedrale di Carver. Agostino mi fulmina:  a parte che cercare di interpretare la letteratura utilizzando la suggestione dell’arte culinaria secondo lui è un mezzo illecito per tirarsi fuori dai guai, passi per Rabelais ma paragonare l’insipido e algido Carter alla magia della mostarda! Questo non me lo permette.

Eggià, dico io, Rabelais e il nostro pantagruelico bollito è un accostamento facile, che capisci anche tu… ma perché dio e porco…scusa, lascia da parte le definizioni intoccabili e teologiche del cazzo che ti annebbiano la mente sulla trinità letteratura narrativa poesia (il padre il figlio e lo spirito santo)… e ascolta il sapore negro e amaro della senape che incista  e combatte con il dolce della frutta candita… non è lo stesso dolore di cui racconta Carver, quello stemperato comunque dalla necessità di vivere… eccristosanto, vivere non è racconto, non è storia?… anche solo il mio accendermi questa sigaretta… non è azione, non è storia?

Anche Agostino si accende la sigaretta e stappa una nuova bottiglia.Ti dirò, boris caro- mi fa- questo tuo americano saprà anche scrivere, saprà evocare… ma non sa raccontare… sai, ti sconvolgerò nemmeno Salinger, per me…

-Perché chiedo? Perché non ci sono trame e sotto trame e romanzi criminali?

Poi così mi vengono in mente dei versi di Folgore da San Giminiano e li canto:

E ‘l freddo vi sia grande e ‘l foco spesso;

fagiani, starne, colombi e mortìti,

levori e cavriuoli arrosto e lesso,

e sempre avere acconci gli appettiti;

la notte ‘l vento e ‘l piover a ciel messo,

e siate nella letta ben forniti.

Nessuno di noi due si ricorda la risposta di Cenne a questo sonetto novembrino.

Lo prendiamo come un buon segno.

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Pensa: riusciamo a non farci guastare l’umore nemmeno dalla pubblicazione delle candidature dei premi Gran Guinigi, quella roba che qualche originale gazzettiere ha definito come gli Oscar del fumetto. Appunto.

lucca_comics_games-2014

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Riusciaremo a goderci il sole di novembre, sperando ci sia, e il vino – quello ci sarà di sicuro –  e le mura della città guinigia senza farci guastare la disposizione d’animo da quelle orribili strutture di plastica e alluminio sbatacchiate lì, senza concezione alcuna a deturparne piazze e strade.

Siamo animali strani, noi ippoghigni.  Sul dizionario degli animali fantastici, qualche anonimo amanuense ci ha definito estinguenda specie di lettori paganti. Paganti due volte qui a Lucca. Una per fare il biglietto per passare le forche caudine di quelle orribili strutture e avere così l’accesso a un ammassato e soffocante mercatino di carta stampata magliette spille e cazzabubbole varie. La seconda per portarci via un po’ di quella carta stampata.

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Paghiamo per avere il permesso di comprare. E le mostre gratuite, quelle non mercato (ti rendi conto dell’assurdità? Fanno pagare il biglietto per farti entrare in un mercatino e non per andare a vedere delle esposizioni… beh, certo… per alcune delle mostre espositive dovrebbero pagarti loro per fartici mettere piede) le evitiamo sempre come i dibattiti, che altrimenti rischiamo, noi ippoghigni, di ammalarci.

Poi, ormai l’abbiamo capito… siamo teste dure noi ippoghigni ma non è che amiamo rompercela, la testa, e davanti all’evidenza ci arrendiamo: la rinascita del fumetto la dobbiamo alla graphic novel, che, se non abbiamo compreso male, è una categoria merceologica –non mi è ancora chiaro se da edicola o da libreria- come qualsiasi formato del fumetto. Quindi, ovvio. La mostra dove meglio il fumetto stà è quella mercato, le altre servono solo a creare qualche alibi culturale, e agli amministratori di qualsiasi città che non gli piace fare le cose inutili, quelle mostre le tirano via con il culo.

toni-darling-female-thor-19

Siamo animali strani noi ippoghigni. A tutti i raffinati e snobbissimi intellettuali che vengono da ovunque a vendere le loro mercanzie in questa fiera preferiamo la (anche infantile e alle volte stolida) gratuità della mostra di se che fanno i cosplayer e in particolare LE cosplayer. E siamo gli unici noi ippoghigni tra tutti questi intellettuali (che io sappia), a non disdegnare, nel naufragare dell’assembramento lucchese, il sudato  non sempre involontario spalmarsi e sfregarsi dei loro corpi seminudi contro la nostra superbia vestita di tutto punto .

BU3VVh-CIAEPoRd

Mi dispiace un casino di non essere potuto andare a Macerata per l’Overtime Festival. Purtroppo il maledetto lavoro, con i suoi strascichi di sempre, mi ha trattenuto a Milano.

Il lavoro, come dice Philippe Godard (Contro il Lavoro, Eleuthera) funziona meglio della polizia, dei confini e del filo spinato. Tiene ciad cuno al proprio posto.

Si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare.

Così scriveva Nietzsche nella sua campagna contro la morale corrente, cominciata con la pubblicazione di quell’aureo volumetto che è Aurora.Pensieri sui pregiudizi morali.

cop

Per fortuna Paolo mi ha tenuto aggiornato.

Qualcuna delle foto che mi ha inviato:

12087529_1629272730671064_1823579020_n

12071512_1629272747337729_2026985960_n

12080975_1629272760671061_548172609_n

A questo punto posso farti solo una promessa. Ci vediamo a Lucca. Portati fasce e guantoni.

Solo la scena in cui il commissario Bayard incontra Foucault nell’hammam vale tutto il romanzo. Laurent Binet ha scritto un altro gran bel libro. Non rispetta nessuno, li mostra tutti nel mezzo delle secrezioni delle loro debolezze umane, da Barthes a Eco. Per questo non so se uscirà in italiano. Fai uno sforzo e leggitelo in francese.

IMG_3329

Feltrinelli ha appena ristampato Il filo e le tracce, fondamentale saggio di Carlo Ginsburg su verità storica e finzione letteraria. Fossi in te me lo leggerei facendoci seguire il volumone appena edito da Adelphi Paura reverenza terrore sul rapporto che il potere ha con le immagini e il linguaggio. C’è una certa attinenza pure con il soggetto del romanzo di Binet. Anche con il suo precedente HhHH che non mi stanco di consigliarti.

IMG_3330

Saltando di palo in frasca, sai poi l’amore che porto a Mister No. Non hai idea della profonda incazzatura che mi ha causato la lettura di Come un romanzo, centone di smozzicati capitoli prelevati da altre vecchie storie tenuti insieme da intermezzi romanzeschi pessimamente scritti per l’occasione. Noia e dolore. La peggior delusione  a fumetti di questo 2015.

IMG_3328

Intanto che aspetto di ascoltarmi Grey Tickles, Black Pressure di John Grant, il miglior album di quest’anno è At Last for Now di Benjamin Clementine.

Non essere Cattivo, tolto il finale consolatorio, è il miglior film che ho visto in questa seconda metà dell’anno.

Silvia_D'amico_6_big

10383040_1622385264695133_5756303298776455202_n

Sto trascurando il blog. Lo so. Ma non faccio apposta.

E’ che mi sono un po’ distratto.

Comunque se ti aggrada la mia sintassi qui ti spiego perché Larcenet è un gigante, mentre qui perché se leggi il francioso non devi lasciarti sfuggire l’autobiografia di Druillet.

Poi quando uscirà Scuola di Fumetto n.97 ci troverai un mio pezzo sui motivi per cui Qui di McGuire è un volume imprescindibile.

E tutto il resto che va avanti. Il progetto con il Castaldi. Il mio dannato saggio su Paname i fumetti la rivoluzione. Altre cose di cui ti dirò.

Salud y libertad

images (2)
Una decina di giorni fa. Una cena in certo qual modo di lavoro, cui avrei volentieri fatto a meno di andare. Sono seduto di fianco a un antico collega. Non lo vedevo da una saccagnata di tempo. Tanto. Mentre in tutti questi anni io a fatica ho terminato il periplo del giardinetto dietro casa dove la sera porto il cane, Nabore (così si chiama l’amico ritrovato) si è girato e rigirato l’intero mondo. Diluito nel vino l’imbarazzo di un così lungo non sentirsi, la nostra conversazione si accende e si protrae fino a notte fonda. Ovviamente le chiacchiere, riguardano gli amori, i fumetti, la musica e i libri. Quelli di viaggio.

 

autostop01

Alla mia candida ammissione di non sopportare il suo amato Tiziano Terzani, Nabore sbalordisce. Quella che segue è la cronaca stenografa della nostra conversazione.

Boris: Dai non guardarmi così… lo sai, non mi piacciono i santoni

Nabore: Intanto mettiamo da parte il Terzani degli ultimi libri, ma non puoi dirmi che  Pelle di Leopardo o La porta Proibita non siano libri fondamentali per la comprensione del mondo e della storia…

Boris: Ti giuro, non sono mai riuscito a finirne uno, eppoi posso concederti che abbiano avuto un interesse cronachistico ai tempi in cui furono scritti, oggi  completamente sbiadito… fare storia è ben altro che raccontare le proprie vicende di inviato… comunque già nella prosa di quei libri c’è la premessa di quello che  Terzani diventerà con i giri di giostra…

Nabore: Ma che cazzo dici!, quando Terzani era in Vietnam inviato di Der Spiegel usava una prosa secca e semplicissima, e il suo diario aiuta un sacco a capire quella guerra…

Boris: dai allora, spiegamela… visto che io ho le idee confuse anche dopo la lettura di Karnew e Mitchell… dai, via, quella prosa è fintamente semplice, ma narcisistica e stilnovistica come quella di tutti i giornalistucoli montanelliani d’Italia.

Nabore: mavaffanculo!!… è cristallina la sua scrittura, trasparente

Boris: io credo che tu confonda la brevità dei periodi dettati dalla velocità giornalistica con la semplicità dell’esposizione, la prosa di Terzani in quei libri è sintatticamente rarefatta…

Nabore:…si, hai detto bene… rarefatta, e non è, come pensi tu un insulto…

Boris:talmente rarefatta da essere inconsistente e da avere già in se quello che alla fine saranno quei centoni di pensierini alla Osho o alla Laozi… borotalco per l’anima di chi crede di avercela… io un libro che vorrebbe raccontarmi la tragedia e la necessità di una guerra come quella vietnamita che comincia con “la guerra è una cosa triste” e poi si sbrodola a descrivermi il primo cadavere incontrato, sottintendendomi sempre guarda come sono bravo a descrivertelo… lo butto nel cestino senza andare oltre… ma ti si seccassero la lingua e la penna…

Nabore: è qui il tuo errore, tu sei un fanatico degli incipit ma dovresti riuscire ad andare oltre… Terzani era un giornalista, quelli che contano sono i fatti di cui racconta e non il modo…

Boris: vorresti dirmi che dal modo di esprimersi di uno che scrive libri non dovrei dedurne anche l’interpretazione che di quei fatti che racconta vuole (consciamente o inconsciamente) dare? Vorresti raccontarmi la balla della neutralità della scrittura? Maccazzo!!…c’è mica bisogno di aver studiato semiotica applicata che dall’ortografia alla sintassi, tutto carica di significato quanto si scrive… Secondo me sarebbe più onesto tu ammettessi che il Terzani dei primi reportage è lo stesso Terzani degli ultimi libri…

Nabore:non ne sono assolutamente convinto ma e se anche così fosse? Cosa puoi rinfacciare all’attegiamento di Terzani e ai suoi libri degli ultimi anni?

Boris:non rinfaccio proprio niente… solo ribadisco che non mi interessa niente di quello che ha detto e scritto ne prima ne dopo… quando uno sente l’esigenza di raccontarmi della sua serenità, dubito fortemente di quella serenità, e quando mi dice che l’espressione che preferisce non è morire ma “lasciare il corpo”… bè io lascio il libro prima di dovermi pure leggere che “…forse la morte è l’inizio di una vita”…  ce n’è già abbastanza in giro, dal bar alla tv al tram, di preveti e santoni ad ammansire vite dopo la morte ed anime eterne per andarmeli a cercare anche in libreria…

Nabore:quindi per te se uno cerca di dare senso alla vita e alla morte… e ci riesce con la serenità di Terzani è roba da buttare…

Boris: porcodiundio!… la vita non ha bisogno di trovarle causalità… è il prodotto di normalissimi processi fisico-chimici, e la morte è l’esaurimento di questi processi… la vita accade e basta … e poi finisce e basta, leggiti DNA di James Watson… sai chi è vero?… il resto sono chiacchiere e insensata paura e più è la paura più sono le fole e le pagine necessarie ad esorcizzarla  per trovare un senso a ciò che senso non ha, al limite ha qualche significato…

Nabore: non sei cambiato, devi sempre radicalizzare tutto… uno sta morendo, si ferma lì a riflettere, senza la minima rabbia, senza quell’astio e rancore per chi resterà che per esempio mostra una come la Fallaci , … riflettere insomma su quello che gli sta accadendo, trova il modo di sopportare quanto gli accade e ci scrive un libro… e tu ci sputi sopra…

Boris: guarda che io non sputo su nessuno in particolare, sputo su quel sistema per cui Fallaci e Terzani sono opposti ma complementari, sputo su quel loro dio-gruppo editoriale che si fonde a controllare tutta la melassa  del mercato dei libri e dei vasetti di miele e al quale al di là di rabbia e di spirituale rassegnazione l’unica cosa che importa sono i settecentomilamilioni di euro di fatturato che questi best-seller prefabbricati gli fruttano…

Nabore: vabbene basta, non ti piace… oh, è finito il vino…

Boris:un’altra bottiglia?

Nabore: Un’altra bottiglia!

 

autostoppista

 

Postilla di carattere bibliografico

Diceva G.B. Shaw che è necessario “esagerare per impressionare”. Ho esagerato. In realtà di Terzani penso che se si riesce a superare il fastidio per quella prosa comune a tutti i giornalisti italiani che fa il verso alla prosa d’arte, se si riesce a non infastidirsi per il narcisistico richiamo al: guardate quanto scrivo bene (che poi bene non scrive, ma è altro discorso), allora Pelle di Leopardo, Giai Phong!, La porta proibita e addirittura Buonanotte signor Lenin, possono rivelarsi libri, non necessari ma- avendo tempo da spendere- almeno interessanti. Il resto, la deriva spiritualista dei giri di giostra e delle fini confuse con gli inizi, non vale veramente il tempo necessario a leggerla.

Fondamentale invece per capire qualcosa di quella sintesi proteica che è la vita (e quindi della morte) è il testo dello scopritore della molecola dell’acido desossiribonucleico James Watson, Dna. Il segreto della vita, Adelphi, 2004.

Sulla ricchezza della filosofia indiana puoi leggerti un libro bello che Laterza  dovrebbe ristampare (l’ultima edizione è del 2005), scevro di cedimenti hermannhessiani -di cui purtroppo è ricco invece l’ultimo Terzani- e di cazzate varie: Storia della filosofia indiana, di Giuseppe Tucci. Se non sai chi era Giuseppe Tucci non sai come si possa andare per due volte in Tibet, capire tutto e tornare sani di mente; magari invece sai tutto di Tiziano Terzani, allora: sfiga per te.

 

images (1)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: