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il fumetto della domenica

copertina-defLa casa editrice Porthos ha pubblicato in italiano quello che è, forse (anzi, no, togli il forse) il libro più bello di Davodeau. Se frequenti, anche sporadicamente, queste mie stanze, sai che lo ritengo un autore tra i più interessanti del fumetto francofono.

Gli amici di Fumettologica mi han chiesto di scriverci due righe sul perché lo ritengo un libro importante.

Eccole.

daryl-hannah-as-pris-in-blade-runner-blade-runner-1982Scusa il ritardo. Riprendiamo il discorso.

Una strategia di controllo delle più esiziali, tra quelle che i servitori volontari (accademici, opinionisti del Corsera e della Reppa e politici tutti) delle ingegnerie del potere mettono in atto è quella di presentare qualsiasi architettura ideologica (reazionaria) come una questione, problematica magari ma solo come una questione di comunicazione. Così il razzismo diventa disagio o addirittura come nelle ultime evoluzioni linguistiche di certi gazzettieri, “stanchezza”. Il dualismo gerarchico tipico dell’ordine patriarcale occidentale, che teorizza e pratica la marginalità sociale della donna, diventa invece dualismo organico, cioè naturale differenza sociale in quanto intrinseca nell’ordine biologico del genere sessuale.
Donna Haraway ha brillantemente definito, nel suo fondamentale Manifesto Cyborg (Feltrinelli, 1995), questa strategia come informatica del dominio. Secondo lei l’effettiva situazione delle donne di integrazione/sfruttamento caratteristica della postmodernità (molto ben esemplificata nel nostro paese dal ruolo, per esempio, delle ministre del governo Renzi o da pornostar fintointellettuali al servizio della consolidazione intellettuale maschile del dualismo gerarchico quali Valentina Nappi) può essere smontata solo attraverso una nuova teoria del testo. Il modo per costruire una politica socialista del femminismo, scrive nel suo manifesto, è quello di disgregare – per rimontarli- i sistemi dei miti e dei significati che, derivatici dalla civiltà greco-cristiana, strutturano la nostra immaginazione.

Non so se Chloé Cruchaudet abbia mai letto Haraway, ma sono convinto che il suo Mauvaise Genre pratichi fin dalla scelta del titolo (per questo trovo decisamente infelice la scelta dell’editore italiano; intendiamoci: è vero che Poco Raccomandabile rende bene questa accezione, diciamo, di classe, ma annulla tutti gli altri livelli di lettura con una superficialità imperdonabile) questa istanza ideologica, attuando il tentativo, narrativamente molto riuscito, di non essere più esclusivamente l’Uomo, cioè l’incarnazione -come lo è purtroppo la maggior parte della narrativa- del logos occidentale. La parola, che ha costruito nella nostra cultura, con l’immagine un dualismo gerrachico dove l’immagine è sempre subordinata.
Il fumetto si rivela in questo strumento fondamentale (affrontando come vedremo – non lo so quando… prima o poi, forse… spero tu non abbia fretta- la questione dei generi narrativi) per la costruzione di un testo che ci conduce, con geometrica potenza, attraverso la cronaca della vita famigliare di una coppia di gente del popolo, gente da poco, gentaglia (mouvaises gens), al superamento dei limiti dell’immagine di uomo derivataci dalla cultura greca. Il genere sessuale del personaggio di Paul è costruito in un crescendo di contaminazione con l’indistinto (mauvais genre) fino a confondersi con la stessa Louise (…tu vorresti essere me, gli dice lei poco prima di sparargli). Nello svolgersi della storia ogni identità unitaria è annientata: la morte fa schifo... dice Louise, ribaltando il titolo di un bellissimo romanzo di Leo Malet, mentre uccide Paul, e lo dice perché la morte annientando Paul riporta lei a un’unitarietà che non è più in grado di sostenere. Per fortuna Louise è incinta. La sua unitarietà non si ristabilisce, non c’è rischio che il suo confronto con la realtà generi dualismo antagonistico. Essa è una ma è anche due.
E torno al bellissimo finale. Che solo il ritmo delle tavole a fumetti può rendere così incisivo. Dove il rifiuto di Louise di conoscere il sesso del nascituro non è che l’affermazione del sogno utopico (realizzabile) di un mondo (mostruoso, lo diceva con ironia Donna Haraway) senza genere e pieno di immagini. Quello che è alla finfine, se gli togli la sovrastruttura culturale cattoidealistica che ci trasciniamo da due secoli fa, in realtà il tempo che viviamo.

illustrazione di Olimpia Zagnoli

illustrazione di Olimpia Zagnoli

Probabilmente sbaglio. Ma ho l’impressione che l’editore italiano di Chloè Cruchaudet non abbia compreso a fondo la portata ideologica (e conseguentemente teorica) di un volume come Mauvais genre. Me lo fa pensare la scelta del titolo italiano: Poco raccomandabile, che annulla in uno solo (e neppure particolarmente attinente) i tre livelli su cui gioca il titolo francese, che poi sono (a mo’ di dichiarazione programmatica) quelli di lettura dell’opera.

Il primo, quello più evidente e che non verrà mai meno negli altri livelli, lavora sul genere sessuale. Paul Grappe, caporale durante la Prima Guerra Mondiale diserta per tornare dalla moglie Louise. Per non finire davanti al plotone d’esecuzione negli ultimi anni di guerra e nei dieci anni successivi all’armistizio, prima dell’amnistia per i disertori, con la complicità della moglie, si traveste da donna e assume l’identità di Suzanne.

Ora; non è esatto dire, come ho letto da più parti che questo libro indaghi la questione dell’ambiguità di identità e di genere; è semmai evidente come Cruchadet, usando a pretesto una storia realmente accaduta (ma distaccandosene in molti momenti fondamentali), prenda una precisa posizione su una questione che non ha nessuna ambiguità. Nei dieci è più anni che deve vivere ufficialmente nei panni di donna Paul Grappe non scopre l’ambiguità della propria appartenenza sessuale, scopre semmai la propria reale identità, che noi purtroppo a tutt’oggi non abbiamo termini adeguati per definire, se non in negativo.

Judith Butler, nel suo fondamentale Gender Trouble (del 1990, tradotto in italiano per Sansoni nel 2004 come Scambi di Genere) sostiene che la differenza sessuale non corrisponde alle categorie di uomo e donna, ma che esse rappresentano solo i modi in cui la differenza sessuale giunge ad avere significato nell’ordine sociale. La differenza sessuale reale attiene all’ordine simbolico, dove per i lacaniani alla Zizek non avrebbe significato semantico. Butler dice che i lacaniani sparano fregnacce. Che le cose non stanno così, perché la differenza sessuale è si simbolica, ma è anche performativa, quindi è soprattutto un atto linguistico. Non è un caso che, a pag 116 dell’edizione italiana di Mauvais genre, Cruchaudet stigmatizzi la posizione reazionaria delle interpretazioni psicologiche della differenza sessuale attraverso il personaggio del giudice (metafora neanche particolarmente ardita dell’ordine sociale in cui i protagonisti del libro si muovono) che presiede al processo contro la moglie di Grappe; il quale non ha le parole per definire proprio la differenza dello stesso Grappe, e dice: “ci sono gli eterosessuali e gli omosessuali. Così come ci sono gli uomini e le donne. O sei l’uno o sei l’altro, Questo è quanto.”

Ovviamente Cruchaudet si discosta da questa interpretazione psicologista e sposa quella performativa che Judith Butler mutuava in parte dal diventare donna di Simone de Beauvoir. Il genere sessuale non è qualcosa che si è o a cui si appartiene. E’ qualcosa che si fa e che si impara facendolo. Questo atto performativo, essendo atto di linguaggio, non porta necessariamente a qualcosa di definito, ma può essere detto e smentito, fatto e disfatto in continuazione: l’unico limite è, spinozianamente, solo l’immaginabile. Oltre non si può andare.

 

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Nei dieci anni in cui deve vivere nascosto, Paul Grappe costruisce la propria identità facendo e disfacendo (costruendo e decostruendo) Suzanne. Ma se ha ragione Butler (io credo ce l’abbia o per lo meno non ho letto niente di più convincente) questa meccanica del genere sessuale (che come vedremo -se avrai la bontà di seguirmi e se io non ci perdo interesse- è anche una meccanica del genere sociale e dei generi narrativi), questo atto ludico della transessualità, splendidamente raccontata da Cruchaudet nella parte centrale del volume, non può che concludersi con un fallimento.

“Il genere è sempre un fallimento; tutti falliscono” dice Butler. La costruzione del genere è un “gioco” che non può mai concludersi, non può approdare a una categoria, pena la catastrofe. Nel momento in cui l’amnistia per i disertori, obbliga Paul Grappe a cessare, dichiarandosi apertamente, quella continua decostruzione della propria identità, Paul Grappe cessa anche di esistere.

La bellissima sequenza finale del libro è esemplificativa. Finito il processo, Louise è stata assolta per avere ucciso il marito. E’ incinta e uscita dal tribunale si ordina, da un ambulante, una cialda. Una vecchia, probabilmente la portinaia dello stabile lì vicino, la riconosce e comincia a commentare il fatto. Dice: “sarà mica lei quella assolta per la storia del travestito”. L’ambulante che vende le cialde sottolinea che se ciascuno stesse al suo posto le cose funzionerebbero bene. Louise che sa che invece è per l’esatto contrario che le cose, le storie, funzionano, fa per andarsene. A quel punto la vecchia le dice di aspettare che lei saprà dirle, solo toccandole la pancia, se il bambino sarà maschio o femmina. Louise le grida di non toccarla. Non vuole saperlo. Perché a cercare di definirlo rovini quell’atto ludico performativo che è il raccontare.

(continua)

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La bicicletta era come l’aria che respiravo…
   Giovanni Pesce,
comandante del 3° Gap di Milano

Avevo una bicicletta. Ne ho una anche adesso, ma non è la stessa cosa. E’ un’ottima city bike della Ferrini quella che ho adesso, ma non è quella bicicletta che avevo, e ce l’avevo dal 1982 e ci ero innamorato io di quella bici là, prima che me la rubassero. Era una Peugeot PX10, e forse te ne ho già parlato. Per come la vedo io ineguagliata vetta delle bici da corsa. La leggenda racconta la montasse persino Eddy Merckx a inizio carriera.

Io però non la usavo per sport o per le gite domenicali o per quelle cose lì, di moda adesso come il cicloturismo, cose per il tempo libero che snaturano il senso della bicicletta. La bicicletta, come la definì Gianni Brera, è un anti-cavallo (leggilo eh, L’anticavallo, l’ha pubblicato Baldini e Castoldi nel 1997). Un mezzo di trasporto usato dalla povera gente, quella che a differenza di nobili e borghesi non poteva permettersi il cavallo, agli inizi del secolo scorso. E così la usavo (e tutt’ora uso quella che ho): come mezzo di trasporto. Ci cavalcavo Milano con la stessa irriguardosità per il codice della strada e per il traffico che doveva avere animato Albert Hoffman quel 19 aprile del ’43 quando attraversò Basilea strafatto di LSD in sella alla sua fedele bicicletta (lo racconta, quel giro in bicicletta, in questo aureo libretto LSD il mio bambino difficile. Riflessioni su droghe sacre, misticismo e scienza, edito da URRA nel 2005). Ma anche, mi piace pensare, con l’ubriaca follia con cui Alfred Jarry attraversava Parigi in sella alla sua Clement luxe 96, la regina delle bici da corsa, comprata nel 1896 e mai pagata (imperdibile il suo Acrobazie e bici, recentemente tradotto da Bollati e Boringieri).

La natura del mio pedalare è fatta di due cose: della necessità di andare da un punto all’altro (con una certa agilità) di questa lenta città che è Milano e dell’euforia che quell’agilità mi da.

Perché la mia bicicletta è uno strumento politico e sovversivo.

I reazionari l’hanno sempre temuta.

Durante l’insurrezione milanese del 1898 le biciclette erano strumento logistico fondamentale degli insorti, tanto che il generale Bava Beccaris, Regio Commissario Straordinario della città, ne vietò con decreto ufficiale, pena il carcere, la circolazione nell’intera provincia (lo raccontano Giancarlo Ascari e Matteo Guarnaccia nel loro Quelli che Milano, Rizzoli, 2010)

Dato l’uso che ne facevano i partigiani (dalle staffette al trasporto di armi e documenti), durante l’occupazione i nazisti ne vietarono l’uso pena la fucilazione. Dovettero poi tornare sui loro passi per città come Milano e Torino perché, essendo l’unico mezzo di trasporto degli operai, si sarebbe bloccata l’intera produzione industriale (un libro che non puoi perderti sull’argomento è quello di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, La bicicletta nella Resistenza, Edizioni Arterigere, 2007)

Quando nel 1972 Jose Antonio Viera Gallo, sottosegretario alla giustizia nel governo di Salvador Allende, titolò (scherzando) un suo articolo sul quotidiano La Tercera nel quale confutava gli attacchi dei liberali alla politica del suo governo volta al potenziamento dei trasporti pubblici invece che a incentivare le vendite delle automobili, con questa frase: el socialismo sòlo puede llegar en bicicletta, aveva colto perfettamente la natura dei velociferi.

Nel 1974, mentre tra maggio e luglio Eddy Merckx vinceva sia il Giro d’Italia che il Tour de France, uscivano due libri fondamentali, per quanto destinati a diversa fortuna.

Harper and Row raccoglie in un agile volumetto di un’ottantina di pagine una serie di articoli che Ivan Illich, ispirato dall’azione del governo Cileno, aveva pubblicato l’anno prima su Le Monde. Nel volumetto Illich dimostra come la continua crescita della velocità dei mezzi di trasporto privati sia in realtà causa e alimento di disparità sociale; l’insistenza culturale sul concetto di velocità porta le società occidentali a capitalizzare in modo esasperato il tempo. Che viene definito secondo categorie economiche quali: spendere, risparmiare, sprecare. Il che porta all’ottimizzazione del tempo di una minoranza che può permettersi la velocità a discapito di una minoranza che non può permettersela. Dato che verso la fine del libro Illich suggerisce l’uso della bicicletta tra i possibili strumenti per una più equa ottimizzazione del tempo di tutti, Bollati e Boringhieri quando ripropose il pamphlet nel 2006 lo intitolò Elogio della biciletta.

William Morrow, piccola casa editrice newyorchese, pubblica il diario di un viaggio di 17 giorni fatto dall’autore e da suo figlio lungo gli Stati Uniti dal Minnesota alla California, in motocicletta. L’autore si chiamava Robert M. Pirsig e il suo libro Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, avrà un incredibile successo di vendite e diverrà un’icona letteraria della storia d’America.

Nel loro nuovo libro Alessandro Lise e Alberto Talami

aspetta un momento. Se non l’hai ancora fatto procurati prima e leggiti il loro fondamentale Quasi quasi mi sbattezzo

uscito fresco fresco per i tipi di Becco Giallo, Saluti e bici, al quale hanno dato una struttura simile a quello di Pirsig, tutto giocato sulla triade soggetto (gli autori) – oggetto (la bici)- valori (consumi equi, solidarietà e qualità della vita) e declinato in modo forse troppo didascalico nei tre tronconi: biografie di personaggi rilevanti nella storia del mezzo, meccanica del mezzo, teoria della qualità (decisamente new age alla Pirsig); gli autori dicevo, sostengono in questo libro che le teorie di Ivan Illich risentano del periodo in cui sono state scritte.

Ora. Ivan illich sostiene in quel volume (e negli altri due di quegli anni, La convivialità e Disoccupazione Creativa) che la povertà tradizionale assume nella società industriale un nuovo aspetto determinato dal divario tra i bisogni fondamentali e quelli determinati dai prodotti industriali. Cioè capitalizzati. Come già ti ho detto, Illich osserva come, nelle moderne società occidentali il tempo è la cosa principale a venire capitalizzata. Viene definito in categorie economiche e finanziarie che richiamano lo spreco, il risparmio, gli investimenti, le ottimizzazioni e la spesa. Cosa che porta necessariamente a una disparità gestionale del tempo stesso, ottimamente gestito. come le loro rendite finanziarie, quello di una minoranza ricca a discapito di quello della maggioranza meno abbiente.

Come una volta per chi aveva il cavallo e chi no. Allora la bicicletta servì a riequilibrare le cose. Oggi la questione è più complessa, le soluzioni che propone Illich sono vecchie e inattuali sì, ma la crisi in cui ci troviamo ha le stesse cause indicate da illich, e la bicicletta può comunque essere strumento di questo tentativo di riequilibrio. Sarebbe stato utile tentarne un abbozzo teorico.

Dispiace che Lise e Talami non affrontino seriamente nel libro la questione politica, liquidando Illich in poche tavole e preferendo un approccio ecologioco/metafisico alla Pirsig. Resta comunque un libro gradevole nelle parti (poche) dove affrontano la manutenzione (riparazione della camera d’aria e come difendersi dai furti) dell’anticavallo.

Tutto vero. Giuro.

Era credo il 2010. Un giovedì sera di… beh, di inizio autunno. Me ne stavo seduto in Scighera, leggermente in anticipo, davanti alla mia bottiglia di rosso. Aspettavo Paolo, che ogni tanto ci capitava di trovarci lì a bere e chiacchierare. Quando Paolo arriva mi fa: lo sai chi è dei nostri stasera?

-No, dico, io, dimmi…

-Tito Faraci!

-Bene, faccio io, ma come mai? Starà mica cercando vendetta?

Devi sapere che qualche anno prima (lo so per certo, era il 2007) Paolo aveva pubblicato per i tipi di Perdisa un libro di appunti per un canone del fumetto in cui, a un certo punto, scriveva (testuali parole) che Topolino aveva avuto Floyd Gottfredson, poi Romano Scarpa e FORSE anche Tito Faraci.

Forse.

Devi sapere che questo avverbio dubitativo, anche se si è preso la sua vendetta appioppandone a Paolo uno di identico valore (un bel QUASI) nei ringraziamenti del suo secondo romanzo, Tito non glielo ha ancora perdonato. Ma quella sera non ci fu, con mia leggera delusione, nessuna violenza. Se hai letto Gli Scorpioni del deserto avrai presente l’episodio intitolato Dry Martini Parlor, nel quale Pratt mette in scena una brillante rilettura della disfida di Barletta, tutta verbale tra il capitano Fanfulla e il francese La Motte, con Koinski a fare da critico spettatore con il suo martini in mano. Ecco. Quella sera non so chi fosse l’uno e l’altro tra i miei due compari di tavolo, so che io mi sentivo come Koinski, e che così te la racconto, perchè quella sera nacque una buona amicizia e la Scighera divenne la nostra comics parlor.

Ma ti chiederai: al di là degli avverbi, perché Paolo aveva paragonato Faraci a due mostri sacri come Gottfredson e Scarpa? Potrei risponderti: chiediglielo a Paolo. Ma invece voglio provare a spiegarti come la vedo io.

Succedeva all’inizio di quel secolo in cui alla fine del primo decennio ci trovavamo lì in Scighera, che l’Einaudi, per iniziativa di Daniele Brolli, raccogliesse in volume (un gran bel volume di fumetti che veniva dopo quello dedicato allo Sconosciuto di Magnus del 1998 e come l’Einaudi purtroppo non ne avrebbe più fatti) un malloppo di storie poliziesche di Topolino tutte scritte da Tito Faraci.

Fu un libro importante, che dimostrava come, anche nella macchina seriale dell’industria disneyana, ci potesse essere e fosse riconoscibile una forte impronta autoriale. Lo stile narrativo di Tito dava infatti a quella serie di storie selezionate un’unitarietà che nel volume Einaudi spiccava indiscutibile.

Ma non è questo il punto. Non è questo che fa di Faraci un autore degno di stare FORSE a fianco di grandi come, appunto, Gottfredson etc.

Il punto è che Topolino è un personaggio alquanto complesso. Ma trae in inganno sembrando di una semplicità imbarazzante (quella che fa scrivere a certi improvvisati lettori di fumetti che non lo sopportavano perché perfettino, infallibile e moraleggiante). Pur essendo in certo qual modo il luogo comune di una narrazione ripetitiva e non-novità per eccellenza è al contempo, almeno in potenza figura viva e possente che non può mai essere liquidato come puro stereotipo.

Ursula Le Guin lo definirebbe, come ha definito Superman nel suo Il linguaggio della notte (Editori Riuniti, 1986) un submito, cioè un oggetto che ha la vitalità e la forza di una condivisione universale, ma privo di valore etico e intellettuale. Io credo che nonostante il libro della Le Guin sia un testo fondamentale sul mito letterario, in questa svalutazione dal punto di vista mitologico dei fumetti e del cinema, commetta un errore. Perché ha piuttosto ragione Barthes quando dice che il mito oggi non può essere un oggetto, quanto piuttosto un sistema di comunicazione. Nella parte finale del suo libro più importante, (Mito,Mondadori,1980) Furio Jesi sostiene che per capire il funzionamento e i meccanismi del mito, non dobbiamo cercare di entrare nel mito, che è per definizione inaccessibile, quanto piuttosto capire come funziona la macchina mitologica che ne ristruttura continuamente la natura.

La macchina industriale e narrativa messa in atto dalla multinazionale che detiene i diritti del Topo e che avrebbe dovuto servire a mantenere il mito di Topolino in continua rinnovata corrispondenza con la contemporaneità si era inceppata. Continuava a girare alla medesima distanza dal centro inaccessibile del mito. Lo statuto stesso del mito era entrato in crisi.

Quello che ha fatto Faraci con quel pugno di storie realizzate sul finire degli anni ’90 è stato di trovare una nuova contemporanea formulazione di quella macchina mitologica e narrativa pescando nell’arcaico: il perno teorico su cui tutto ruota è la storia scritta a quattro mani con Artibani, Il fiume del Tempo; un piccolo capolavoro in cui l’azione (ideologica altrocchenò) di secolarizzazione del mito Topolino trova la propria giustificazione non solo nel profondo passato del Topo (la molla di tutto è ricollegare alcuni fili rimasti penzolanti dai tempi dello Steambot Willie) ma addirittura nelle fondamenta che il mito di Topolino e soprattutto Steambot Willie ha nella letteratura americana: Huckleberry Finn.

Ecco. Credo che l’amico Tito sia da affiancare ai grandi autori che hanno preso di volta in volta in consegna il Topo nei suoi 86 anni di vita per avere rimesso a punto la macchina narrativa della mitologia disneyana rendendola di nuovo capace di affrontare il tempo storico pur essendo sempre partecipe del tempo mitico e conferendo così all’oggetto Topolino nuova linfa vitale.

Se vuoi verificare di persona quanto ti ho detto procurati quel volume Einaudi (Topolino Noir, 2000), oppure accontentati della bella riedizione che ne ha fatto Panini, la trovi in edicola con il titolo di Black Edition, ci hanno aggiunto una storia, è a colori (anche se non credo che poi gli giovino particolarmente) e ha un ottimo prezzo, davvero.

cover_1

www.inmondadori.itNel settembre del 1969 Rossana Rossanda intervista Sartre per il Manifesto mensile. A un certo punto, mentre parlano della guerra del Vietnam e del ’68 Sartre le dice che in fondo il campo del possibile è molto più vasto di quel che le classi dominanti ci hanno abituato a credere.

Mi colpì molto quando nel 1994 leggendo il fondamentale saggio di Claudio Pavone sulla Resistenza (Una guerra civile, BollatiBoringhieri,1991) trovavo più o meno lo stesso concetto espresso da Vittorio Foa. Il quale, uscendo dal carcere nell’agosto del 1943, aveva regalato al suo compagno di cella la sua copia della Scienza Nuova, apponendoci come dedica alcune parole dello stesso Vico: per varie e diverse vie, che sembravano traversie ed eran infatti opportunità”. Parole che certo Foa intendeva mettere a suggello del recente passato, ma che valevano anche come speranza dell’immediato futuro. La caduta del fascismo apriva alle giovani generazioni tutte le strade del possibile. Strade che sono state percorse dai migliori esponenti di tutte le sfere dell’espressione umana. Con una strana eccezione. Il fumetto. Non c’è tra gli autori di fumetto italiani qualcuno che abbia sentito la necessità di affrontare un momento della storia nazionale di tale rilevanza.

Si. Lo so.  Se vai a leggerti un campionario di confuso nozionismo come questo qui scopri che a ridosso della guerra, su Intrepido e Pioniere varie serie con argomento resistenziale furono anche prodotte, ma diciamocelo francamente: tutta roba, fatta eccezione per quella tavola crepaxiana che è un dichiarato omaggio alla sequenza finale di Roma città aperta e surrettiziamente avulsa dal contesto narrativo originario, retorica e didascalica, che nemmeno con la più benevola ottica improntata alla politica degli autori si può considerare rilevante. E aggiungerei al mucchio le Storie di Resistenza di Calegari , più recenti (furono pubblicate nel 1995 su Il Giornalino) ma viziate dalla stessa ideologia catto-divulgativa e quindi orribilmente semplificativa esizialmente diffusa dalle storie d’italia di Biagi.

6a00d8341c684553ef01347fc6f6e4970c-800wiIl primo che ci ha provato con un risultato interessante è stato Alberto Pagliaro che dal 2007 ha realizzato una serie (poi raccolta nel 2012 in volume da BD con il titolo di I figli della schifosa) ispirata alle vicende partigiane. Un lavoro appunto interessante ma con un limite fortissimo: la struttura dettata dai ritmi del periodico su cui fu pubblicata (Il Vernacoliere) unita a una documentazione storica superficiale se non inesistente, hanno costretto l’autore a ovviare alla debolezza del respiro narrativo puntando tutto sul carico emotivo. Cosa che se in alcuni momenti funziona molto bene (penso per esempio all’episodio I Tedesconi, dove l’orrore della guerra civile è evocato solo per sottrazione e mai mostrato direttamente: un bambino si rifiuta di far assistere l’amico al massacro che i nazifascisti hanno appena compiuto e meno l’autore mostra più cresce il disagio del lettore), perpetua nella globalità dell’opera quella retorica sentimental-istituzionale che ha offuscato nel tempo la vera immagine della guerra resistenziale. Ricollegandosi a quel poco che il fumetto italiano già aveva dato sull’argomento.

Capirai la mia sorpresa quindi quando ho trovato in libreria un volume a fumetti sulla Resistenza di un autore che ho sempre reputato tra i più trascurabili (salvo che per alcune necessità onanistiche). L’inverno di Diego, di Roberto Baldazzini edito da una nuova etichetta legata a Fandango. Guarda quanto è vasto il campo del possibile, mi son detto, aveva proprio ragione Sartre! Non vedo l’ora di leggermi questa bella storia di nazitrans nerboruti che seviziano giovani procaci partigiane comuniste.

Invece.

Le intenzioni di Baldazzini sono di tutt’altro tenore. Dopo otto tavole didattico didascaliche in perfetto stile storiaditaliabiagesca, comincia un racconto di formazione che banalizza la lezione della nostramigliore letteratura sull’argomento (da la Casa in Collina di Pavese al Partigiano Johnny di Fenoglio) in modo talmente scolastico da lasciare disarmati.

E capirai, un libro ispirato alla resistenza che ti disarma non ti rende un buon servizio.

I personaggi sono stereotipi costruiti con un manicheismo conservatore che ricorda la lezione del fumetto pornografico più che di qualsiasi altro; infatti la starordinariamente veloce crescita umana e politica di Diego passa attraverso una scopata, quella con Luisa e raggiunge il culmine in una sequenza che ricorda, nella costruzione grafica della tavola, più un qualche Training of O che una vera e propria presa di coscienza resistenziale.

Il problema è questo. La violenza di una guerra civile è un fattore morfogenetico della società. Conferisce ordine e determina equilibri. E’ la principale modalità costitutiva degli stati: anche della Repubblica italiana.

Ora. Non ci trovo nulla di male se tu spacci le tue fissazioni sessuali per il motore di quegli eventi e di quella violenza quando lo fai dichiaratamente su un piano di finzione narrativa: te l’ho detto mi andava proprio di leggere un tuo pornazzo alla TransEST ambientato in quegli anni; non posso che trovarlo esteticamente reazionario quando lo fai spacciandolo su una modalità addirittura cronachistico didattica.

Siamo sempre lì. I fumettari italiani non sanno affrontare la propria storia nazionale, e sanno raccontare solo le proprie ossessioni. Almeno farlo bene e dichiaratamente, cazzo!

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