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lo sguardo nell’abisso

10540640_10205882625933962_3658919294376889949_nAd ascoltare gli intellettuali progressisti sembrerebbe che il cattolicesimo nelle nostre illuminate polis, non riferendosi solo all’Italia, perda sempre più la propria ragione sociale e il proprio peso come soggetto direttamente politico. Ma se anche questo fosse vero, non significa una perdita di potenza in assoluto, ma solo che c’è in atto una traslazione dell’asse portante del cattolicesimo verso l’America Latina, l’Africa e quello che, questi adorabili intellettuali progressisiti e gazzettieri, chiamano più generalmente Terzo Mondo. Un po’ quello che negli anni ottanta era successo con la ridislocazione della centralità pulsante del cattolicesimo verso l’est europeo. Non è un caso che proprio l’Argentina abbia appena espresso l’attuale papa.

In un recentissimo saggio (Guerra santa e santa alleanza. Religioni e disordine internazionale nel XXI secolo, Il Mulino, 2014) Manlio Graziano sostiene, con brillanti e convincenti argomentazioni, che non solo la Chiesa Cattolica abbia recuperato quell’incisività politica di azione diretta sulla vita pubblica europea che aveva sostanzialmente perduto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ma che abbia pure ridisclocato questa riacquisita potenza, con una strategia geopolitica molto complessa. Questa strategia geopolitica comporta la rottamazione della usurata teoria huntingtoniana dello scontro di civiltà e la messa in atto, non senza problematiche e complessità, di una “santa allenaza” con le altre religioni del libro, in particolare l’Islam. Con l’obiettivo di diventare, come sostiene Eric Hanson, i “mediatori etici primari” delle nostre società future.

A me questa cosa da un po’ i brividi. Ma, devo dirti la verità, mi sembrava, mentre leggevo il saggio di Graziano, un’analisi molto azzardata. Abbiamo, pensavo, validi baluardi nelle nostre società nate dall’illuminismo, per resistere a un simile tipo di crociata.

Poi oggi mi capita di sfogliare il Corriere della Sera. Non lo faccio mai che mi fa schifo,;ma ero curioso di leggere le scuse ai fumettari coinvolti loro malgrado nell’operazione del libro Je Suis Charlie. E incappo nelle parole del papa argentino come le riporta l’entusiasta cattolico articolista: “Tanta gente che sparla di altre religioni o delle religioni, che prende in giro, diciamo giocattolizza la religione degli altri, questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma! (poco prima sosteneva che gli avrebbe dato un pugno). C’è un limite. Ogni religione ha dignità e io non posso prenderla in giro. Questo è un limite. Ho preso questo esempio per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti. come quello della mia mamma.”

Ora. Non c’è bisogno di essere esperti di retorica e metafore; il papa argentino vola basso in questo campo, ripetto al suo predecessore teutonico (che con ben altra eloquenza si era espresso con stessa sostanza sul fatto delle viognette danesi nel 2006); il succo del discorso è questo: le religioni del libro (cristianesimo, giudaismo e islamismo) hanno tutte la stessa importanza e potenza. Non puoi opportici perché esse stesse sono il limite della tua libertà. Se lo fai ne paghi le conseguenze.

Che conseguenza posso trarre da queste affermazioni? Che non hanno perso occasione per mettere in atto quella strategia con la quale potrebbero veramente divenatre in breve tempo gli unici riferimenti etici del vivere sociale, con buona pace della Ragione e dei suoi intellettuali addormentati dalla digestione pesante. Ma non solo, anche di quei rivoluzionari che, accecati da troppo relativismo culturale, applicano razzismi all’incontrario, disprezzando chi giocattolizza le religioni altre perché vedono in Allah il dio degli oppressi e nel giocattolizzatore un neocolonialista. Non c’è dio degli oppressi. C’è solo tre dei oppressori.

Mi guardo in giro e quei baluardi della ragione che credevo diffusi e pulsanti li vedo pericolanti e disertati.

Toccherà asseragliarsi nella redazione di Charlie Hebdo.

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Dai, lo so. Secondo alcuni amici miei non avrebbe alcun senso perdere tempo a parlare di cose brutte (ma brutte davvero) come il numero 339 di Dylan Dog. Sono d’accordo con loro. Quindi tieni presente questa cosa: non sto parlando di quel giornaletto, lo sto usando a pretesto per parlare d’altro. Per esempio per parlare del film cui dicono si ispiri (non è mica vero, ma lo vediamo poi) senza particolare cognizione di causa. Un film del 1976 ancora tremendamente attuale. Attualità di cui e da cui il fumetto Bonelli, inteso come genere, prescinde. Con quella che non riesco a capire se consapevole volontà di esilio dalla realtà (nel nome di un intrattenimento puro la cui purezza era però esaurita alla fine degli anni ottanta) o se involontario ritardo percettivo. Ma non è questo poi il punto.

Veniamo al film.

C’è una cosa che mi ha sempre colpito, a proposito di John Carpenter: che il suo film più rigoroso sia praticamente il suo primo lungometraggio. Il rigore formale e quello ideologico di DISTRETTO 13 LE BRIGATE DELLA MORTE hanno infatti un livello e un equilibrio che Carpenter, pur andandoci spesso vicino, non eguaglierà più.

Rifacimento dichiarato di Un dollaro d’onore di Howard Hawks ne ha la stessa autonecessitante naturalezza strutturale pur distanziandosene dal punto di vista ideologico. Entrambi sono film in cui il centro narrativo è lo spazio sociale.

Ma.

Tutte le relazioni spaziali di Hawks sottolineano, attraverso l’uso del formato classico del fotogramma (rapporto fra altezza e larghezza 1:1,33), un ottimismo di fondo (molto americano) sui rapporti sociali: i personaggi di Hawks sono sempre raccolti tra loro, e trasmettono per tutto il film una sensazione di solidarietà di gruppo. Carpenter prende questo ottimismo e, pur rifacendo lo stesso film, lo butta a cesso. Usando un formato difficile come il cinemascope (il rapporto tra altezza e larghezza del fotogramma è incredibile, 1:2,35) distribuisce i personaggi nei punti più disparati dell’inquadratura trasmettendo attraverso questa disgregazione spaziale un’angosciante sensazione di disgregazione sociale.

Il film di Hawks, proprio in virtù di questo ottimismo si muove dal chiuso della prigione verso la deflagrazione della sequenza finale all’aperto; il film di Carpenter si muove esattamente al contrario e dagli spazi esterni di Los Angeles si chiude nell’edificio del distretto restringendosi sempre più, fino alla sequenza finale che si svolge in un corridoio dei sotteranei. Per Hawks l’edificio dove i buoni resistono all’assalto dei banditi è un luminoso baluardo della ragionevolezza umana contro le forze distruttive della natura antisociale, ed è dall’edificio in cui sono asseragliate che le forze del bene usciranno alla conquista dello spazio esterno. Il distretto 13 di Carpenter è un vuoto rimbombante (quanto è funzionale in questo la colonna sonora scritta dallo stesso regista!), la solidarietà umana lo ha abbandonato insieme alle compagnie erogatrici dei servizi base della socialità contemporanea, la luce elettrica e il telefono. E’ un forte sul bordo dell’abisso dei rapporti sociali, ma l’abisso non è fuori, sta dentro il forte. E’ con una grandissima idea di regia che Carpenter ce lo mostra. Quando il tenente Bishop lancia il fucile al carcerato “Napoleone” Wilson, assediato con lui nel distretto, non compie un atto di fiducia, semplicemente ridistribuisce l’unica ricchezza presente in quella microsocietà: le armi. La sparatoria contro gli assedianti che ne segue è teoricamente emblematica. Carpenter fa inceppare il meccanismo di ogni sparatoria cinemtografica: quel campo/controcampo necessario alla verifica ottica di una causa e di un effetto. Campo: un uomo che spara. Controcampo: un corpo che cade colpito.

Nei pochi esasperati minuti di quella sequenza Carpenter elimina progressivamente il secondo termine di quel rapporto, costruendo una serratissima partitura ritmica di inquadrature senza controcampi. Perché gli avversari in realtà non esistono. Il male è nei rapporti tra gli aderenti al consorzio sociale. E a questo, per Carpenter non c’è soluzione. Ogni suo finale è solo un momento di pausa, prima che il male riprenda la sua marcia, perché è la società il male; e la società anche se facciamo saltare per aria a colpi di nitroglicerina le sue strutture, non è eliminabile.

Ora, e lo liquido in fretta. La storia scritta da Simeoni e disegnata da un Casertano terribilmente sotto tono, si ispira molto più al film di Hawks che a quello di Carpenter. I manifestanti che assediano il distretto vogliono liberare il loro capo prigioniero, non fare vendetta. Fintanto che non si scopre che sono posseduti da un demone che cerca pace, tutti i dialoghi e la struttura narrativa portano a legittimare le violenza degli sbirri (quelli veramente innocenti, e innocenti due volte: perché costretti da maniaci assalitori a difendersi con mezzi estremi e perché, si scoprirà, strumenti dell’ordine in lotta contro le forze del caos e della possessione), come era leggittima quella di John T. Chance (John Wayne) in un dollaro d’onore. Nel film di carpenter non cio sono innocenti, men che meno i poliziotti. Poi in sovrapprezzo scopriamo che i manifestanti sono innocenti pure loro. Poveretti: sono posseduti dalle forze del caos (cazzo! sarebbe quella l’anarchia secondo Simeoni!? ) di uno spirito che compie il male in cerca di giustizia – poveretto, è persino in buonafede- e ci vuole lo sbirro “rinnegato” Dylan Dog (non è più sbirro ma si è tenuto il distintivo perché l’adesione all’ordine costituito sia comunque certificato) per pacificare la situazione con un gesto apotropaico. Alla fine sono tutti buoni e stupiti di quanto accaduto.

Una storia banale al servizio di una ideologia stolida raccontata con una struttura arruginita e farraginosa (tutta campi/controcampi anche quando non ce ne sarebbe bisogno per un po’ di ritmo).

Allora perché ne parlo? Perché a meno che i miei amici si riferiscano a una irrilevanza estetica, sulla quale mi trovano, l’ho già detto, d’accordo, credo che gli attuali prodotti Bonelli siano non tanto carichi di una qualche rilevanza sociale, quanto uno specchio, con meccanismi molto più velocemente identificabili che quelli della tv e della letteratura, di quanto sta avvenendo nel paese: la cancellazione inconscia, in nome di un ipocrita postideologismo, della narrazione del conflitto. Addiritura starei per dire di ogni narrazione che stia alla base di qualsiasi idea di società, invece (appunto) di un ottimistico, stupido, nulla narrativo.

Poi, fai tu.

matematica

 

 

–        Dì papà… mi sa che se Mirtilla veniva a scuola non andava mica tanto bene con la pagella… anzi mi sa che andava proprio male…

–        Perché? Mi sembra una cagnolona sveglia, se avesse potuto venire a scuola, per me avrebbe capito al volo tutto quello che vi spiega la maestra.

–        Si… vabbene, quello si… però è troppo monella… secondo me avrebbe preso … è giusto così? Si dice avrebbepreso…?

–        Si, così è giusto…

–        Ecco, secondo me avrebbepreso un sacco di note… tipo mille al giorno.

–        Scusa, ma non mi sembra che tu sia un campione di comportamento, mi sembra che di note tu ne abbia prese eccome… per non parlare dei compiti di castigo…

–        E’ vero… ma Mirtilla  faceva… avrebbefatto la tremenda anche in mensa… io in mensa no… eppoi quando facevo il monello adesso è una cosa vecchia… adesso sono bravo anche in classe.

–        Ci devo credere?

–        Credici! Ieri sono stato bravissimo che anche la maestra me l’ha detto che sono stato bravo… oggi vediamo… io ci provo a farlo il bravo…

Sorrido.

Appena però mio figlio si è infilato gli spallacci del suo zaino degli Avengers e ha varcato il portone della scuola, mi attanaglia lo sconforto. Sconforto per la mia brutale contraddizione. Io, che ogni volta che inizio un nuovo taccuino, oltre alla data d’inizio ci metto come punti programmatici le parole: disordine e indisciplina; io, che materialista convinto, ho il corpo e la sua libertà da ogni pastoia in somma considerazione; io, che odio ogni gerarchia e, a parole, non ho ne dei ne maestri ne padroni; io… sto permettendo che mio figlio impari disciplina (in classe si sta seduti al banco e non si parla e si ascolta la maestra!) e ordine (guarda che razza di quaderni! Perché non li tieni belli ordinati come quelli dei tuoi compagni!), anzi mi sto rendendo complice di questo.

Non fumo più. Da quattro anni abbondanti. Forse cinque. Ma vorrei accendermi una sigaretta mentre mi incammino verso il lavoro schifo.

Oggi il futuro, a cui di solito non credo, mi terrorizza.

 

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Venerdì sera la situazione era un po’ incasinata. Stavo male (tipo febbre e ammennicoli vari) ma dovevo tirare comunque le undici e mezzo postmeridiane e dalle parti del più morto dei centricittà italiani: quello milanese. Allora. Mangio una pizza, bevo una birra, ingollo due aspirine e mi infilo – che il prezzo è abbordabile (12 euro), che c’è ancora qualche posto e basta selezionare poltroncina libera e inserire numero carta di credito e ci hai il tuo bel codice a barre che ti consente l’ingresso – a teatro, al Piccolo a vedermi L’ispettore generale. Finisce giusto per l’ora che serve a me. Sì c’è il rischio che se mi addormento io russo pesante e mi sentono fin sul proscenio. Magari mi sbattono fuori. Lo corro: il rischio.

No. Intendiamoci.

La compagnia lì, che lo rappresentava… mi ricordo mica come si chiama… però, ecco… sono tutti bravissimi lì, per carità. Molto teatrali sì, con la tendenza a trasformare il grottesco gogoliano in cabarettismo alla Zelig. Il sindaco per esempio sembra Bisio. E anche gli altri interpreti mi ricordano dimenticabili macchiette da umorismo televisivo. Non fosse poi che fare teatro a teatro mi sembra una cosa ormai… come dire… come quella che fanno i registi del nuovo cinema italiano, innaturale ecco. Appunto. Però. Dai. Dice che il regista di quella compagnia lì è un giovane che viene dalla lirica. Vedi che te la spieghi, alla fine, tutta quanta la cazzo di polvere che, nonostante le modernità scenografiche, c’è su quell’adattamento!

Eppure, mentre lotto per non addormentarmi (e non so dirti se il sonno era causato dalla reazione chimica della birra con l’acido acetilsalicilico o dalla messa in scena), penso che la situazione di questo paese è molto simile, in fondo, a quella della Russia degli anni trenta del XIX secolo. Il decadimento etico e culturale della nostra classe padronale (quella che eufemisticamente viene definita: dirigente) è lo stesso, forse anche più grave, di quello di quella casta amministrativa e di quella nobiltà latifondista che saranno spazzate via dalla Rivoluzione d’Ottobre. (Per essere sostituite da altre egualmente esiziali, hai ragione, ma adesso non siamo qui a far processi all’URSS).

Non sono ottimista. Non credo che l’Italia sarà scossa nemmeno da qualche sciaquettio di ipocrita progressismo socialista, figurarsi la rivoluzione. Comunista, persino. Via… Se tutti gli italiani che si lamentano, fossero davvero guerriglieri, come dovrebbero essere davanti all’ attuale stato di cose, la presa del Palazzo d’Inverno sarebbe anche vicina.

Ma. Dormiranno sonni tranquilli tutti i burocrati, tutti i giullari e quella manciata di principi che controllano il paese.

Gli italiani sono solo tanti sindaci Anton Antonovic che, disposti a tutto, si apparecchiano carriere da primi cittadini a primi ministri. In particolare i moralisti e gli accademici che più tuonano. Alla fine cercano solo e sempre un padrone da servire e un piatto caldo. Perché allora, rappresentato, quel testo mi è sembrato fuori dal tempo?

Domenica. Me ne sto alla casa. Cerco, senza successo, di curarmi. Per passare il tempo lo tiro giù dallo scaffale Gogol, ci soffio via la polvere e leggo. Sarà mica colpa del russo quel senso di inadeguatezza temporale che ho vissuto? No. E’ colpa del teatro che si fa oggi in Italia. Mentre il teatro dovrebbe essere adeguatezza temporale, ché il teatro se non è contemporaneità non esiste… il teatro italiano contemporaneo (come il cinema) è un brutale guardiano della digestione borghese – poi un’altra volta ti descrivo che cos’è il pubblico dei teatri milanesi… ci sarebbe da farci un saggio sociologico). Finisco di leggere.

No.

Te lo assicuro.

Non è colpa di Gogol.

Ancora una volta è colpa nostra. Della nostra volontà di servire. Basta che non costi troppa fatica, però e che ci lascino digerire in pace, magari ridacchiando grazie a una satira disarmata e televisiva.

 

ps.

1.sul diritto dello spettatore di addormentarsi ti consiglio la lettura del pamphlet di Ennio Flaiano, Lo spettatore addormentato, Adelphi, 2010

2. mi dicono che se voglio vedere del teatro che abbia senso oggi dovrei fare un salto all’

Edinburgh International Festival.

Raccatto i soldi e prometto che quest’estate ci vado.

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UNO.
Se una volta devi, per caso e per cazzi tuoi, andare da Piombino a Grosseto; e se, sempre per caso ci hai un badaluffo di tempo che non sai come spendere; ecco: puoi evitare la E80 e pure la SS1 e attraversarti, su sbilenche strade provinciali, l’interno della Maremma. Alla ricerca, ovvio, di luoghi e di vini.
Passi per Massa Marittima e scendi, lungo la strada provinciale 49, fino al lago dell’Accesa. A un certo punto, quando riprendi la strada deciso a metterti sulla litoranea (quella strada bellissima che è la provinciale 158, quella che i Romani chiamavano Aurelia), lì dove la provinciale 49 incontra la 31 che arriva da Roccastrada, vedi l’indicazione per Ribolla.
Hai un sommovimento. Una convinzione improvvisa ti fa girare a sinistra e vai a vedere i resti del pozzo Camorra.
Man mano che il tuo vecchio e impolverato fuoristrada si mangia indolente i kilometri  la storia di Ribolla riaffiora dalle migliaia di storie tra cui era sepolta nella tua testa. E la racconti alla tua famiglia. Devi spiegarglielo, in qualche modo, il perché di quella deviazione.
 
Una volta lì, a Ribolla, qualcosa come sessanta anni fa, c’era una miniera di lignite. Nel 1954 ogni minatore ci tirava fuori quasi 450 kili di carbone al giorno per la Montecatini. Ma quelli che comandavano, là su a Milano, alla Montecatini, non erano soddisfatti. Ne volevano di più, nel nome del “loro” profitto. Così, in nome del progresso e dei dividendi, venivano trascurate tutte le minime norme di sicurezza.
Il primo maggio nel 1954 cadeva di sabato. Due giorni di festa per i minatori di Ribolla.
“ Ma la mattina del tre la festa era finita, e allora sotto a levare lignite” è la voce di Bianciardi ora che si sovrappone alla tua, l’hai letto mille anni fa la vita Agra, eppure salta fuori così lungo la strada. “Si erano riposati abbastanza o no, questi pelandroni?
Eppure il caposquadra aveva fatto storie: diceva che dopo due giorni senza ventilazione, giù sotto, era pericoloso scendere, bisognava aspettare altre ventiquattro ore, far tirare l’aspiratore a vuoto, perché si scaricassero i gas di accumulo.
Insomma pur di non lavorare qualunque pretesto era buono.
L’aspiratore nuovo, i gas di accumulo, i fuochi alla discenderia 32 – come se i fuochi non ci fossero sempre, in un banco di lignite. Stavolta era stufo: meno storie, disse ai capisquadra, mandate cinque uomini della squadra antincendio a spegnere i fuochi, ma intanto sotto anche la prima gita.
La mattina del giorno dopo la miniera esplose”.
43 minatori, praticamente tutta la squadra scesa al pozzo sud chiamato Camorra, persero la vita.
E poi, ti chiede tuo figlio quello più grande, quelli lì, quelli che trascuravano le norme di sicurezza, sono finiti in prigione?
No, gli racconti. La Montecatini pagò un indennizzo ai famigliari delle vittime che, sotto il pesante ricatto della necessità, rinunciarono a costituirsi parte civile. I figli di puttana responsabili della morte di 43 persone, andarono assolti.
Lo sguardo di tuo figlio si sposta da te al pozzo. Ci resta fisso per qualche minuto. Sta imparando a conoscere il paese in cui gli tocca di vivere.
 
DUE.
Luciano Bianciardi di quella terra, la Maremma, era figlio. Non sto a raccontarti la sua storia. La conosci bene che avrai senz’altro letto il bel libro di Pino Corrias.
Però ti racconto questo. Agli inzi degli anni ’50 Bianciardi accetta l’incarico di direttore della biblioteca Chielliana di Grosseto. E’ un bibliotecario sui generis. Con l’amico Carlo Cassola sistema un vecchio pulmino del comune, lo trasforma in un bibliobus e comincia a girare tutta la Maremma. Vanno spesso a Ribolla. Parlano con i minatori. Conversazioni da cui nascerà un libro bellissimo, che dovresti aver letto.
Per Bianciardi la tragedia del 4 maggio 1954 è una ferita traumatica, profondissima. Che non basterà la scrittura di quel capolavoro assoluto che è la Vita Agra a rimarginare.
 
TRE.
Gli anni sessanta del secolo scorso succede una cosa fondamentale.
L’energia elettrica, su spinta dei socialisti che ad essa vincolarono il loro sostegno al IV governo Fanfani, viene nazionalizzata. Nel 1962. L’ENEL, ente fondato alla bisogna, assorbirà in quegli anni qualcosa come 1300 aziende elettriche. Lo Stato pagò quasi duemila miliari di lire a una settantina di società che gestivano tutte le aziende elettriche. Società come la Sade o la Seb, la maggior parte delle quali già controllate o in via di acquisizione da Montecatini e da Edison. Una bel giro di soldi per chi ci era dentro.
 
QUATTRO.
Nel 1962 Indro Montanelli chiama Luciano Bianciardi, che ha appena pubblicato con buon successo La Vita Agra, e gli offre una collaborazione fissa al Corriere della Sera. Due pezzi al mese per la terza pagina. 300.000 lire il compenso mensile. Una gran bella cifra nel ’62.
Bianciardi si prende due giorni. Ci deve pensare.
 
La proprietà del Corriere della Sera era della famiglia Crespi.
I Crespi avevano molti interessi nelle società elettriche della Lombardia. La centrale idroelettrica di Trezzo l’avevano addirittura fondata con la partecipazione della Edison.
La loro vicinanza a Montecatini e Edison (quella che diventerà, nel 1965 con il viatico di Mediobanca, Montedison) era conosciuta.
 
Agli occhi di chi aveva passato la giovinezza al fianco dei minatori di Ribolla quella famiglia era la personificazione del nemico.
 
Bianciardi rifiutò l’offerta di Montanelli.
Meglio, molto meglio restare uomini e scrivere per Guerin Sportivo e Playman.

Ieri sera, a ruota della lettura di Unastoria di Gipi, mi punge vaghezza di riprendere in mano alcuni volumi di Tardi sulla Grande Guerra. In particolare, La véritable histoire du soldat inconnu, opera del 1974 ma recentemente riproposta da Futuropolis (per leggertela in italiano, non vorrei ricordare male, devi recuperarti dei vecchi numeri di Blue… no, non chiedermelo, non so quali).

Terminata la lettura mi torna in mente un film.

E’ il 1920. Una di quelle EUTANASIE mondiali, che ai piissimi governanti di turno non sembra stranamente immorale concedere al POPOLO di quella metastasi che chiamiamo OCCIDENTE, è appena terminata. Il luogo è la pianura attorno a Verdun. Il maggiore Dellaplane è, in qualche modo, il protagonista. Deve identificare i morti e i dispersi di questa cosa immane e incomprensibile. Vorrebbe dare un nome a tutti.

Dare un nome ad ogni caduto è l’atto più antimilitarista che ci sia. Togliergli l’anonimato a tutti i militi caduti senza nome: togliere anche l’ultimo martire a quei figli di puttana che ce li hanno mandati a cadere. Se hanno un nome quei soldati diventano vittime non più eroi.

Per questo il governo francese ha bisogno di un milite ignoto da onorare. Non sto lì a raccontarti la storia, vediti il film che ne avrai vantaggio. A me interessano due cose. La prima è che Tavernier si interessi a una guerra così desueta negli interessi dei nostri intelletualartisti (che se ne sono recentemente occupati mi vengono in mente solo Tardi e Jean-Pierre Jeunet ) tanto da dedicarle un film. Ovvio. La Prima Guerra Mondiale è la prima guerra in cui il capitalismo mostra, per l’unica volta senza vergogna e senza infingimenti, il suo unico vero volto, quello orrendo e omicida: distruggere gli uomini ma risparmiare le fabbriche e le merci era patto chiarissimo e rispettato tra gli alleati e gli imperi centrali. Qualsiasi presa di posizione antimilitarista è più netta se presa raccontando di questa guerra. 

L’altra cosa è che il maggiore Dellaplane è mutilato. Come il mio adorato Celine in sedicesimo: Frederic Sauser.

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Amputato della mano destra. Persa il 28 settembre 1915 sul campo di battaglia.

La mano destra, quella indispensabile allo scrittore. Lo scrittore Cendras è rimasto senza la mano che regge la penna, eppure impara a scrivere con la sinistra, e con la sinistra scrive le sue cose migliori. Una sfilza di capolavori. Buoni ultimi e automitobiografici: La mano mozza (Guanda) e soprattutto Le lotissement du ciel (non mi risulta ne esista un’edizione italiana). La lottizazione. Cazzo e appunto: con la guerra e il mercato la santa trinità che prega chi venera il Capitale e lo chiama dio. E gli da da abitare quel cielo lottizzato.

Sì, sì Orazio, lo so! Che ci sono più cose in cielo e in terra e dovunque insomma, di quante ce ne siano nella mia filosofia; ma soprattutto di quante ce ne sono nel mio portafogli. Dai non guardarmi così, Orazio… No… non preoccuparti, i soldi per pagarti questa cosa che spacci per birra, quelli ancora ce li ho. Lo so bene che è quello, e non il fatto che io beva troppo, che ti preme. E ti capisco. Altrimenti perché me ne starei qui, fuori dal tuo bar, a fumare e a parlare con te? Ci parlo mica con quelli che mi stanno sul cazzo, io. Comunque. Sono un materialista e lo so di fondare la mia filosofia sul nulla… Come? Sì dici bene, certo che l’hai sentita già questa. Non mi invento niente io… non scrivo su Corriere o Repubblica. Non scrivo romanzi. E non insegno in università. No.Tiro solo i fili delle cose che ho fatto e conosciuto; cose che hanno fatto di me quello che sono.


Un uomo solo.

Non fraintendermi adesso. Non sto parlando degli affetti. Quelli ne ho tanti. Persino troppi. Ho un brutto carattere, è vero, ma c’è chi lo sopporta.Volevo dire che sono solo come Tito, quel personaggio di Cassola… ecco, hai ragione, te l’ho già raccontato… mi sto rincoglionendo… insomma! Come cazzo faccio a spiegartelo come mi sento… Ho 45 anni, caro Orazio, due figli un cane e mi sento preso per il culo; lo sai che Italo Svevo… lo sai chi era, vero?, beh! Lui sosteneva che la senilità cominciasse verso i 30 anni. Ecco, è così che mi sento… mentre sto qui, guardo i bambini giocare là nel cortile dietro il bar, e mi scopro vecchio… chiuso fuori, irreparabilmente, da ogni prospettiva. Sai, mi monta dentro –davanti a questo vicolo cieco- una rabbia buggerona, istintiva, caotica e spietata. Non ci ho voglia di fare niente e questa passione indolente, indubbiamente negativa, mi fa sentire sempre più lontano dal traguardo della sublime altezza della rivoluzione. Ridi pure di me. Quando mi stufo del tuo ridere te lo spengo con un pugno nei denti, ma per l’intanto –finchè non me ne stufo- ridi di questo mio crederci, ancora: nella rivoluzione. Non vedo prospettiva per me, caro Orazio, ma la vedo per tanti ragazzetti. Nella loro rabbia più buggerona della mia. Perché li ho visti, anche recentemente, presi dalla rivolta istintiva, concepire distruzione vasta e appassionata. Forse hai ragione Orazio, con la violenza non si crea un mondo nuovo. Ma non lo si crea nemmeno con le buone intenzioni e con le buone maniere. Non lo so se questa loro voglia di distruzione sia, come diceva Bakunin… ti ricordi di Bakunin, vero caro Orazio?, salutare e feconda. Ma so – e qui vivo la mia assoluta impotenza – che dovremmo aiutarli a condurla in quella direzione, perché solo per mezzo di una distruzione salutare e feconda si creano nuovi mondi. Non ne sono capace… non riesco a essere, come vorrei un cattivo maestro. Non riesco a essere niente.

Per questo mi sento solo.

Lo so caro Orazio, me lo ripeti sempre, tu non sei un intellettuale, non ti interessano questi problemi; tu fai il tuo lavoro, lo fai bene… onestamente, non pensi più alla rivoluzione… né tantomeno a cavare dal tuo ambito conoscitivo proposte di carattere generale. Sempre e solo di questa cosa che spacci per birra, riesci a parlarmi. Con le tue buone maniere. Che un tempo ti invidiavo.

Comincio a crederci Orazio, alle tue buone maniere, alle buone maniere di tutte le persone ragionevoli. Solo che ho cominciato anche ad annoiarmi.
Allora me ne vado.
Quanto ti devo?
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