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…per la barba di Bakunin

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Mi dici: “Bella cosa se potessimo fare a meno del governo. Ma ne saremmo davvero in grado?”

Forse la miglior risposta a questa domanda possiamo darla esaminando attentamente la tua vita. Che ruolo ha il governo nella tua esistenza? Quale aiuto ne hai ricevuto? Ti ha per caso sfamato, ti ha vestito, ti ha dato protezione? Hai avuto bisogno del governo per trovare lavoro o per divertirti? Quando sei malato chiami un medico o un poliziotto? Il governo può aggiungere anche un solo grammo di qualcosa alle abilità di cui ti ha dotato la natura? Può forse salvarti dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla morte?

Se consideri la tua vita quotidiana ti accorgerai che in realtà il governo non ne è un fattore determinante, eccetto quando comincia a interferire con le tue faccende private. Quando ti obbliga a fare certe cose e ti proibisce di farne altre. Per esempio ti obbliga a sostenerlo pagando le tasse, che tu ne abbia l’intenzione o meno. Ti obbliga fare il servizio militare. Invade la tua vita personale, ti da ordini, ti obbliga, ti prescrive come comportarti e generalmente ti tratta a suo piacimento. Ti dice sempre quello che è opportuno pensare e ti punisce se pensi o ti comporti diversamente. Ti da le direttive su quello che puoi mangiare e bere. Ti imprigiona o addirittura ti condanna a morte se disobbedisci.

Ti domina e comanda in ogni momento della tua vita. Ti tratta come un ragazzino irresponsabile che a bisogno della forza per rigare dritto, tuttavia appena sbagli la responsabilità è solo tua.

Considereremo più tardi i dettagli della vita in una società anarchica e vedremo quali sono le istituzioni che potrebbero esservi realizzate, quali potrebbero essere le loro funzioni e che effetti potrebbero avere sugli uomini. Al momento la priorità è accertarci se questa condizione di vita è realizzabile, se l’Anarchia è praticabile.

Come è oggi la vita di un uomo medio? Trascorre la maggior parte del tempo a lavorare. E’ così impegnato a guadagnarsi da vivere che quasi non ha tempo di vivere, di godersela la vita. Non ne ha il tempo, ma nemmeno il denaro per farlo. Può ritenersi fortunato se ha un qualche tipo di entrata fissa, uno stipendio, un lavoro. Il rischio della disoccupazione è altissimo; a migliaia perdono il lavoro ogni anno, in ogni paese. In un attimo niente più reddito, niente più salario. Cosa che porta con se preoccupazioni, privazioni, disagio, disperazione, addirittura il suicidio. Oppure che si traduce in povertà e, conseguentemente, in criminalità.

Per alleviare la povertà si costruiscono mense per i poveri, dormitori, ospizi, tutto con l’apporto delle tue tasse. Per prevenire il crimine e punire i criminali sei ancora tu, con le tue tasse, che finanzi polizia, magistratura, avvocati, penitenziari e secondini. Riesci a immaginare qualcosa di più insensato e non pratico di questo? I parlamentari fanno le leggi, i giudici le interpretano, i magistrati le rendono esecutive, i poliziotti le applicano indagando e arrestando i criminali e alla fine i secondini li prendono in custodia. Innumerevoli persone e istituzioni sono impegnate a impedire a chi è senza lavoro di rubare e a punire chi ci prova. Appena costui finisce in prigione viene provvisto dei mezzi minimi di sussistenza, un letto un pranzo e una cena, per procurasi i quali aveva infranto la legge. Al termine della sua breve o lunga pena è rimesso in libertà. Non trova lavoro e ricomincia a delinquere. Viene arrestato e finisce di nuovo in prigione. Questa è una rozza ma tipica dimostrazione della stupidità e dell’inefficienza di questo sistema basato sui concetti di legalità e governabilità.

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Non è strano che molta gente immagini non sia possibile fare ameno del governo, quando in realtà la nostra vita quotidiana non ha con esso niente a che vedere, non ne abbiamo bisogno e anzi la legge e il governo ci sono solo d’intralcio?

“Ma scusa – mi ribatti- come potremmo avere ordine sociale e sicurezza senza la legge e il governo? Chi potrebbe proteggerci dai criminali?”

La verità è che ciò che chiami legge e ordine è in realtà il peggior disordine, come ti ho dimostrato nel capitolo precedente. Tutto l’ordine e la pace di cui godiamo li dobbiamo al buon vecchio senso comune e agli sforzi congiunti delle persone comuni, nonostante il governo. Hai per caso bisogno del governo per sapere che non ti conviene stare fermo davanti a un’auto in corsa? Hai bisogno di qualcuno che ti dica di non buttarti giù dal ponte di Brooklyn o dalla torre Eiffel? L’uomo è un animale sociale: non può restare da solo, vive in comunità o in società. Sono il mutuo aiuto e gli interessi comuni a fornirci conforto e sicurezza. Dato che questa collaborazione è libera e volontaria non ci serve nessuna costrizione governativa. Di solito si frequenta un’associazione sportiva o si suona in un gruppo per soddisfare le proprie naturali inclinazioni, e si collabora con gli altri senza costrizione alcuna. Lo scienziato, lo scrittore, l’artista e l’inventore cercano la propria realizzazione grazie all’ispirazione e al lavoro di gruppo. I loro impulsi e bisogni sono le loro urgenze: l’interferenza di un governo o di qualsiasi autorità può solo intralciare i loro sforzi. Non può non esserti evidente come siano, per tutta la vita, i bisogni e le inclinazioni delle persone a portarli ad associarsi per mutuo aiuto e protezione. Questa è la differenza tra il governare le cose e il governare gli uomini; tra fare qualcosa per libera scelta e farlo perché costretti. E’ la differenza tra libertà e costrizione, tra anarchismo e governo, perché anarchismo significa cooperazione volontaria invece di partecipazione forzata. Significa armonia e ordine in luogo di interferenza e disordine.

Quindi non chiedermi chi ci proteggerà dal crimine e dai criminali, chiediti invece se il governo ci protegge davvero. Non è piuttosto il governo a creare e sviluppare le condizioni in cui prolifera il crimine? Non sono l’invasività e la violenza su cui poggiano i governi ad alimentare lo spirito di intolleranza e persecuzione, di odio e di nuova violenza? Il crimine non cresce proporzionalmente alla povertà e all’ingiustizia sociale perpetrata e difesa dai governi? Non è il governo stesso il più grande dei crimini e delle ingiustizie?

Il crimine è il risultato di condizioni economiche, della disuguaglianza sociale, di tutto il peggio e il male di cui governi e monopoli sono i generatori.

La legge e i suoi sgherri si limitano a punire i criminali, non si preoccupano certo di curare o prevenire il crimine. Perché l’unica cura reale per il crimine sarebbe abolirne le cause, e questo nessun governo potrà mai farlo dato che viene messo lì per preservarle. Il crimine può essere spazzato via solo cancellando le cause che lo originano. Il governo questo non ha interesse a farlo.

Realizzare l’anarchia significa cancellare quelle cause. I crimini derivanti dall’oppressione e dall’ingiustizia, dalla diseguaglianza e dalla povertà, insomma: la stragrande maggioranza dei crimini, sparirebbero se ci fosse l’anarchia.

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Certi altri crimini, certo, persisteranno per qualche tempo, come quelli che nascono dalla gelosia, dalla passione e dallo spirito di coercizione e violenza che domina il mondo attuale. Ma anche questi, frutti dell’autorità e della proprietà, scompariranno gradualmente una volta che saranno state eliminate le condizioni e l’atmosfera culturali in cui trovano terreno fertile.

(traduzione mia)

(riproposta)

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Non sono né uno scienziato né un filosofo e neppure uno scrittore di mestiere. Nella mia vita ho scritto pochissimo e non l’ho mai fatto se non mio malgrado e solo quando un convincimento profondo mi ha spinto a vincere la mia istintiva ripulsa per ogni esibizione pubblica.
Allora chi sono? Cosa mi spinge oggi a rendere pubblico questo mio scritto?
Sono un ricercatore accanito della verità e un nemico non meno accanito di tutte le luride menzogne di cui ancora oggi i custodi dell’ordine, ufficiali rappresentanti privilegiati e interessati di tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche, giuridiche, economiche e sociali, pretendono servirsi per ingannare e asservire il mondo. Sono un amante fanatico della libertà, che considero come l’unica situazione in cui possano crescere e svilupparsi l’intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; intendiamoci: non questa liberta formale, concessa, misurata e regolamentata dallo Stato, eterna menzogna che non rappresenta nient’altro se non il privilegio di qualcuno costruito sulla schiavitù di tutti gli altri; e neppure questa libertà individualista, egoista, falsa e meschina, propinataci dalla scuola di Rousseau, come da tutto il pensiero liberale e borghese, che considera il cosiddetto diritto di tutti (rappresentati dallo Stato) come il limite del diritto di ciascuno, cosa che si realizza sempre e necessariamente nella riduzione del diritto di ognuno a un bello zero.
No, io intendo l’unica libertà veramente degna di questo nome, la libertà che consiste nello sviluppo totale di tutte le potenzialità materiali intellettuali e morali di ognuno di noi; la libertà che non riconosce altro limite che quello che ci è imposto dalle leggi della nostra stessa natura; di modo che, praticamente, non esiste limite di sorta, perché queste leggi non ci sono imposte da qualche legislatore esterno, posto al di sopra di noi; sono leggi immanenti, inerenti, costituenti la base stessa del nostro essere materiale, intellettuale e morale; invece di trovare in esse un limite, dobbiamo considerarle come le condizioni reali e la ragione effettiva della nostra libertà.
Intendo quella libertà dove ciascuno, invece di arrestarsi davanti alla libertà altrui come davanti a un confine, ci trovi piuttosto conferma ed estensione all’infinito della propria; libertà illimitata di ognuno nella libertà di tutti, libertà nella solidarietà, libertà nell’uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza bruta e sul principio di autorità che non ne è mai stato altro che l’espressione ideale;la libertà che, dopo aver rovesciato tutti gli idoli del cielo e della terra, fonderà e organizzarà un mondo nuovo sulle rovine di tutte le Chiese e di tutti gli Stati: quello dell’umanità solidale.
Io sono un partigiano convinto dell’uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di questa uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità, l’etica e la felicità degli individui quanto e come la prosperità dei popoli non saranno altro che menzogne. Ma, in quanto partigiano prima di tutto della libertà, necessità primaria dell’umanità, penso che l’uguaglianza debba essere stabilita nel mondo grazie all’organizzazione spontanea del lavoro e mediante la proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione, organizzati e federati in Comuni, che dovranno nascere spontaneamente, MAI per l’azione suprema e tutelatrice dello Stato.
Michail Bakunin, tratto da La comune di Parigi e la nozione di Stato.  Traduzione, mia.

 

bookcover.phpNon ricordo quando, né dove, ma qualcuno mi ha raccontato questa specie di leggenda su Bakunin.
Ci troviamo probabilmente nel 1870, settembre. La Francia di Napoleone III è stata pesantemente sconfitta dalla Prussia. La crisi è gravissima. Bakunin sta attraversando in treno, diretto a Lione (dove spera di accendere la rivoluzione), la campagna francese. Dal treno vede un gruppo di contadini che agitando in aria forconi e altre armi improvvisate si dirigono da una qualche parte con aria evidentemente inferocita.
Intendiamoci. In quei giorni di motivi per essere incazzati ce ne erano, eccome.
Senza pensarci due volte, Bakunin salta giù dal treno alla prima stazione e raggiunge il gruppo di contadini. Si mette in marcia con loro, mettendo a loro totale disposizione la sua esperienza (notevole) in fatto di rivolte e insurrezioni. Solo a strada ben inoltrata gli balenò l’idea di chiedere perché e contro cosa protestavano.
In fondo la cosa più importante è ribellarsi.

Siamo in trattoria. A Roma, durante la tre giorni di Critical Comics. Serve ai tavoli una ragazza che sembra la Gloria Guida di Avere Vent’anni. Mi perdo nell’amatriciana che mi ha appena portato, avrebbe potuto servirmi qualunque cosa e l’avrei trovata ottima; e tu mi trascini dalle necessarie considerazioni sulla bellezza ontologica di un sugo come l’amatriciana a una discussione sul significato del dirsi anarchici.

tumblr_mjkj2cMwQK1qm954lo1_500Allora facciamo a capirci.
Il problema è che per te è difficile liberarti dal pregiudizio della retorica democratica e, se appartieni alla parte migliore di quell’umanità che accetta il giochino parlamentare, quella parte con cui val la pena discutere, ti è difficile liberarti anche dal pregiudizio della retorica socialista. Un pregiudizio piantatoci (sì ne sono vittima anch’io e più spesso di quanto dia a vedere) in testa prima dai genitori, poi dai maestri, poi dai professori e dai tanti intellettuali (a compenso) che scrivono, leggono, pensano eccetera eccetera.
La democrazia ha il problema, affascinante anche, di un continuo irrisolto compromesso fra i principi (quella cosa che i tuoi maestri amano chiamare VALORI) e la contingenza della loro esperienza. Questo compromesso ha sempre, in relazione ai principi (i tuoi, che in questa gara democratica –non ho mai capito perché hanno sempre la meglio i principi degli altri), un saldo negativo.
Il socialismo e il comunismo (teoricamente) antepongono invece, forti della loro origine di classe, i propri principi alla contingenza; tranne poi, quando si trovano davanti al problema della realizzazione politica dei propri principi, cadere – spesso – nella trappola parlamentare.
Puoi raccontartela come ti pare, separando artatamente tempo storico e tempo rivoluzionario: per cui non essendoci le condizioni storiche, non si può fare una rivoluzione vittoriosa, ed è meglio optare per la soluzione rappresentativa, riducendosi a cercare la conquista del potere (primo tragico errore) attraverso le elezioni (secondo tragico errore che per di più inficia completamente il primo).  Il punto è che, così facendo, i principi che ci escono in saldo attivo da questa soluzione rappresentativa sono sempre e comunque quelli delle banche e delle finanziarie. In fondo quel tipo lì di democrazia l’hanno inventata loro.
In quest’ottica, quella dell’opposizione tra democrazia finanziaria (chiamala anche liberale se preferisci) e socialismo, risulta ovvio – essendo in essa democrazia indipendenti, come ci ha chiarito Norberto Bobbio, se non addirittura contrapposti, i principi di uguaglianza e libertà – chiedersi ogni volta che ci si trovi davanti a una ribellione (di qualsiasi natura essa sia, da quella dei vandeani contro i Giacobini a quella dei 4 generali contro la Repubblica Spagnola) dove voglia condurre e con quali mezzi. Perché se uso questi occhiali, quelli del pregiudizio democratico, per interpretare i fatti, mi trovo davanti a due opzioni legittime: da una parte la libertà senza uguaglianza (quella dei cosidetti liberali) quindi libertà dei pochissimi, contro l’uguaglianza senza libertà (quella dei bolscevichi) che è, al fondo delle cose, come ci ha insegnato (decisamente meno noiso di Bobbio) Orwell uguaglianza di alcuni più di altri.
C’è però una terza (via?) posizione.
Una cosa con un nome che fa paura: ANARCHIA.

No. Non preoccuparti. Non è che adesso te la racconto tutta la menata dell’origine greca del termine Anarchia e del peso che ha quell’alfa privativa che ti porta alla memoria urticanti ricordi liceali.

1962-anarchism-george-woodcock1No. Se la cosa ti interessa, sotto l’aspetto storico, rivolgiti – che non sbagli- a George Woodcock e al suo bellissimo L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti (che Feltrinelli non ha mai ristampato dal 1962) oppure se mastichi l’inglese a Peter Marshall e al suo fondamentale Demanding the impossible: a history of Anarchism ( Harper Collins, 1992).

61RW8BlUSeLNo. Io ti dirò semplicemente come la vedo. E ovviamente e purtroppo parlerò di donne uomini e libri

Per me essere anarchico significa (un po’ pragmaticamente alla Paul Goodman) misurarsi continuamente con nuove situazioni di crisi e vigilare continuamente che, a causa di queste crisi, la libertà fino ad ora guadagnata non vada perduta, ma possa -anzi- essere aumentata. In questo senso l’anarchia è continua insorgenza, continua insurrezione: necessita lo stare in piedi. Un movimento anarchico è, di conseguenza, pragmaticamente insurrezionale e sincretico (unisce cioè in se aspirazione di libertà e uguaglianza) o non è.

Senza dogmi: lo stesso Bakunin pur definendosi come fanatico amante della libertà, sosteneva che essa senza uguaglianza non esiste, che la povertà è schiavitù. ( M. Bakunin, Libertà, uguaglianza rivoluzione, Antistato, 1976). Attenzione però: non è che con il termine “insurrezione” io intenda qualcosa di simile al barricaderismo ottocentesco. Mi trovo semmai nella scia di Bookchin (Anarchism: past and present in Reinventing Anarchy, again, AK press, 1996) e di Purkis e Bewen (Changing anarchism: anarchist theory and practice in a global age, Manchester University Press, 2004) e mi piace considerare l’insurrezione come un processo perpetuo di lotta che si esprime in reti complesse di individui interessati all’espressione delle proprie differenze e delle proprie immediate libertà, piuttosto che a una impossibile risoluzione finale. In questa rete di espressioni vanno incluse anche, ci piacciano o meno, quelle forme esplosive di rabbia che ogni tanto mandano in frantumi un bancomat o saccheggiano un supermercato.

(continua)

 

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Vedi, amico mio progressista, non lo so se è il mal di testa dovuto al Lagavulin di ieri sera o questo tormentone che ci avete piazzato nel mio cerebro, mia moglie, tu e i tuoi (pochi, lo ammetto, quelli che frequento, ma degni – ogni tanto- di ascolto) accoliti sinceri e democratici e progressisti (che non passano, però, un fine settimana che sia uno in questa città di merda – ti sto dicendo di Milano- neanche a spararli), dell’assoluta necessità di questo voto politico e amministrativo. Non lo so per quale di questi due fottuti motivi mi trovo qui (invece di starmene a letto a leccarmi le scorticature di una serata un po’ troppo conviviale) al tavolo della mia cucina, davanti a un quarto di litro di djimmah (un’arabica etiope monorigine, nessuna miscela, di cui non riesco più a fare a meno), con la testa che mi scoppia e che non riesco più a dormire.Io non ci credo, per niente, alla tua democrazia. Epperò sono qui, davanti al caffè, a sezionare le mie convinzioni, per rispondere al tuo sollecitato dubbio: perchè io, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, penserei di essere più vicino a Proudhon che a Marx? Vedi. C’è una cosa che mi lascia molto perplesso. Tutte le democrazie del mondo, quelle che ti sono tanto care e che il mondo –in buona misura- lo controllano, e che il loro modello raccontano di volerlo esportare, fosse necessario, anche con la forza (dagli USA passando per l’Europa comunitaria e da Israele, fino alla Russia), sono democrazie rappresentative. E il mondo, probabilmente qui sta il nostro disaccordo –il mio sguardo, amico mio progressista, non si ferma alla balaustra del mio balcone, non mi sembra un luogo, non dico ameno, dico appena appena abitabile senza sofferenze e fatiche estreme.

Allora. Immagino, amico mio progressista, che anche se non lo hai letto, conosci (a differenza degli elettori della tua parte avversa) grazie al tuo percorso liceale, Montesquieu. Quindi saprai che nel 1748 Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, pubblica (in forma anonima, che all’epoca era mica comodo come adesso, sai, essere progressiti; poteva anche costarti qualcosa, non dico rinunciare a un week-end, ma la testa magari e sicuro il carcere) il suo capolavoro: lo spirito delle leggi. Sosteneva, nel capo secondo del libro secondo del volume primo, che il popolo che gode del potere supremo è tenuto ad assumersi la responsabilità di fare tutto da solo e affidare a qualche ministro solo ciò che proprio non riesce a fare da solo. Saprai anche che Rousseau, che con Secondat ci aveva commercio e lo aveva letto, respingeva quella che allora era l’unica forma di governo rappresentativo: quello inglese. Sostenendo che il popolo inglese credeva di essere libero, ma lo era solo quando andava a votare, poi, appena eletti i suoi rappresentanti tornava schiavo.

Questa pretesa, da parte di ogni essere umano, di decidere di tutto ciò che lo concerne, sarà la voce libertaria di Kropotkin a sollevarla nell’Assemblea Costituente sul finire del 1917, quando chiedeva che nella Russia rivoluzionaria venisse instaurata una repubblica federale a democrazia diretta. Lenin sorridendo al grande vecchio anarchico con condiscendenza, dirà, mentre le truppe dell’Armata Rossa sciolgono nel gennaio 1918 quella stessa assemblea–, che qualunque persona di buon senso non può non rendersi conto di quale fesseria si tratti pensare che ogni individuo possa decidere di tutto ciò che lo riguarda.

Sai, amico mio progressista, non ti avrei mai detto leninista. Ora. Quando, in Matrix Reloaded, le macchine si avvicinano a minacciare Zion il Comandante Lock, responsabile della difesa, vorrebbe che tutte le navi restassero pronte a difendere la città. Ma il Consiglio gli intima di mandare due navi a cercare la Nabucodonosor sulla quale si trova l’Eletto, sguarnendo così le difese di Zion. Alle rimostranze di Lock che chiede delucidazioni per un comportamento tanto irrazionale, viene risposto dal Consigliere West: “comprehension is not requisite for cooperation”. A interpretare il ruolo del Consigliere West i fratelli Wachowski hanno chiamato uno dei più influenti intellettuali afroamericani viventi: Cornel West. In fondo è comprensibile. Cornel West, che si definisce socialista non marxiano, ha teorizzato, sostenendo di ispirarsi alla filosofia della prassi gramsciana, il pragmatismo profetico. Cioè l’idea dell’attività filosofica come lotta culturale e religiosa per la conquista delle masse. Un po’ assomiglia a quanto va teorizzando anche il buon Vendola. L’idea di mischiare politica e storytelling, di riappropriarsi del mito (magari però senza aver letto Jesi che sennò ci avresti anche qualche remora a giocarci con i miti) e di raccontarcelo da sinistra. Non è bravo Vendola né come i Wachowski, né come West, né tanto meno come Lenin che frequentava sì il pragmatismo, ma senza profezie alcune. Però riesce a creare immedesimazione sentimentale in chi ascolta con chi racconta. Non c’è bisogno che tu capisca. Non c’è bisogno che la prassi di chi racconta corrisponda poi a progetti comuni. L’importante è che chi ascolta la storia provi comunanza di sentimenti, si commuova e che poi collabori.

Vota e non ti preoccupare.

Vedi, amico mio progressista. Per me sono pochi i punti poi attorno ai quali potrei trovare comunanza con te, un programma minimo insomma, però si potrebbe (se metto da parte le mie posizioni estreme). Ecco, stamane davanti al mio caffè, non riesco a dimenticarmi che il difetto dei riformisti – come splendidamente insegna Claude Guillon, è che non riformano mai un cazzo, vedo chiaramente che l’alternativa è tra la rassegnazione e la rivoluzione.

Ho quarantacinque anni e sono benestante. Non so farla la rivoluzione, perchè su quali cazzo di barricate dovrei salire se di barricate qui non ce n’è nemmeno l’ombra. Non c’è anima viva che voglia fare con me la rivoluzione. Certo il buon Proudhon quelle barricate del 1848 aveva dato una bella mano a erigerle, prima di salirci armato di schioppo; in cosa mi sento più appartenete a lui quindi: nella consapevolezza che, quando mai anche ci fosse, la rivoluzione non sarà mai trasmessa in TV.

Per questo coltivo rabbia e passione.

Oggi, rassegnato (che i miei quarantacinque anni me lo permettono), non voto perchè non voglio più ascoltare storie narcotiche. Chissà che tra dieci anni chi oggi ha dieci anni non decida di fare, alimentato da quella mia rabbia e da quella mia passione, l’inventario dei sogni e delle armi.

Leggiti quando e se ne hai voglia

Montesquieu, lo spirito delle leggi, Utet, 2005

Rousseau, il contratto sociale, Einaudi, 2005

Lenin, tutto il potere ai soviet, Gwynplane, 2011

Kropotkin, Scienza e Anarchia, Eleuthera, 1998

Cornel West, la filosofia americana, Editori Riuniti, 1997

Nichi Vendola, c’è un’italia migliore, fandango libri,2011

Claude Guillon, de la revolution, alain moreau,1988

e se lo trovi in qualche biblioteca Robert Pemberton, the happy colony

 

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Faceva un freddo cane a Parigi quell’inverno.
Sì, vabbene. Però adesso la tua letteratura da fumetto seriale te la ficchi da qualche parte e vieni al dunque.
Hai ragione, scusa. Il problema è che a leggerne continuamente i blog, di quei tipi lì- i fumettari-, ti viene da parlare come scrivono loro. Dovrei smettere. Di leggerli.
Effettivamente la temperatura che faceva quel 7 febbraio del 1848 a Parigi è assolutamente irrilevante, persino per un fumetto bonelli.
Quel giorno viene diffuso per le strade della capitale francese il primo numero di “Le rapresentant du people”. Lo dirige un signore di trentanove anni. E’ nato nel 1809. A trent’anni pubblica un libro destinato a lunga fortuna, che gli costerà processi vari per oltraggio alla religione e incitamento all’odio contro il governo. Come non hai letto Qu’est-ce que la proprieté?! Rimedia subito: l’edizione Laterza del 1978 non la trovi più di certo, quindi prenditi quella di Zeroincondotta (mi sembra del 2000). Nel 1843 polemizza a lungo con Marx. Inutile che ti dica che a mio avviso aveva ragione lui. Comunque leggiti che sono bellissimi i due pamphlet della polemica: Filosofia della miseria, il suo; Miseria della filosofia quello di Karl.
Già. Ancora non ti ho detto che questo signore si chiamava Pierre-Joseph Proudhon. Ti sto raccontando di lui perché tra qualche giorno andrai a votare. Se giri da queste parti probabile che il tuo voto sia indirizzato verso qualche partito di sinistra. O verso i grillini. Lo farai convinto di fare l’unico atto politico e di opposizione sociale possibile. Dopo resterai lì, davanti al televisore ad aspettare i risultati.
Vedi. In quelle pagine, quelle di quel periodico che pubblicò a Parigi in quel fatidico 1848 (che arrivò a vendere 40.000 copie), Proudhon sosteneva che non può esserci un cambiamento soltanto politico, tale da interessare cioè solo il potere. Una rivoluzione non può essere se non è prima di tutto sociale. La democrazia rappresentativa, con i suoi continui cambi di potere ma con il mantenimento imperterrito della dimensione sociale data, è la forma di dominio più mistificatoria: perché gli uomini, illusi di esercitarla, cedono volontariamente la propria autonomia al potere costituente.
Quell’anno, tra il 22 e il 24 febbraio, Parigi insorge. I francesi cacciano Luigi Filippo e instaurano la seconda repubblica. Proudhon è sulle barricate e imbraccia il suo Dreyse. Accetterà di essere eletto nell’Assemblea Nazionale. Ma ci tornerà sulle barricate, nel giugno di quello stesso anno, in mezzo agli operai parigini , dopo un infuocato discorso contro la borghesia, traditrice della causa sociale, che aveva scelto un altro Luigi, Bonaparte questo, quale presidente per la nuova repubblica.
Mentre Marx, suo antico avversario ideologico, seguiva concitatamente gli avvenimenti da Colonia, dove scriverà il 18 brumaio di luigi Bonaparte, bellissimo testo di fine analisi politica (leggilo se non lo hai ancora fatto); Proudhon invece faceva a schioppettate con la Guardia Nazionale perché sapeva che non esiste determinismo storico, e che in quel preciso momento lì la libertà andava difesa sul serio e non con gesti simbolici.
L’unico modo per difenderla era usare il fucile.
Proudhon finirà in carcere.

Ora.
Il problema che, chiacchierando a destra e a manca, mi sembra doveroso porre, e quando lo faccio nel migliore dei casi mi becco del frustrato sparacazzate da salotto, è: perchè tu, andando a votare, ti comporti come Marx –con i dovuti distinguo: che lui scrisse quel gioiellino là, tu al limite metterai un’anonima crocetta su un qualche simbolo- e non come Proudhon?

“Un anarchico è come un agente segreto che giochi la partita della Ragione allo scopo di minare l’autorità della Ragione (della Verità, dell’Onestà, della Giustizia ecc.). […] L’anarchismo epistemologico differisce sia dallo scetticismo sia dall’anarchismo politico (religioso). Mentre lo scettico considera ogni opinione ugualmente buona, o ugualmente cattiva, o desiste completamente dal dare tali giudizi, l’anarchico epistemologico non ha alcuno scrupolo a difendere anche l’asserzione più trita o più mostruosa. Mentre l’anarchico politico o religioso vuole abolire una certa forma di vita, l’anarchico epistemologico può desiderare di difenderla, poiché egli non ha alcun sentimento eterno di fedeltà, o di avversione, nei confronti di alcuna istituzione o ideologia. Come il dadaista, al quale assomiglia assai di più che non somigli all’anarchico politico, egli “non soltanto non ha un programma, ma è contro tutti i programmi”, anche se in qualche occasione sarà il più rumoroso fra i difensori dello status quo o fra i suoi oppositori: “per essere veri dadaisti, si dev’essere antidadaisti”.[…]

(P.K.Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 21-29, 155, 246)

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Una volta per tutte (e che la cosa mi venga in mente leggendo la querula razza degli opinionisti da efemeride mi sembra indicativo): ha ragione l’arguto reazionario al bar (uno dei tanti, appunto) che mi dice – a seguito di disquisizione sul voto/non voto: lei è un ignorante!

Dato per scontato che l’ignoranza è inevitabile:io lo sono, ignorante certo.

Ma quale ignorante? Razionale direi. Qual è la differenza tra un ignorante razionale e uno generico o irrazionale? Che quello generico, come il reazionario da bar, si pone domande su oggetti inesistenti: ha tutte le presupposizioni attributive sbagliate, cerca la radice quadrata della democrazia, quando non addirittura il senso della vita, e suppone poi di averla trovata in una società a irresponsabilità illimitata che chiama Partito. L’ignorante razionale non crede di sapere ciò che non sa, quindi non suppone ma sa quello che non conosce. Questa è la differenza tra imparare e conoscere. Imparare è prendere per buone le risposte sbagliate alle domande generiche fatte alla cazzo. Conoscere è formulare domande pertinenti in base a corrette presupposizioni attributive. Non è detto di trovare le risposte, anzi queste potrebbero essere tutte sbagliate oppure insufficienti. Facile che sia così, anzi: sono sempre insufficienti le risposte; che l’ignoranza razionale non è mai soddisfatta, la sua estensione è indeterminata: c’è sempre altro da sapere.

C’è sempre da sapere perché, guarda caso, esiste il mondo. E nel mondo fisico noi ignoranti razionali viviamo. Quindi ci viene la curiosità di sapere come funziona.

Ora, essendo ignorante, io non so niente di queste cose della democrazia, però mi sembra che questa democrazia rappresentativa non ha niente a che vedere con la libertà. E’ solo una serie di regole- meno violente e più tollerabili e tolleranti di altre forme di governo- per contenerla e reprimerla. La libertà non è conformabile a nessuna forma di potere. Poi se una certa forma di potere è preferibile a un’altra, per i motivi i più svariati, questo si può discutere e trovare un punto in comune… ma non si cerchi, per farla rientrare nei propri democratici parametri, di far diventare la libertà qualcosa di meno esagerato di quello che è.

Riducendo la libertà (la licenza) individuale per farla rientrare nei propri parametri e rendere la vita in regime di democratica – o meno- comunanza, chi esercita il potere esercita violenza.

Ora l’antica logica umana sapeva che il riequilibrio della giustizia non poteva che essere circolare. L’occhio per occhio. Ma questo metteva in serio pericolo il potere; non c’era motivo per non vendicarsi di un torto esercitato dal tiranno: il re poteva finire senza testa… la responsabilità, non la colpa, condannava ogni individuo ad assumersi la conseguenza delle sue azioni, quindi a rischiare anche la testa pur essendo re.

Ecco la dirompente forza dell’idea paolina: sostituire la responsabilità con la colpa, per questo tutti gli uomini sono uguali, nessuno responsabile di niente; e porgere l’altra guancia e non rompere i coglioni, il dio onnipotente ha sacrificato il suo figlio per lavare le colpe umane… sacrifichiamo un briciolo della nostra libertà e limitiamo il conflitto, non diventiamo uguali a loro. Viviamo in pace. Questo il cristianissimo messaggio: evitare il conflitto, perdonare tutti perché la violenza fa schifo e noi abbiamo schifo del nostro schifo.

Cazzate per deresponsabilizzare il potere. E soprattutto chi vi si sottomette.

Judy Dater, Imogen and Twinka at Yosemite

Wilhelm Reich alla fine della sua vita si era bevuto il cervello. E sparava cazzate su alieni e energia orgonica anche peggio di quelle mie sui fumetti. Però. Nel 1933, quando scrive Psicologia di massa del fascismo è nel pieno della sua viva intelligenza. Sosteneva in quel saggio fondamentale che l’origine del fascismo deriva dall’incapacità dei suoi fondatori e aderenti di avere una vera scarica orgasmica. L’origine del problema, come quella di tutti i problemi, ha la sua base nell’adolescenza. Quando intensissima è la centralità della tensione sessuale, l’adolescente italiano, a causa di quell’impostazione culturale ipocrita–che è la vera natura del cattolicesimo insegnatagli fin dai tempi della prima comunione- si trova in conflitto tra l’adesione pratica e formale a riti cui nessuno concede minima fede e la non manifesta consapevolezza della loro inutilità. L’adolescente italiano attraversa in questo conflitto, una irrisolta e nevrotica lotta con la masturbazione. La masturbazione è un peccato per i preti e una cosa da sfigati per l’altra medaglia della cultura cattolica, il maschilismo; cioè: se ti fai le seghe pecchi e vuol dire che non sei capace di trovarti una donna per scopare. In questa lotta, da cui l’adolescente italiano esce sempre brutalmente sconfitto, si sviluppano –secondo Reich- tutti i caratteri strutturali dell’uomo reazionario. L’assoluta impossibilità di convivere serenamente con la propria sessualità. Il fascismo, il leghismo, il berlusconismo, il montismo, il moderatismo piddino, le ingroiate e le vendolate sono le zattere attuali e disperate cui l’adolescente italiano diventato adulto e incapace di convivere serenamente con la propria sessualità si aggrappa, nel disperato convincimento di trovare nel gruppo di appartenenza elettorale un’identità. La brutalizzazione della sessualità compiuta dal linguaggio fascista; la giustificazione della paura del contatto con l’altro offerta dal leghismo; il meccanicismo economico della sessualità propagandata dal berlusconismo; l’eterno castrante moralismo sessuale dei cattocumunisti piddini; rassicurano l’italiano medio. E’ per questo che il nostro paese ha sempre il record della partecipazione elettorale. L’incapacita dell’italiano medio di vivere appieno l’orgasmo si manifesta sempre come elemento agglomerante (oltre il 60%) e diventa, in alcuni casi come per il PDL, programma politico. Da sempre gli italiani cercano un capo più impotente di loro ma che a differenza di loro sia riuscito a trasformare questa impotenza in forza. Per questo da due secoli non riusciamo a sbarazzarci di papi, re e duci e berlusconi. Per colpa di questa impotenza gli italiani sono l’unico popolo che non ha mai ghigliottinato il suo re e che anzi, lo rielegge a ogni votazione.

Chi esercita il potere, chi sceglie di esercitarlo non è uguale a me. Anche se mi chiede, attraverso il voto, il consenso. E non lo riesco a tollerare nemmeno per necessità.

Questo è il mio problema. La mia inadeguatezza.

Non potendo ancora sottrarmi, perchè non so come fare, al vivere in un’organizzazione umana comunque gerarchica, cerco di impegnarmi a strappare al potere ogni più piccolo lembo di libertà. Lo faccio non votando.

Questo cercavo di dire.

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Mi chiedi: “Non riesci a spiegarmi brevemente cos’è l’Anarchismo?”

Ci proverò. In poche parole, l’Anarchismo sostiene che è possibile vivere in una società priva di qualsiasi forma di potere; e che sia possibile una vita senza coercizioni di sorta: il che significa condurre il tipo di vita che più ci aggrada, liberi da obblighi e forzature. Non è possibile condurre un’esistenza di questo tipo se prima non ci si libera delle istituzioni e dalle condizioni che imbrigliano la nostra libertà e interferiscono con la nostra vita, obbligandoci continuamente ad agire in modo contrario alla nostra volontà.

Già. Ma quali sono queste istituzioni e queste condizioni? Semplicemente tutte quelle cose di cui dobbiamo sbarazzarci per assicurarci una vita armoniosa e libera. Una volta che sapremo con esattezza quali sono queste cose e quali vadano messe a loro posto, il modo per farlo seguirà naturalmente.

Allora: di cosa dobbiamo liberarci per assicurarci la libertà?

Prima di tutto, ovviamente, la cosa più invasiva di tutte, quella che più ostacola o impedisce l’espressione della tua libertà; la cosa che più interferisce nella tua vita e ti obbliga a vivere diversamente da come vorresti.

Questa cosa si chiama “governo”.

Riflettici e vedrai che l’istituzione del governo è il peggior crimine che l’uomo abbia mai commesso contro se stesso. Con esso ha riempito il mondo di violenza, inganno, falsità, oppressione e miseria. Ha corrotto ogni cosa. Mi darai ragione: “Certo, governo significa violenza ed è sicuramente il male”, ma mi obbietterai “come possiamo però farne a meno?”

E’ proprio di questo che voglio discutere. Ora, se io ti chiedessi a cosa ti serve un governo, sono certo che mi risponderesti che non è per te, ma è per gli altri che si rende necessario. Se tu chiedessi la stessa cosa a chiunque altro, sono sicuro che risponderebbe come te: ti direbbe che non è per lui che è necessario, ma per gli altri.

E’ così. Ognuno di noi pensa che se fosse per lui non ci sarebbe bisogno di nessuna polizia, ma che purtroppo il manganello è necessario per gli altri. A questo punto puoi ribattermi che “se non ci fossero leggi e governi le persone si deruberebbero e si ammazzerebbero a vicenda”. Fosse anche vero, perché lo farebbero? Lo farebbero solo per divertimento o per cause e ragioni precise? Forse se esaminiamo questi motivi, ne scopriremo la cura.

Immaginati che tu, io e altre persone, dopo essere scampati a un naufragio, si sia approdati su un’isola ricca di frutti di ogni genere. Naturalmente dovremmo darci da fare per raccoglierli. Ma se uno di noi, d’improvviso, sostenesse che è tutto di sua proprietà e che nessuno può averne nemmeno un boccone se prima non gli versa un tributo, noi altri ci indigneremmo, non è vero? E rideremmo delle sue pretese. Se insistesse e ci creasse problemi, lo ributteremmo a mare senza pensarci su troppo, no?

Supponi poi che una volta riusciti a coltivare l’isola e a organizzarci con tutto ciò che è necessario a una vita confortevole, arrivasse uno a sostenere che l’isola e quello che abbiamo fatto è tutto suo. Che gli diremmo? Lo ignoreremmo, no? Oppure lo inviteremmo a unirsi a noi e a condividere il nostro lavoro.

Adesso immaginati che quello invece insiste con questa cosa della proprietà e tira fuori un pezzo di carta e dice che quella è la prova che lì tutto gli appartiene. Gli daremmo del pazzo e torneremmo al lavoro.

Ma se lui avesse dietro di se un governo, potrebbe chiamarlo in difesa dei suoi “diritti”. Il governo invierebbe polizia ed esercito che ci caccerebbero da lì, ristabilendovi il “legittimo proprietario”.

I governi hanno questa funzione, esistono per questo ed è questo quello che fanno.

Pensi ancora che senza questa cosa chiamata governo ci deruberemmo e ci ammazzeremmo l’un l’altro?

Non è vero piuttosto che proprio con il governo ci derubiamo e ci ammazziamo? Perché non esiste governo che garantisca a tutti ciò che è di tutti, al contrario ce lo porta via a beneficio di pochi che non ne avrebbero diritto.

Se ti svegliassi domattina e scoprissi che non c’è più alcun governo, il tuo primo pensiero sarebbe di uscire in strada e uccidere qualcuno?

Certo che no! Sarebbe un’assurdità. Stiamo parlando di una maggioranza di gente sana e normale. I pazzi che non resistono all’impulso di ammazzare, mica si chiedono prima se c’è oppure no un governo. Questa gente qui deve essere affidata alle cure di psicologi e alienisti, devono essere ricoverati in ospedale e curati per la loro malattia.

La cosa più probabile, il giorno che tu o chiunque altro scopriste svegliandovi che non c’è più alcun governo, è che vi dareste da fare per vivere al meglio in queste nuove condizioni.

Naturalmente se ci fosse gente che si abbuffa mentre tu patisci la fame, avresti pieno diritto di reclamare la tua parte di cibo. E questo vale per tutto il resto, perché non può esserci uno solo che monopolizza tutte le cose che servono alla vita: esse vanno divise tra tutti. Questo significa che in un mondo senza governo il povero non tollererà di vivere in miseria mentre altri sguazzano nel lusso. Che gli operai si rifiuteranno di lavorare per un padrone che pretenda di sua esclusiva proprietà sia la fabbrica che quello che vi viene prodotto. Significa che nessun agricoltore lascerà incolti migliaia di ettari se c’è qualcuno che non ha cibo sufficiente per sfamare la propria famiglia. Significa che nessuno possiederà la terra e i mezzi di produzione. La proprietà privata delle risorse vitali sarà un’ipotesi intollerabile. Possedere più di quanto si possa consumare in una dozzina di vite, mentre i propri vicini non hanno pane sufficiente per i propri figli sarà considerato come un crimine infamante.

Significa che le ricchezze della società verranno equamente divise tra tutti gli uomini, e che tutti saranno chiamati a partecipare alla loro produzione.

Per fartela breve: sarà la prima volta nella storia dell’umanità che diritto, giustizia ed e uguaglianza trionferanno al posto della legge.

Ecco. Farla finita con l’idea di governo significa contemporaneamente l’abolizione dei monopoli e della proprietà individuale dei mezzi di produzione e distribuzione. Ne consegue che quando il governo sarà abolito, scompariranno con lui schiavitù, salario e capitalismo, perché essi non possono esistere senza il supporto e la protezione del governo.

Questa cosa qui, che sostituisce il governo con la libertà, è l’Anarchia. Quella in cui l’uso pubblico sostituisce la proprietà privata sarebbe il Comunismo.

In una parola Anarcocomunismo.

Oh! Comunismo” esclamerai “ ma non avevi detto che non eri un bolscevico?”

No. Non sono un bolscevico, perché i bolscevichi credono fermamente nel potere dello stato, mentre gli anarchici vogliono farne a meno, dello stato.

Ma i bolscevichi non sono comunisti?” mi chiedi.

Si. I bolscevichi sono comunisti, ma pensano di poter instaurare il comunismo con la dittatura. Anarcocomunismo invece significa comunismo come scelta libera e volontaria.

Capisco la differenza” ammetti, ma poi ribatti “credi che sia veramente possibile?”

la traduzione continua a essere di Boris medesimo

 

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