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i miei scarponi buoni

Certo. Tanto che tu ti spacciavi di ostriche dell’Etang de Diana annegate nello sciaccarello, durante il tuo giro in Corsica con la vespa, io stavo a lavorare, persino di sabato. Cosa che non mi piace proprio: lavorare di sabato. Comunque dovevo farlo e allora sabato ero lì, a Sondrio, a sbrigare pratiche. Ne approfittavo per comprare la mia grappa al mirtillo preferita.

Il mio problema è che quando mi rompo i coglioni poi faccio cose di cui anche un po’ mi pento. Quindi sabato verso il tardo pomeriggio finito il travaglio usato, invece di tornare a Milano,  la cosa più sensata mi sembrava andare verso Zurigo (leggiti questo và, per capire perchè ogni tanto val la pena di andarci lì); allora guido verso Tirano, faccio il passo del Bernina e mi fermo a Chur per bere una birra e passare la notte prima di guidare fino a Zurigo.

Solo che poi a Zurigo, una volta che hai carezzato la pecora di Henry Moore, visitato per la terza volta il Johann Jacobs Museum, pranzato al Coopi, ecco anche a Zurigo non sai più cosa fare. Sali in macchina e guidare fino a Basel è una sciocchezza.

Bene. Adesso, sempre che ti importasse, sai che ci facevo domenica pomeriggio a Basilea. Facevo il bagno nel Reno e passeggiavo in utopia, e no, non sto parlando per metafore, caro mio.

jean_tinguely_3A Basilea Erasmo ci ha scritto l’Elogio della Follia, Theodor Herzl ci fonda il sionismo, Albert Hofmann ci ha sintetizzato per caso l’acido lisergico, e Jean Tinguely ha maturato a scuola dall’anarchico Heiner Koechlin le sue idee sulla scultura. Ci sarà pure un motivo. Io credo che sia per via del fatto che a Basilea tutti fanno il bagno nel Reno.

Sotto la fontana di Tinguely c’è uno splendido baretto con i tavolini immersi nel verde, dove fanno il miglior caffè di tutta la Confederazione Elvetica (sì anche meglio di quello del Cafè Schober di Zurigo); c’è anche lì di fianco una bella libreria di fumetti dove, che questa è terra di confine, trovi volumi in francioso e in germano, ma è domenica e qui non hanno menate di venderti 7/24 roba che non ti servirebbe, a dirla tutta, nemmeno mai, quindi la libreria è chiusa.  Per togliermi il malumore vado a visitare il museo Tinguely. Giuro: le opere di Jean Tinguely sono una cosa divertentissima. Monumentali e folli. E in più funzionano. Tutte. Schiacci un pedale rosso e questi mostri meccanici simettono in moto, sbalordendoti.

La mia preferita è la scultura passeggiata che si chiama Grosse metamaxi-maxi utopia. Un immenso intrico di scale scalette tubi bielle e pulegge e lampadine e incredibili marchingegni nella quale puoi camminarci dentro, mentre i meccanismi in azione cambiano continuamente la struttura della macchina. Una metafora, nemmeno tanto, della narrazione.

Uno spasso.

Vedi che non ti raccontavo balle quando ti dicevo che ho camminato in utopia. Poi per capirla meglio, l’utopia o Basilea questo non so dirtelo, ho fatto il bagno nel Reno. Venti e rotti anni fa avevo disceso, credendomi Jean capitano dell’Atalante, il Reno su una chiatta  da Amsterdam a Basilea,senza mai immergerci nemmeno un piede. Tradizione domenicale degli abitanti di Basel invece è farci il bagno nel Reno. Partono da una bella spiaggetta proprio dietro il museo Tinguely, alla fine della Solitude Promenade,  mettono tutti i vestiti dentro una borsa arancione gonfiabile, che usano come galleggiante, entrano nel fiume chi nudo e chi in costume e si lasciano trasportare dalla corrente fin dove gli aggrada. Ero lì, potevo esimermene? Scusa, compro a un chiosco quella borsa arancione chiamata Wickelfisch (venti franchi, la malora!), la rempio e vado.

Uno spasso.

Se ti capita, provalo. Capirai che la corrente del fiume che ti porta, nudo, un po’ dove cazzo le pare con lo sforzo che devi fare per dare una direzione alla deriva, questo andare nemmeno importa dove o perché, costituiscono senso già di per se. Quasi come una storia. Il resto sono cazzate.

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Correvo, questo pomeriggio, lungo l’Alzaia Grande sulla mia PX10 (la più bicicletta delle biciclette da corsa mai prodotte dalla Peugeot: ce l’ho circa dal 1982; regalatami usata allora per la promozione di terza media e mai cambiata, … ovvio: alzato il sellino e cambiati un sacco di aggeggi… ma il telaio è quello) inseguendo mio fratello, che corre meglio  di me per la leggerezza del metallo del telaio, ma che ha una bici che, meccanicamente, non vale un quarto della mia: una Colnago C40 del 2000.

Insomma. Lo inseguivo e quasi lo prendevo quando, in quel di Porta Genova, mi appare questo pub… credo si chiamasse Wizard e gli mancava forse – per farmi felice- l’OF di qualche cosa… dal quale sento uscire a palla la musica dei Dream Theater. Un gruppo noiosissimo, vero… ma meglio e diverso tanto rispetto a quello che si sente di solito in diffusione nei locali del cazzo dei Navigli. Intorno e dentro metallari e metallare in perfetta tenuta di cuoio.
Freno, appoggio la bici. Chiamo il fratello che mi offra una birra.
E sorpresa. Hanno una spina che non bevevo da anni. Da quando il Rakanà ha chiuso per fare posto a quel cazzo di bistrotto belga che non mi va nemmeno di nominare, forse anche da prima… che ne aveva cambiate di spine.
La Tennets Scotch Ale. La mia birra preferita.
Mi accendo una Camel Natural, quelle con la striscia azzurra. Mentre bevo una pinta mi appoggio alla balaustra che da sul Naviglio. Sfoglio, tirato fuori dalla mia tracolla, un libercolo – appena preso in quel negozio che si chiama Supergulp- di fumetti di guerra di Harvey Kurtzman (chissà mai che mi convinca anche io che era un genio) edito da 001. Mentre mio fratello mi cogliona che come faccio a leggere roba tipo Supereroica!
Sto bene.
Mi riesce quasi di sopportare Milano, in questo farsi della sera. Nonostante il sindaco più silenzioso che ci sia, nonostante gli sgomberi delle librerie e dei centri sociali, nonostante i milanesi. Nel frattempo che aspetto quelle nuove cinque giornate.  Che, ma non voglio pensarci, non arriveranno mai.

Song of the open road

“From this hour, freedom!  From this hour I ordain myself loos’d of limits and imaginary lines,  Going where I list, my own master, total and absolute,  55 Listening to others, and considering well what they say,  Pausing, searching, receiving, contemplating,  Gently, but with undeniable will, divesting myself of the holds that would hold me.”

Walt Whitman

 

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Berlino. Wedding.

Tardo pomeriggio di un giorno di prima metà maggio.

Seduto a un tavolino del Wine&Geflugel, all’incrocio tra Malplaquetstrasse e Nazarethkirchstrasse, Boris (che poi sarei io) beve una Berliner Kindl alla spina e fuma la pipa mentre studia una carta stradale. Leonida (che poi sarebbe mio figlio quello grande) beve un succo di pesca e sfoglia distrattamente la Lonely Planet dedicata alla Germania.

Poi mi dice.

-Dì papà… io non credo che dovremmo andare ad Amsterdam… Sai, adesso non penso proprio che mi interessi andare là tra i tuoi amici anarchici. Preferisco se facciamo la strada delle fiabe… quella che avevano fatto i fratelli Grimm quando poi hanno scritto il loro libro…

Quasi mi cade la pipa di bocca. -E questa dove l’hai pescata?- gli chiedo. -L’ho letta qui sulla tua guida. Ho visto che Hameln è vicinissima a Hannover… allora mi dico, visto che a Hannover dobbiamo comunque andarci… non possiamo poi scendere verso Hameln e cominciare da lì a scendere tutta la strada delle fiabe? Vorrei proprio vedere com’è e se esiste davvero questa città…

-Certo che esiste. E’ sulle carte no?! – glielo faccio vedere sulla cartina dove sta Hameln – Poi, continuo, com’è lo sai no? Quante volte l’hai letta la favola del pifferaio magico?!… scusa. -No! Se è segnata sulle carte non vuole dire niente… dobbiamo esserne sicuri… dobbiamo andare a vedere.

Già. Logica ferrea quella dell’andare a vedere. Mia da sempre. Sa dove colpirmi mio figlio, quello grande, quando vuole qualcosa. Andare a vedere. Era, se non sbaglio (e non sbaglio), il grande geografo anarchico Elisée Reclus che pensava che la conoscenza non si costruisce sulle carte ma attraverso lo spostamento. Solo se vai a vedere puoi conoscere qualcosa. Il resto, quello fatto sulle carte, al limite, è imparare.

In un bellissimo libro del 1872, Roughing it (lo trovi in italiano standardadelphianamente tradotto con il titolo di In cerca di guai), Mark Twain usa, probabilmente per  primo –quasi avesse letto Reclus- in lingua inglese, il termine vagabonding. Non riesco  a tradurlo con “vagabondare”.  C’è dentro molto di più della banale saggezza di stampo orientale, oggi tanto di moda, che ci fa sapere che lo scopo di chi viaggia non è arrivare. Arrivare interessa ai turisti da weekend, sia pure lungo. Come invece ai viaggi(au)tori da bestseller – sì penso a Chatwin- interessa solo ritornare. A quelli come Delisle interessa solo andarsene. Non certo ai tipi come Mark Twain.

Lo tradurrei: andare a vedere senza per forza sapere cosa. Anche solo a verificare se quella cazzo di città, cui gli italiani aggiungono per pronunciarla una i, esiste davvero. Viaggiare è l’unico modo per ampliare il paradigma cui si conforma la nostra vita. Almeno appena abbiamo qualche giorno libero, spezzare il mortifero abbraccio delle nostre abitudini e delle nostre convinzioni, di quel bagaglio di stronzate che riteniamo necessarie a salvarci la vita e che invece, per undici mesi all’anno, ce la svuotano quotidianamente di senso. Quando siamo in viaggio persino ordinare un pranzo  è gravido di sorprendenti possibilità.  Nella possibilità di cui quei pochi giorni all’anno che dedichiamo al viaggio sono ricchi, c’è l’essenza, il fertilizzante, di quella sorpresa mista a meraviglia che ci coglie davanti alla irriducibilità del reale.

Uno dei motivi per cui non sopporto Delisle (ma lo vedremo nel dettaglio) è la sua assoluta indifferenza a questa possibilità. Anzi mi sembra che sia sempre alla disperata ricerca di ricostruire, ovunque si trovi, il paradigma della sua quotidianità borghese.

In un altro libro, che mi sento di consigliarti, dedicato alla storia dei modelli del mondo, Franco Farinelli ci descrive lo scontro tra Ulisse e Polifemo come lo scontro tra chi si muove e chi sta fermo. Questo scontro è “l’opposizione originaria, il cui esito, favorevole alla mobilità, ha fatto di quest’ultima la condizione fondamentale per tutto quello che chiamiamo cultura” (p.94).

Se abitassimo un linguaggio, come sembrano credere quelli che venerano il verbo incarnato, potremmo anche vivere e conoscere senza muoverci. Ma noi abitiamo il mondo, ed è impossibile viverci e conoscerlo senza muoversi. Dobbiamo muoverci e non possiamo eludere ciò di cui ti dicevo prima: il problema delle mappe e della “retorica cartografica”.

 

La Strada4Pur considerandolo un grandissimo scrittore – posso dire di avere consumato a furia di rileggerle le mie edizioni Adelphi di In Patagonia, Il Viceré di Ouidah e Le vie dei Canti –  non ho mai nutrito particolare simpatia per Bruce Chatwin. La sua vera natura narcisistica e, a mio avviso, reazionaria è mostrata senza remore soprattutto negli scritti minori. Illuminante in questo senso è la raccolta postuma di articoli vari (dagli anni sessanta alla sua morte nel 1989) curata da Jan Borm e Matthew Graves e pubblicata nel 1996 sotto il titolo di Anatomia dell’Irrequietezza. In cui è inclusa anche, ti dicevo, la sua recensione a Patagonia Rebelde di Osvaldo Bayer.

Per farti capire quale livello di malafede raggiunge Chatwin in quello scritto dovrei farti un’analisi comparata della lunga recensione e mostrarti tutti i punti in cui mente a proposito del testo di Bayer. Ma come dice Fumettologicamente io sono uno che blatera aggratis e quindi, visto che non mi paga nessuno, te la faccio breve e risparmio il tuo tempo e il mio.

Con un’acrimonia apparentemente inspiegabile Chatwin attacca il lavoro di Bayer definendolo una lunga tirata retorica e ideologica contro i latifondisti inglesi che aveva acquistato le terre patagoniche dal governo argentino ed erano poi stati abbandonati alle violenze dei peones. Dopo una descrizione della gente della patagonia così carica di disprezzo da far pensare che durante il suo viaggio qualcuno gli avesse rubato il portafogli, Chatwin dice che Bayer trascura nella sua analisi storica quella nota parte del carattere dei peones patagonici per cui “il loro ritegno esplode d’improvviso di una frenesia di sesso, di bevute e di violenza”.

Poi. Uno dei punti cardine dello studio di Bayer è la dimostrazione indiscutibile della falsità delle accuse mosse dalle autorità argentine – per giustificare il massacro –  a quelle cilene e poi a quelle russe, di aver provocato sostenuto e finanziato i rivoltosi. Chatwin sostiene che su questo Bayer sbaglia perché le autorità di frontiera argentine gli avevano assicurato dell’esistenza di documenti in contrario. Ovviamente a differenza di Bayer questi documenti lui non li cita e non li mostra. Ma il momento più alto lo raggiunge quando, in chiusura, millanta di aver conosciuto a Punta Arenas, dove Antonio Soto si era rifugiato per fuggire alla fucilazione, un vecchio tosatore di pecore scampato al massacro che gli  avrebbe raccontato che i capi dello sciopero, quelli non erano mica lavoratori, non avevano lavorato un giorno in vita loro perché erano baristi, barbieri, artisti!

C’è da chiedersi perché Chatwin sentì la necessità di pubblicare uno scritto così feroce contro Bayer e contro gli anarchici come Antonio Soto che avevano condotto gli scioperi e la rivolta in Patagonia? Perché uno che come lui si considerava un nomade, quindi – a portare alle estreme conseguenze quanto sosteneva nei suoi scritti sul nomadismo – il discendente di quei pastori vagabondi senza preoccupazioni di ordine politico e sociale, mostra una così spiccata simpatia nazionalista per quei latifondisti che stabilivano ordine, gerarchia e proprietà?

Probabilmente perché Chatwin come ci spiega Paul Thereux nel suo Chatwin Revisited, Granta, giugno 1993, non era quello che diceva di essere. Cioè un viaggiatore.  E gli serviva quindi screditare da subito, prima che In Patagonia uscisse, l’unica persona che sapeva come l’aveva realizzato quel libro. Un ottimo lavoro, racconta Bayer, di splendida struttura narrativa ma non il diario di un viaggiatore, semmai il solido romanzo di un abile cocinero. Cioè di uno che aveva saputo dosare alla perfezione in una nuova struttura (sostengono i malevoli soprattutto grazie alle competenze della sua editor Susannah Clapp) gli ingredienti presi nei libri che lui gli aveva prestato.

Per quanto gli piacesse darsi giustificazioni alla Montaigne o alla Ibn Battuta non riesco a trovare nei suoi libri una cosa fondamentale che, ritengo, deve esserci negli scritti di ogni viaggiatore. La consapevolezza, come diceva un altro grande viaggiatore a me sentimentalmente più vicino Ryszard Kapuscinsky, che quando scrivi del tuo viaggio non puoi sfuggire alla responsabilità di qualcosa (L’altro, Feltrinelli,2007). Quando scrivi del tuo viaggio sei responsabile della strada che percorri perché ogni passo ti avvicina all’incontro con l’altro.

Quando leggo Chatwin ho la sensazione che gli fosse indispensabile partire solo per, come in una vecchia brutta canzone di Vecchioni, vedersi ritornare. Dell’ALTRO, di incontrarlo, mi sembra ogni volta che lo leggo, che in realtà non gliene fregasse niente.

In fondo quando uno di quei critici impiegati paragonò, se non ricordo male sul Corriere Della Sera, il Jovanotti autore di quel florilegio di irrilevanze – spacciato per diario di viaggio- che era Il Grande Boh a Chatwin, non era in preda a un raptus di selvaggio servilismo verso l’editore che non aveva avuto la vergogna di pubblicarlo, ma dimostrava che persino in quel ambiente avevano da tempo capito il valore del secondo come viaggiatore.

Che resta sia chiaro, comunque, a differenza di Lorenzo Cherubini, un ottimo romanziere.

Guy Delisle nemmeno quello. Ma ci arrivo.

(continua)

Nell’ Estado Burocratico Autoritario, come il politologo Guillermo O’Donnell definì la dittatura militare che tenne il potere in Argentina dal 1966 al 1973, tutti i partiti politici erano stati soppressi. Non stupirti quindi se affermo che fu sicuramente un atto di coraggio la decisione dell’avvocato Felix Luna di fondare nel 1967 a Buenos Aires una nuova rivista di divulgazione storica: Todo es Historia. Racconta lui stesso che la necessità di fondare quella rivista gli era sembrata evidente quando aveva capito che, benché il governo avesse proibito ogni attività politica, questo non bastava a spegnere le preoccupazioni e le idee politiche della gente. Solo non c’erano più luoghi dove esprimerle e confrontarle. Allora si era chiesto a cosa la politica fosse più prossima. Ovvio, si era risposto: alla storia.

Allora, fatto.

Non è un caso che tra i primi collaboratori della rivista ci fu Osvaldo Bayer che praticamente da subito affrontò con un lungo saggio uno dei più radicati- a causa delle forti corrispondenze con il presente – tabù della storiografia argentina.

Durante la Prima Guerra Mondiale il prezzo della lana era andato alle stelle. L’estremo sud dell’Argentina, quella gelida e desolata terra che chiamano Patagonia, aveva visto una crescita esponenziale degli allevamenti di ovini, i quali erano arrivati a occupare quasi tutte le terre con la conseguente creazione di vastissimi latifondi quasi tutti nelle mani di proprietari inglesi e nordamericani. Le condizioni delle migliaia di peones che vi lavoravano avevano raggiunto livelli intollerabili. Per capire quanto dovessero essere terribili basta leggersi le richieste sindacali che i lavoratori rurali, che lavoravano 16 ore al giorno per sette giorni la settimana, avevano presentato nel novembre del 1920 alla Società Rurale che rappresentava la categoria dei latifondisti.

. un letto di pagliericcio invece dei tavolacci

. non più di tre lavoratori per ogni alloggio da 4mt x 4mt

. un pacco di candele al mese

. libertà al sabato sera per fare il bucato personale

. scritte in castigliano e non in inglese sulle cassette del pronto soccorso.

La Società Rurale rifiutò. I lavoratori risposero con quello che diventerà uno degli scioperi generali più lunghi della storia. I padroni licenziarono tutti gli scioperanti e mandarono polizia e vigilantes a braccarli. I lavoratori trovarono in quattro anarchici molto diversi tra loro Alfredo Forte, Josè Aicardi, Antonio Soto e Josè Font capacità aggregativa e organizzativa. In poco tempo organizzarono la resistenza e cominciarono a rispondere alle violenze.

Nel gennaio del 1921 lo sciopero diventò insurrezionale.

Durerà un anno. Resisterà per mesi all’attacco dell’esercito. Finirà sotto la spietata campagna del colonnello Varela, finanziata e istigata da Inghilterra e USA che non avevano intenzione di rinunciare ai latifondi, che si conclude con il massacro di 1500 operai.

Sul numero doppio 14-15 di Todo es Historia (uscito nell’autunno australe del 1968) Osvaldo Bayer pubblica il saggio Los vengadores de la Patagonia tragica in cui racconta, con una precisissima analisi documetaristica, questi fatti.

Negli anni successivi continua la ricerca storica e tra l’agosto del 1972 e l’inizio del 1974 pubblica tre ricchissimi volumi (per circa 1600 pagine) con il titolo definitivo di Patagonia Rebelde.

Proprio nel 1974 il regista Hector Olivera realizza addirittura un film ispirato all’opera di Bayer con lo stesso titolo.

Per averlo scritto Osvaldo Bayer comincia a essere perseguitato dai servizi segreti e il suo nome viene incluso in una lista di condannati a morte redatta dal gruppo terrorista di estrema destra Triple A che fa capo al segretario di Stato Josè Lopez Rega.

Con il colpo di stato del 1976 Bayer è obbligato all’esilio e tutte le copie del suo libro che la sbirraglia riesce a trovare finiscono con gli altri libri ritenuti sovversivi nei roghi divenuti comuni in quegli anni a Buenos Aires. La storia di come Bayer riuscì a recuperare il manoscritto per farne un edizione tedesca in lingua spagnola nel 1978 da sola meriterebbe un romanzo. Un’altra volta magari.

Fin qui quello che avevo da dirti sul libro di Bayer. Adesso torniamo alla recensione che, come ti dicevo, ne fece Chatwin.

(continua)

tango1Quando Bruce Chatwin arriva a Buenos Aires nel dicembre del 1974, è appena cominciata l’estate australe e, lo dice lui stesso nelle prime pagine del suo In Patagonia, nella calda aria inquinata della città si respirano i prodromi di un ormai prossimo golpe. Non è che ci volesse un genio per capirlo. Isabelita Peron, succeduta nominalmente alla presidenza del paese dopo la morte del marito nel luglio dello stesso anno, ma in realtà figura fantoccio nelle mani del segretario di stato Josè Lopez Rega (terrorista di destra, esoterista e membro della P2 di Licio Gelli) ha istituito –in novembre- lo stato d’assedio per far fronte ai gravi disordini dovuti a una lunga serie di attentati terroristici (la maggior parte compiuti da un’organizzazione che faceva capo allo stesso Rega). Quello che sarebbe successo nei due anni successivi lo si poteva tranquillamente intuire già allora.

Ma le questioni politiche e sociali, in fondo, a Chatwin non interessano. Non ha molto tempo. Deve girarsi in pochi mesi Argentina e Cile per poi tornare a Londra e tirarci fuori un libro che lo renderà ricco e famoso.

In quel libro non lo racconta, ma qualcuno gli ha detto che lo storico “anarquista y pacifista a ultranza” -come lui stesso si definisce – Osvaldo Bayer è il più profondo conoscitore della storia della Patagonia. Fa un salto a trovarlo a casa sua, nel quartiere di Belgrano, e gli chiede se può fornirgli una bibliografia sulla Patagonia. Solo libri di viaggio, di curiosità, di leggende, magari qualche biografia di bandoleros, ma per carità niente sociologia, etnografia e politica. Ce lo mettiamo un bel libro di scioperi,dai? Gli chiede Bayer. Uh, dice Chatwin, di scioperi…? Sì, ribatte Bayer, storie di gauchos, peoni e anarchici. Ah, fa sollevato Chatwin, sì, gli anarchici sì, fanno folclore. Bayer allora gli riempie lo zaino di libri e ci ficca pure la sua monumentale storia in tre volumi del lungo sciopero insurrezionale dei peones anarchici che scosse, nel 1921, tutti i latifondi patagonici: Patagonia Rebelde (lo trovi in una bella edizione ridotta e curata e tradotta nel 2009 da Alberto Prunetti, per Eleuthera – parte di quello che ti sto raccontando viene dalla sua introduzione al libro).

Poi si salutano. Chatwin parte per la Patagonia. Tre settimane dopo è già di ritorno a Buenos Aires e gli restituisce tutti i libri.

Tra il 1975 e il 1976, quando Videla e la sua giunta militare portano a compimento il colpo di stato, Osvaldo Bayer, già a lungo osteggiato e perseguitato negli anni precedenti dalle forze governative e militari proprio per quel suo libro, deve abbandonare l’Argentina e rifugiarsi a Berlino.

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In Patagonia, il libro che Chatwin trarrà da quel suo viaggio, lo sai, uscirà nel 1977 e sarà un successo straordinario, capace di trovare lettori ininterrottamente fino a oggi. Poco prima dell’uscita del libro Chatwin stranamente pubblica, sul numero del 31 dicembre 1976 del Times Litterary Supplement, una lunga recensione del libro di Osvaldo Bayer.

Prima di raccontarti quello che Chatwin pensava dell’opera di Bayer (se hai fretta puoi andartelo a leggere dalla pagina 137 alla pagina 151 dell’edizione Adelphi di Anatomia dell’Irrequietezza, dove la recensione è stata raccolta postuma), devo però parlarti del libro di Bayer.

(continua)

Lunedì. Ventidue volte aprile.

Me ne sbatto. Tiro su lo zaino. Dentro: quaranta grammi di trinciato comune, la pipa, La società dello Spettacolo di Debord, un coltello laguiole, pane e salame di capra. Infilo gli scarponi, quelli buoni, e tiro su anche il cane.

Fuggo a Locarno con il trenino centovalli. Cammino un po’ in montagna poi se continua a girarmi me ne vado a Zurigo.

Vediamo.

Parto da Milano Garibaldi verso le due e qualcosa (non mi ricordo) arrivo a Domodossola alle cinque. Poi trenino centovalli e circa alle otto sono a Locarno. Lo so che facevo prima a farlo diretto da Milano. Ma così è molto molto più bello. Becco l’ultimo postale per Mosogno. E prima delle dieci eccomi in trattativa con il nuovo proprietario dell’osteria del popolo per farmi accettare con il cane per la cena e per la notte.

Ah. Ho scoperto che la Gisella se ne è scappata da Mosogno e ha piantato lì l’osteria del popolo alla gestione di un orso delle valli. Ma alla fine troviamo un accordo.

E passo la notte al coperto.

Martedì. Ventitre volte aprile.

Mi alzo di buon ora. Tanto devo portare a pisciare Durruti il mio setter. Colazione con formaggio e birra, poi via. Si parte da Mosogno per scalare il monte Comino. Piove. Fa niente. Cammino. Camminiamo. Anzi: Durruti corre, salta, va avanti e lo perdo di vista. Ritorna. Trova tracce. Caprioli? Tassi? Arriviamo alla Madonna della Segna. Quante ore ci abbiamo messo? Dicono, quelli che abitano da queste parti, che ce la si fa in tre ore. Ho il passo da pianura e il fiato da tabagista. Ce ne avrò messe quattro abbondanti.Ha smesso di piovere. Bevo alla fonte dietro il santuario. Poi fumo la pipa nell’umidità dell’aria. Un grosso cespuglio di ginepro esaltato dalla pioggia aromatizza le mie boccate di trinciato comune.

Riprendiamo il cammino. Giriamo verso Calascio. Ricomincia a piovere. Camminiamo da un bel pezzo e mi viene il dubbio: e se il rifugio di Calascio è chiuso? Perché faccio sempre queste cose senza informarmi? Perché non sono andato a Zurigo? Se è chiuso mi tocca scendere fino a Intragna; ci arriverò, se ci arriverò, a notte fonda. Che faccio torno indietro? Cambia niente. Vado.

Poi il rifugio è aperto. Nemmeno mi fanno storie per il cane. Ne hanno anche loro.

A cena risotto e spezzatino. Un bicchiere di merlot. Partita a jass davanti al camino. Grappa di mele selvatiche. Nanna.

Mercoledì. Ventiquattro volte aprile.

Mi sento benissimo. Vado fino al pizzo Ruscada. Piove ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Durruti è un irlandese che gli frega a lui di quattro gocce ticinesi. Mangiamo in alpeggio. Salame e formaggio. Pane vecchio.Poi, sempre per cresta e sotto la pioggia, giù fino a Dissimo. Ci fermiamo. Adesso due cose. Dormire qui oppure affrontare i 10 kilometri di strada asfaltata fino a Verdasio. Io sono stravolto. Durruti, che non è più giovanissimo, è scoppiato pure lui.

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Giovedì. Venticinque volte aprile.

Autostop fino a Verdasio. Prendiamo il postale e scendiamo a Santa Maria maggiore. Valvigezzo: terra d’Ossola di repubblica e di libertà. Ora si cammina in piano. Andiamo fino a Druogno, una bella camminata. La pioggia ci da tregua. Allora ci fermiamo per la colazione nel piano delle Lutte. Ancora mi sembra di sentire odori e rumori degli antichi sabba. Fumo la pipa. Durruti sembra gradire molto questa pausa. Ci attardiamo un po’ in questo far niente. Libero. Era tempo, tanto, che non mi sentivo così libero. Sole e nuvole. Siamo arrivati con il postale a Domodossola.

Fumo l’ultima presa di tabacco mentre studio l’orario dei treni.

Poco prima delle tre siamo in Centrale.

Ravano nello zaino la museruola, l’attacco al guinzaglio (che sul muso al mio cane non gliela metto nemmeno sotto minaccia di multa) così in bella vista per il rompicoglioni di turno, che lo trovi sempre.

Prendiamo la metropolitana fino in Duomo. Usciamo sulla piazza, accolti finalmente dal sole.

Ci sediamo sul sagrato.

Guardiamo sfilare le belle bandiere.

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