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i pugni in faccia

10th March 1954: Four young boxers practice their shadow boxing in front of a large mirror at a Dundee gymnasium. (Photo by Central Press/Getty Images)

Nella storia della boxe ci sono state molte sfide in cui il quadrato del ring si è allargato fino a contenere il mondo. Ne abbiamo raccontate quindici, tanti quante sono le riprese di un incontro per il titolo mondiale dei pesi massimi. Va detto che abbiamo scelto quelle più vicine alla nostra sensibilità e la cui idea di mondo uscita da quei ring più somigliava alla nostra idea di mondo. Pur non potendo prescindere dagli uomini che le hanno affrontate in qualche modo queste sfide, questi incontri di pugilato che abbiamo raccontato, li hanno superati assumendo valori etici, storici e sociali inaspettati e duraturi.

Gli eventi in se si sono caricati di significati di cui i protagonisti da soli non erano portatori prima di affrontarli, ma da cui saranno cambiati per sempre, cambiando spesso proprio con l’incidenza di questo valore etico la realtà sociale del loro tempo.

Quello che abbiamo cercato di fare è di restituire con il racconto e i disegni, quel senso di epicità cui sono assurte quelle sfide combattute da uomini normali (normali, poi, fino a un certo punto… che per essere pugili come quelli occorre un briciolo di eccezionalità), spesso addirittura alieni a ciò di cui diventeranno simbolo, ma che non avrebbero potuto diventare epiche se non fossero state combattute proprio da quegli uomini.

Abbiamo cercato di raccontare la boxe attraverso la vita, perché questo sappiamo fare e perché, come ha splendidamente detto una volta Arthur Cravan, pugile e poeta, le parole (e i disegni) sono i nostri pugni serrati.

Dal postscriptum di PUGNI, in uscita domani per i tipi di BeccoGiallo

pugile

Christian Hincker, aka Blutch, ha ricevuto durante il Festival d’Angouleme di quest’anno, il premio, istituito dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio, per la libertà d’espressione. Ha tenuto un breve discorso, alla presenza della ministra della cultura Fleur Pellerin (avercene noi).

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Ho sentito, e mi perdonerai, la necessità di tradurtelo, per ovviare a quanto malamente fatto da altri in altre sedi.

 

Signore, Signori

mi permetto di leggervi un piccolo intervento che ho scritto questa mattina.

Scusatemi.

Sto su questo palco, sotto questi riflettori, perché delle persone che devono vivere nascoste mi hanno chiesto di farlo. Persone come voi e come me, ma protette dalle forze dell’ordine; che scendono a comprare il pane con la scorta; che scrutano con paura tra i passanti; che sorvegliano, dalla finestra, ogni movimento della strada. Dei superstiti, che pagano un conto che non è il loro, perché –

scusatemi

– ma il prezzo della vostra famosa libertà d’espressione è veramente esagerato.

Tanto più che in questo paese, faro della libertà, terra del pensiero e della ragione, di Cartesio e di Voltaire, la si pensava stabilita una volta per sempre questa libertà d’espressione; che fosse parte di noi. Invece no. La mia presenza qui lo dimostra senza pietà. Che tristezza!

Probabilmente qualcuno, da qualche parte, non ha fatto quello che avrebbe dovuto.

Scusatemi.

Abbiamo fatto un bel manifestare, congratularci, riconoscerci tra i giusti; noi la borghesia progressista ci siamo concessi gratificazioni e riconoscimenti, appuntandoci spilette sui baveri, rassicurandoci.  Ma quelllo che è successo è irreparabile.

Quando questa cerimonia finirà torneremo ai nostri affari, a darci da fare per la fama, a raccontare storie irrilevanti, a cercare il nostro posto in questo festival, tanto il peggio è accaduto. Il male è già accaduto.

Scusatemi.

Ma cari colleghi, guardate che non esiste il paradiso, non esistono angioletti e nuvolette, Dio non esiste, siete completamente soli, e solo quello che fate e che dite è creatore di senso. Questa è LA vostra responsabilità.

Mi scusi,

Lei, Signora Ministro, ma gli anarchici di una volta uccidevano sovrani, regine e primi ministri, personaggi che detenevano il potere e che ritenevano responsabili. Voi ve la siete sfangata bene, avete preso il potere ma non la responsabilità. Quella l’avete lasciata ad altri.

Quello che è successo quella mattina del 7 gennaio, forse è una versione della lotta di classe. La riscossa sociale l’avete resa impossibile, e allora per forza, non resta che la vendetta sociale.

Mentre scrivevo queste righe, stamattina, mi è tornato in mente Voltaire, è pure di moda: non vale la pena sprecare fiato con certa gente.

E’ per questo, scusatemi, che non vi ringrazio.

 

Io sono Charlie, ne sono sicuro. Si, ma cosa significa veramente essere Charlie? Essere o non essere Charlie, questa è la questione da porsi. Infatti, scusate, ma la vera domanda da farci è se ce ne frega qualcosa? Più precisamente essere Charlie significa sbattersene, questa è la migliore risposta da dare in loro memoria. Io sono Charlie non è far suonare le campane di Notre Dame per degli anticlericali, non è trasformare in eroi degli autori di satira la cui attività principale era sputare sul potere e su tutte le forme d’espressione… d’oppressione, scusate.
Ecco in questo senso, Io sono Charlie non ha alcun senso, però Io sono Charlie ha fatto scendere 4.000.000 di persone per la strada, gente che nella quasi totalità manco sapeva cos’è Charlie Hebdo, ma che non ha voluto accettare che si possa essere accoppati per delle idee e dei disegni. Tutti hanno trovato questa cosa assurda, lapidare una donna perché è stat violentata non lo è mica di meno; ci sono un sacco di cose assurde. Charlie Hebdo le racconta queste cose, è lui che osa dirle e riderne; è Charlie che sfotte il sindaco di Angouleme quando fa mettere delle gabbie stile zoo intorno alle panchine pubbliche perché non le possano usare i senza tetto; Io sono Charlie non è uno slogan, è Charlie che dice che il sindaco di Angouleme è una testa di cazzo. Sono solo un portavoce.
La libertà d’espressione, che va continuamente lubrificata, è il popolo che l’ha ottenuta contro il potere assolutista che non immaginava neppure lontanamente che il popolo potesse esprimersi. Se oggi per noi questa è un’evidenza, se possiamo raccontarcela… però ci abbiamo messo 2500 anni, è lento i progresso, invece la regressione ci mette un attimo: l’oscurantismo, i kalashnikov, la polizia… è il rifiuto di un simile futuro che ha fatto scendere in piazza milioni di persone, nel nome di Charlie.
Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto del Trattato di Libero Scambio Atlantico, che permetterà a Monsanto di trasformare l’Europa in un deserto di pietre; Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto di tutti i progetti di grandi opere, tanto inutili quanto assurde; potrebbe essere rifiutare di evocare quella crescita che tutti sappiamo non ci sarà mai più; Io sono Charlie dovrebbe essere semplicemente l’Anno 01 di GèBè, in cui ci fermiamo tutti a riflettere!!! Riflettere e poi agire in fretta, che non c’è più tempo. Agire ora. Ri-manifestare in milioni per RIFIUTARE, perché questo è Charlie. Io sogno di piantare carote sulle piste abbandonate di Notre Dame de Landes con il Signor Hollande, con il Signor Sindaco di Angouleme, e con tutti i membri di quei tanti comitati inesistenti, e poi coprire d’insulti le multinazionali, le lobby, e tutti i burocrati che ci stanno ammazzando solo per riempirsi le loro fottute tasche. Quel giorno sì potremo dirlo insieme: io sono Charlie!
Viva Charlie Hebdo!
Viva Le Canard enchaine!
Viva Sinè Mensuel!
Viva tutta la stampa satirica!
E voi altri, voi, qui… quando alzerete i vostri cazzo di culi e comincerete ad aiutarci a cambiare il mondo, allora potremo anche dirlo viva la Francia!
Per adesso: Viva Charlie!

 

Eccotelo tradotto l’intervento di Menu ad Angouleme, cazzo. Mentre ritirava il premio attribuito dal Festival a Charlie Hebdo per la libertà d’espressione. Devo fare sempre tutto da solo però, che voi professionisti servite solo alla vostra autoreferenzialità, ai collaterali e fate niente di utile, mai.

 

Tre cose:

Il sindaco di Angouleme era presente.

Gèbè è stato un grande fumettista francese, collaboratore di Charlie Hebdo e autore nel 1973 del famosissimo, in Francia, L’An 01, dove racconta un’utopia libertaria in cui l’umanità si ferma e, dopo varie riflessioni, decide di fare a meno dell’economia di mercato. Con tutte le contraddizioni che questo comporta. L’Association lo ristampò nel 2000, nella collana Eperluette con una fichissima prefazione di Menu. Procuratelo.

Notre Dame de Landes è un comune della Loira, cha ha vissuto qualcosa di simile a quello che sta succedendo in Val Susa, con la devastazione del territorio per la costruzione di un aereoporto immenso, che poi fu praticamente abbandonato.

10540640_10205882625933962_3658919294376889949_nAd ascoltare gli intellettuali progressisti sembrerebbe che il cattolicesimo nelle nostre illuminate polis, non riferendosi solo all’Italia, perda sempre più la propria ragione sociale e il proprio peso come soggetto direttamente politico. Ma se anche questo fosse vero, non significa una perdita di potenza in assoluto, ma solo che c’è in atto una traslazione dell’asse portante del cattolicesimo verso l’America Latina, l’Africa e quello che, questi adorabili intellettuali progressisiti e gazzettieri, chiamano più generalmente Terzo Mondo. Un po’ quello che negli anni ottanta era successo con la ridislocazione della centralità pulsante del cattolicesimo verso l’est europeo. Non è un caso che proprio l’Argentina abbia appena espresso l’attuale papa.

In un recentissimo saggio (Guerra santa e santa alleanza. Religioni e disordine internazionale nel XXI secolo, Il Mulino, 2014) Manlio Graziano sostiene, con brillanti e convincenti argomentazioni, che non solo la Chiesa Cattolica abbia recuperato quell’incisività politica di azione diretta sulla vita pubblica europea che aveva sostanzialmente perduto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ma che abbia pure ridisclocato questa riacquisita potenza, con una strategia geopolitica molto complessa. Questa strategia geopolitica comporta la rottamazione della usurata teoria huntingtoniana dello scontro di civiltà e la messa in atto, non senza problematiche e complessità, di una “santa allenaza” con le altre religioni del libro, in particolare l’Islam. Con l’obiettivo di diventare, come sostiene Eric Hanson, i “mediatori etici primari” delle nostre società future.

A me questa cosa da un po’ i brividi. Ma, devo dirti la verità, mi sembrava, mentre leggevo il saggio di Graziano, un’analisi molto azzardata. Abbiamo, pensavo, validi baluardi nelle nostre società nate dall’illuminismo, per resistere a un simile tipo di crociata.

Poi oggi mi capita di sfogliare il Corriere della Sera. Non lo faccio mai che mi fa schifo,;ma ero curioso di leggere le scuse ai fumettari coinvolti loro malgrado nell’operazione del libro Je Suis Charlie. E incappo nelle parole del papa argentino come le riporta l’entusiasta cattolico articolista: “Tanta gente che sparla di altre religioni o delle religioni, che prende in giro, diciamo giocattolizza la religione degli altri, questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma! (poco prima sosteneva che gli avrebbe dato un pugno). C’è un limite. Ogni religione ha dignità e io non posso prenderla in giro. Questo è un limite. Ho preso questo esempio per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti. come quello della mia mamma.”

Ora. Non c’è bisogno di essere esperti di retorica e metafore; il papa argentino vola basso in questo campo, ripetto al suo predecessore teutonico (che con ben altra eloquenza si era espresso con stessa sostanza sul fatto delle viognette danesi nel 2006); il succo del discorso è questo: le religioni del libro (cristianesimo, giudaismo e islamismo) hanno tutte la stessa importanza e potenza. Non puoi opportici perché esse stesse sono il limite della tua libertà. Se lo fai ne paghi le conseguenze.

Che conseguenza posso trarre da queste affermazioni? Che non hanno perso occasione per mettere in atto quella strategia con la quale potrebbero veramente divenatre in breve tempo gli unici riferimenti etici del vivere sociale, con buona pace della Ragione e dei suoi intellettuali addormentati dalla digestione pesante. Ma non solo, anche di quei rivoluzionari che, accecati da troppo relativismo culturale, applicano razzismi all’incontrario, disprezzando chi giocattolizza le religioni altre perché vedono in Allah il dio degli oppressi e nel giocattolizzatore un neocolonialista. Non c’è dio degli oppressi. C’è solo tre dei oppressori.

Mi guardo in giro e quei baluardi della ragione che credevo diffusi e pulsanti li vedo pericolanti e disertati.

Toccherà asseragliarsi nella redazione di Charlie Hebdo.

le mie riflessioni su una situazione imbarazzante

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E’ tanto che non vado a nuotare. Quando è tanto che non nuoto, devo compensare almeno camminando. Quindi, ovunque debba andare quando è tanto che non nuoto, ci vado a piedi. Capita che dovendo andare al mio solito aperitivo con lo Zampa (aperitivo al Bar Basso, che odio perché fanno il Margarita con il Cointreau invece che con il Triple Sec, barbari!) ci vado dunque a piedi. E finisco, che penso sempre ai cazzi miei e non alla strada da fare, in qualche strada a senso unico. Nel 1932 il più importante avvenimento culturale dell’Italia crociana, che ancora fa fremere storici e sociologi, è la fondazione della Settimana Enigmistica. Nella repubblica di Weimar invece si dibatte animatamente della sopravvivenza della Staatliches Bauhaus, ferocemente avversata dai nazisti che presto prenderanno il potere e la faranno chiudere. In questo clima Bertold Brecth e Slatan Dudow scrivono e dirigono un film bellissimo e fondamentale: Kuhle Wampe.La sequenza finale, girata proprio dallo stesso Brecth è di una bellezza fulminante. Sulla metropolitana berlinese i viaggiatori (socialmente eterogenei) discutono del prezzo del caffè. Da li la discussione finisce sui problemi del sistema sociale vigente. Un borghese benestante pone la domanda di rito retorica e pessimista: allora il mondo chi mai lo cambierà? Una giovane e bella operaia gli risponde: die denen sie nicht gefallt. Quelli a cui non piace. Ecco semplicemente penso che compito di chi vuole essere critico è cambiare quello che non gli piace. Dicendolo. Brecthianamente.

Insomma. Cammino, visto che nemmeno oggi sono riuscito ad andare a nuotare, pensando a questi cazzi miei e mi ritrovo in questa benjaminiana strada senza uscita. E’ tra pagina ventotto e pagina ventinove che ci puoi andare a leggere che cosa è un critico. Da qui dobbiamo ripartire. Per Benjamin il critico è “stratega”, complice e alleato della tendenza letteraria, spesso compartecipe se non motore organizzativo. L’organizzazione strategica del critico deve tendere a strappare le tecniche a ogni considerazione neutrale che le renderebbe appannaggio dei tecnici del “saper fare”: gli autori e gli accademici. Infatti ogni tecnica contiene un preciso segnale direzionale che mentre l’autore tende a nascondere (quasi mai volontariamente, che l’autore è spesso assolutamente inconsapevole), l’accademico ha il compito di codificare e mummificare a vantaggio del proprio circolo di iniziati. Il critico ha il dovere di interpretare e svelare questo segnale direzionale, strapparlo agli accademici e svelarlo agli autori. In qualche modo il critico è meglio se è ladro.

La tecnica del critico in tredici tesi. Le riscrivo un attimo, per rendermele veramente consone. Se non ti piacciono, vatti a leggervi quelle originali.

  1. Il critico è stratega e comandante nella battaglia culturale
  2. Chi non sa prender posizione, taccia
  3. Il critico non ha niente da spartire con lo storico e il sociologo. Ma ne può e vuole utilizzare tutti gli strumenti.
  4. La critica deve parlare nella e della lingua degli autori popolari. Perché i suoi concetti sono parola d’ordine. E solo nelle parole d’ordine risuona il grido di battaglia.
  5. Bisognerà sempre sacrificare l’obiettività allo spirito partigiano se la causa per cui ci si batte lo merita.
  6. La critica è una questione etica.
  7. Per il critico l’istanza superiore è cambiare il mondo che non gli piace. Non gli autori. E tanto meno gli altri critici.
  8. Il critico però deve sempre giudicare al cospetto dell’autore.
  9. Il critico deve sempre sollevare polemica.
  10. La vera polemica si cucina un testo con lo stesso amore con cui un cannibale si cucinerebbe un lattante.
  11. Il critico non conosce entusiasmo per la singola opera. L’opera è, nelle mani del critco, l’arma sguainata nella battaglia del dire.
  12. Il critico non deve mai tradire l’idea che persegue, in nome della pubblicazione o di maggiore visibilità.
  13. Il lettore deve sempre sentirsi provocato e smentito dal critico, ma deve in qualsiasi momento potersene sentire rappresentato.

Il 1936, lo sai credo, fu un anno di quelli straordinari, che per la straordinarietà di ciò che vi accadde, andrebbero raccontati giorno per giorno. Mussolini proclama l’Impero; il mediomassimo Max Schmeiling sbatte al tappeto alla dodicesima ripresa Joe Luis (si prenderà la rivincita Luis, nel 1938 e alla prima ripresa); esce Gone with the Wind, il romanzo; scoppia la guerra civile spagnola; Jessie Owens vince quattro ori nel’atletica alla Olimpiadi di Berlino; a quelle stesse Olimpiadi Trebisonda Valla detta Ondina vince il primo oro femminile della storia delle olimpiadi moderne negli 80 mt a ostacoli; Buenaventura Durruti viene ucciso durante l’assedio di Madrid; John Maynard Keynes pubblica un testo destinato a cambiare alcune cose: The general theory of employement, interest and money.

Una cosa che credo invece tu non sappia è che quell’anno Aleksandr Ivanovic Oparin da alle stampe un testo fondamentale quanto e più di quello di Keynes: L’origine della vita sulla terra (puoi trovarlo, se ti sforzi, in un’edizione Boringhieri del 1977). In questo studio il biologo sovietico ci libera da tutte le panzane creazioniste e panspermiche e stabilisce i fondamenti dell’abiogenesi. Ora. La critica si fonda per abiogenesi. La vita è sorta casualmente dalla materia inorganica. La critica sorge spontanea e casuale dalla lettura delle storie. Perché, come diceva Benjamin (ancora lui sì, e sempre in strada a senso unico) le storie sono come le puttane. Si possono portare a letto ed entrambe hanno un loro genere di uomini che vivono di loro e le maltrattano. I magnaccia per le puttane. I critici per le storie. Entrambe figliano molto. I figli delle storie sono i critici. Grandissimi magnaccia con il complesso di Edipo. Nessuno meglio di loro sa come funziona.Quando sono bravi sanno raccontartelo, il come funziona, questi grandissimi figli di puttana!

Momento fondamentale del nostro agitarci nel mondo è la rielaborazione teorica di questa prassi quotidiana. Lo so. E’ cosa che richiede una preparazione culturale adeguata (almeno le scuole dell’obbligo) e che passa necessariamente attraverso una formazione attiva il cui fondamento è l’esperienza consapevole di quella stessa prassi che ci è necessario analizzare. Non affrontare consapevolmente questa rielaborazione ci lascia parcheggiati nel mero e banale uso della tecnica (di sopravvivenza): prigionieri di un circolo vizioso che ci impedisce l’incontro con la verità. Lo spiegava, con parole di rara bellezza, Orazio in una lettera a Lollio Massimo (Epistole, I, 2, 40-43): “…sapere aude, incipe. Vivendi qui recte prerogat horam, rusticus exspectat, dum defluat amnis; at ille labitur et labetur in omne volubilis aevum”. Esercitare CRITICA significa sapere che l’acqua del fiume scorre e scorrerà per sempre (non c’è nulla di mistico in quel sempre, è semplicemente da intendersi e limitarlo riferito alla durata della vita umana), quindi non aspettare che finisca di scorrere, ma cercare un guado. Trovarlo è poi solo un momento accessorio.

L’importante è cercare.

La critica nasce per abiogenesi dall’incontro, nel brodo primordiale della comunicazione umana, dell’individuo con la narrazione. Ma il punto, come ti dicevo, è che questa abiogenesi, per scatenarla, sono necessarie alcune particolari condizioni. Un po’ come per l’abiogenesi biologica teorizzata da Oparin e poi dimostrata sperimentalmente da Stanley Miller, la materia è lì poi succede questo e quello e spunta la vita. Uguale.Le storie sono lì, scorrono nel fiume lento della tecnica narrativa, e tu le leggi o le ascolti o le guardi. Quale catalizzatore trasforma il tuo galleggiare in questo fiume infinito in esercizio critico? In rielaborazione teorica? L’ho detto prima: cultura e consapevolezza. In una sola parola: filosofia. Adesso non fraintendermi. Butta a cesso l’idea che hai di filosofia: quella accademica, convenzionale, autoritaria, riassuntiva, spacciata da un qualsiasi Abbagnano. Pensa semmai a un’attitudine concettuale e argomentativa di assoluta totale apertura verso prospettive originali che diventino – pur tenendone sempre presente la provvisorietà che tutto è e deve essere falsificabile- conseguenze per il proprio pensare e per il proprio agire. Sarà per questo che non ho mai sentito, salvo rarissime eccezioni, un autore di fumetti fare affermazioni sensate sul proprio lavoro, né un critico di quelli accreditati come tali fare analisi sensate sulle proprie letture. Dalle loro affermazioni ti rendi conto che, convinti –anche a ragione- di possedere una solida tecnica e –a torto- che basti solo quella, non solo non possiedono le risposte giuste sul proprio lavoro, ma nemmeno mai si sono posti le domande necessarie. Evitano, come se fosse una grave malattia, di orientarsi nel pensiero e non sono nemmeno vagamente in grado di cogliere la natura del proprio fare e del proprio dire.

Fossi mai punto da vaghezza di sapere che sarebbe ciò che sucesse alla materia quando si originò la vita, ti suggerisco una bella, anche se difficile lettura: J.William Schopf, La culla della vita, Adelphi, 2003; invece per confrontarti con un idea un po’ diversa di filosofia rispetto a quella che ti hanno piantato in testa a scuola, potresti provare a leggere Ekkehard Martens, Filosofare con i bambini. Un’introduzione alla filosofia, Bollati Boringhieri, 2007; oppure Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia, Einaudi, 1999; se non temi il confronto con il pensiero reazionario, godibilissima lettura è Roger Scruton, Guida filosofica per tipi intelligenti, Cortina, 1998.

 

Parker 31R ShavetteHo quarantacinque anni, stamattina. Mi guardo nello specchio, indeciso se farmi la barba o meno. Mi ero ripromesso, giuro, di trascurarla questa cosa: il compleanno intendo, non il farmi la barba che con questa cosa ci devo fare i conti almeno ogni tanto.
Invece.
Questa faccia con la barba lunga e livida dei troppi martinivodka di ieri sera mi fa venire voglia di scriverne. Per farti capire questa voglia di scrivere della mia faccia, voglia che porta via il tempo al vivere, devo cominciare da Creonte.

Allora. Quando Edipo, cieco per aver visto l’insostenibile, lascia Tebe e se ne va in esilio a Colono, in modo da salvare la città minacciata per colpa sua dalla peste, i suoi due figli maschi cominciano a litigare. Per il potere ovviamente.
Eteocle assume il potere nella città. Polinice, il fratello, si rifugia ad Argo e prepara un esercito per marciare su Tebe e conquistarla.

In duello davanti alle porte della città si uccidono vicendevolmente.

Creonte, zio e contemporaneamente cognato di Edipo, si trova così re di Tebe . E vieta per decreto che il corpo di Polinice, il traditore che ha marciato contro la sua stessa città, venga sepolto e onorato con le esequie riservate alla sua casta.
Sai che Antigone, sorella di Eteocle e Polinice, contravviene alla disposizione di Creonte e celebra le esequie di Polinice, incorrendo così nella condanna del nuovo re della città.

Ho letto tempo fa detestandolo – quanto avevo amato invece il nodo e il chiodo – un libro di Adriano Sofri: piccolo catechismo per exrivoluzionari in cerca di una mistica non dogmatica. Insomma, ho letto chi è il mio prossimo e mi viene in mente una cosa che scriveva Piergiorgio Bellocchio nel 1991 proprio su Sofri ai tempi del processo a Lotta Continua per l’omicidio Calabresi (il pezzo è chi perde ha sempre torto, raccolto in al di sotto della mischia, pp. 75-107). Scriveva che i militanti di Lotta Continua “erano migliori di quel che sono diventati”. Il punto è che poco prima Bellocchio criticava Scalfari per aver paragonato, sulla Repubblica del 2 agosto 1988, Sofri a un’Antigone da tre soldi e per aver sostenuto che la legge di Socrate, cioè la legge della città, alla lunga la vince su quella di Antigone.

Balle dice Bellocchio, capisco che Scalfari si schieri con Creonte, ma Creonte con Socrate non c’entra niente. Socrate come Antigone è un ribelle; c’è da sperare che alla lunga vinca la legge di Antigone.

Insomma, capisco io: Sofri da giovane era migliore di quel che è adesso perché era un ribelle come Antigone e c’è da augurarsi che la ribellione di Antigone-Sofri vinca anche su quello che Sofri è diventato (l’autore di chi è il mio prossimo – chioso io).

Il problema è che le cose non stanno così.

Che non è per niente conseguente che Scalfari debba schierarsi con Creonte. Anzi.

Quella lì che hanno in mente loro è l’Antigone del Living Theatre, non quella di Sofocle.

Nella tragedia sofoclea, che fosse il simbolo della tirannide o quella di una democrazia guidata (come era quella di Pericle al tempo in cui visse Sofocle), Creonte rappresenta una nuova idea di stato. Creonte rappresenta la rivoluzione della legge scritta contro la tradizione orale dei privilegi castali e sacerdotali: contro questa messa in discussione degli antichi privilegi Antigone si ribella. La sua non è rivoluzione, è reazione, oltranzista difesa della tradizione. Di quella legge morale tanto cara ai sacerdoti.

Non so cosa fosse Sofri ai tempi di Lotta Continua. So, leggendo i suoi scritti, cosa è adesso. Molto vicino ad Antigone: a quella legge morale che portava la figlia di Edipo a violare la nuova legge della città, e che porta lui a scrivere un libro così vicino, se non a dio, a una religiosità platonica senza fede. In fondo dall’eterogenesi dei fini alla provvidenza il salto è breve.

Lo dice Sofocle che tifa per Antigone. “Non è data agli uomini/liberazione dal predestinato (66,6)”.

Vero. Probabilmente questi ex ragazzi che ora insegnano nelle università, che scrivono libri, che dirigono quotidiani, che conducono trasmissioni  televisive erano migliori di quello che sono diventati.

Dicevo della mia faccia.
La guardo nello specchio. Decido. Non mi faccio la barba. Sono migliore di quello che ero dieci venti trenta anni fa. Più bello e più libero.
Incapace non dico di rispettare dei e loro tradizioni, ma anche solo di ipotizzarne l’esistenza. Incapace di quella saggezza che dicono si apprenda con la vecchiaia.
Ostinatamente inappartenente a qualsiasi idea trascendente di moralità.

In qualche modo sempre in mezzo alla mischia.

Assomiglio dannatamente a Creonte.

Bibliografia

Sofocle, Antigone, una qualsiasi edizione economica

Giovanni Cerri, Legislazione orale e tragedia greca, Liguori, 1979

Luciano Canfora, Storia della Letteratura greca, Laterza, 2001

Cristian Meier, L’arte politica della tragedia greca, Einaudi, 2000

Ehrenberg, Sofocle e Pericle, Morcelliana, 2001 (ed. orig. 1954)

Adriano Sofri, chi è il mio prossimo, Sellerio, 2007

Piergiorgio Bellocchio, Al di sotto della mischia, Scheiwiller,2007

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