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principi di anarchia pura e applicata

Io sono Charlie, ne sono sicuro. Si, ma cosa significa veramente essere Charlie? Essere o non essere Charlie, questa è la questione da porsi. Infatti, scusate, ma la vera domanda da farci è se ce ne frega qualcosa? Più precisamente essere Charlie significa sbattersene, questa è la migliore risposta da dare in loro memoria. Io sono Charlie non è far suonare le campane di Notre Dame per degli anticlericali, non è trasformare in eroi degli autori di satira la cui attività principale era sputare sul potere e su tutte le forme d’espressione… d’oppressione, scusate.
Ecco in questo senso, Io sono Charlie non ha alcun senso, però Io sono Charlie ha fatto scendere 4.000.000 di persone per la strada, gente che nella quasi totalità manco sapeva cos’è Charlie Hebdo, ma che non ha voluto accettare che si possa essere accoppati per delle idee e dei disegni. Tutti hanno trovato questa cosa assurda, lapidare una donna perché è stat violentata non lo è mica di meno; ci sono un sacco di cose assurde. Charlie Hebdo le racconta queste cose, è lui che osa dirle e riderne; è Charlie che sfotte il sindaco di Angouleme quando fa mettere delle gabbie stile zoo intorno alle panchine pubbliche perché non le possano usare i senza tetto; Io sono Charlie non è uno slogan, è Charlie che dice che il sindaco di Angouleme è una testa di cazzo. Sono solo un portavoce.
La libertà d’espressione, che va continuamente lubrificata, è il popolo che l’ha ottenuta contro il potere assolutista che non immaginava neppure lontanamente che il popolo potesse esprimersi. Se oggi per noi questa è un’evidenza, se possiamo raccontarcela… però ci abbiamo messo 2500 anni, è lento i progresso, invece la regressione ci mette un attimo: l’oscurantismo, i kalashnikov, la polizia… è il rifiuto di un simile futuro che ha fatto scendere in piazza milioni di persone, nel nome di Charlie.
Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto del Trattato di Libero Scambio Atlantico, che permetterà a Monsanto di trasformare l’Europa in un deserto di pietre; Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto di tutti i progetti di grandi opere, tanto inutili quanto assurde; potrebbe essere rifiutare di evocare quella crescita che tutti sappiamo non ci sarà mai più; Io sono Charlie dovrebbe essere semplicemente l’Anno 01 di GèBè, in cui ci fermiamo tutti a riflettere!!! Riflettere e poi agire in fretta, che non c’è più tempo. Agire ora. Ri-manifestare in milioni per RIFIUTARE, perché questo è Charlie. Io sogno di piantare carote sulle piste abbandonate di Notre Dame de Landes con il Signor Hollande, con il Signor Sindaco di Angouleme, e con tutti i membri di quei tanti comitati inesistenti, e poi coprire d’insulti le multinazionali, le lobby, e tutti i burocrati che ci stanno ammazzando solo per riempirsi le loro fottute tasche. Quel giorno sì potremo dirlo insieme: io sono Charlie!
Viva Charlie Hebdo!
Viva Le Canard enchaine!
Viva Sinè Mensuel!
Viva tutta la stampa satirica!
E voi altri, voi, qui… quando alzerete i vostri cazzo di culi e comincerete ad aiutarci a cambiare il mondo, allora potremo anche dirlo viva la Francia!
Per adesso: Viva Charlie!

 

Eccotelo tradotto l’intervento di Menu ad Angouleme, cazzo. Mentre ritirava il premio attribuito dal Festival a Charlie Hebdo per la libertà d’espressione. Devo fare sempre tutto da solo però, che voi professionisti servite solo alla vostra autoreferenzialità, ai collaterali e fate niente di utile, mai.

 

Tre cose:

Il sindaco di Angouleme era presente.

Gèbè è stato un grande fumettista francese, collaboratore di Charlie Hebdo e autore nel 1973 del famosissimo, in Francia, L’An 01, dove racconta un’utopia libertaria in cui l’umanità si ferma e, dopo varie riflessioni, decide di fare a meno dell’economia di mercato. Con tutte le contraddizioni che questo comporta. L’Association lo ristampò nel 2000, nella collana Eperluette con una fichissima prefazione di Menu. Procuratelo.

Notre Dame de Landes è un comune della Loira, cha ha vissuto qualcosa di simile a quello che sta succedendo in Val Susa, con la devastazione del territorio per la costruzione di un aereoporto immenso, che poi fu praticamente abbandonato.

matematica

 

 

–        Dì papà… mi sa che se Mirtilla veniva a scuola non andava mica tanto bene con la pagella… anzi mi sa che andava proprio male…

–        Perché? Mi sembra una cagnolona sveglia, se avesse potuto venire a scuola, per me avrebbe capito al volo tutto quello che vi spiega la maestra.

–        Si… vabbene, quello si… però è troppo monella… secondo me avrebbe preso … è giusto così? Si dice avrebbepreso…?

–        Si, così è giusto…

–        Ecco, secondo me avrebbepreso un sacco di note… tipo mille al giorno.

–        Scusa, ma non mi sembra che tu sia un campione di comportamento, mi sembra che di note tu ne abbia prese eccome… per non parlare dei compiti di castigo…

–        E’ vero… ma Mirtilla  faceva… avrebbefatto la tremenda anche in mensa… io in mensa no… eppoi quando facevo il monello adesso è una cosa vecchia… adesso sono bravo anche in classe.

–        Ci devo credere?

–        Credici! Ieri sono stato bravissimo che anche la maestra me l’ha detto che sono stato bravo… oggi vediamo… io ci provo a farlo il bravo…

Sorrido.

Appena però mio figlio si è infilato gli spallacci del suo zaino degli Avengers e ha varcato il portone della scuola, mi attanaglia lo sconforto. Sconforto per la mia brutale contraddizione. Io, che ogni volta che inizio un nuovo taccuino, oltre alla data d’inizio ci metto come punti programmatici le parole: disordine e indisciplina; io, che materialista convinto, ho il corpo e la sua libertà da ogni pastoia in somma considerazione; io, che odio ogni gerarchia e, a parole, non ho ne dei ne maestri ne padroni; io… sto permettendo che mio figlio impari disciplina (in classe si sta seduti al banco e non si parla e si ascolta la maestra!) e ordine (guarda che razza di quaderni! Perché non li tieni belli ordinati come quelli dei tuoi compagni!), anzi mi sto rendendo complice di questo.

Non fumo più. Da quattro anni abbondanti. Forse cinque. Ma vorrei accendermi una sigaretta mentre mi incammino verso il lavoro schifo.

Oggi il futuro, a cui di solito non credo, mi terrorizza.

François Cavanna  è morto. Ieri.
Sta nell’ordine delle cose. Era vecchio è aveva vissuto molto lui, prima di morire.
Se non sai chi era la colpa dalla all’asfittico mondo editoriale italiano borghese e perbenista.
Digita il suo nome sul tuo rivendugliolo cartaceo online preferito e comprati quello che trovi.
E’ tutto indispensabile.
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Tempo fa ho tradotto per diletto un suo libro. L’avrei regalata, la traduzione, a chiunque l’avesse voluto pubblicare. Niente.
Posso capirli. Scriveva cose così:
Voi,
cristiani,
ebrei,
mussulmani,
buddisti,
induisti,
scintoisti,
avventisti,
panteisti,
testimoni di questo e di quello,
satanisti,
maghi,
chiromanti,
fanatici dello yoga,
Voi,
che tagliate la pelle al pisello dei vostri bambini,
che cucite la passerina alle vostre bambine,
che pregate in ginocchio,
che pregate a quattro zampe,
che pregate su una gamba sola,
che non mangiate e questo e quello,
che vi segnate con la destra,
che vi segnate con la sinistra,
che vi votate al diavolo perché delusi da dio,
che pregate perché cada la pioggia,
che pregate per vincere al Lotto,
che pregate per non beccarvi l’aids,
che vi mangiate il vostro dio in sfogliatelle rotonde,
che non pisciate controvento,
che credete perché è conveniente,
che venerate le reliquie,
che vi confessate e poi ricominciate,
che non volete discendere dalle scimmie,
che benedite le armi,
che bruciate i libri non potendo più bruciare gli uomini,
che comincerete a vivere dopo la morte…
 
Tutti voi,
che non potete vivere senza babbonatale e senza papaCecco,
tutti voi,
che non sopportate di essere solo una bistecca cui è collegato un cervello,
tutti voi,
che avete una paura fottuta di morire e siete pronti ad accogliere qualsiasi menzogna rassicurante,
tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” e stupido, meschino, sanguinario, geloso e così avido di lusinghe quanto il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido tra voi,
tutti voi,
per favore
piantatela di romperci i coglioni.
Date sfogo ai vostri salamelecchi nel segreto dei vostri covi, chiudete bene la porta, noi non verremo a disturbarvi,
e, soprattutto, state lontano dai nostri bambini.
Oh,piantatela davvero di romperci i coglioni, perfavore!
dal fondamentale libro che nessuno pubblicherà mai in italiano Lettre ouverte aux cul-benits, del grande François Cavanna.
Traduzione mia.
agra
UNO.
Se una volta devi, per caso e per cazzi tuoi, andare da Piombino a Grosseto; e se, sempre per caso ci hai un badaluffo di tempo che non sai come spendere; ecco: puoi evitare la E80 e pure la SS1 e attraversarti, su sbilenche strade provinciali, l’interno della Maremma. Alla ricerca, ovvio, di luoghi e di vini.
Passi per Massa Marittima e scendi, lungo la strada provinciale 49, fino al lago dell’Accesa. A un certo punto, quando riprendi la strada deciso a metterti sulla litoranea (quella strada bellissima che è la provinciale 158, quella che i Romani chiamavano Aurelia), lì dove la provinciale 49 incontra la 31 che arriva da Roccastrada, vedi l’indicazione per Ribolla.
Hai un sommovimento. Una convinzione improvvisa ti fa girare a sinistra e vai a vedere i resti del pozzo Camorra.
Man mano che il tuo vecchio e impolverato fuoristrada si mangia indolente i kilometri  la storia di Ribolla riaffiora dalle migliaia di storie tra cui era sepolta nella tua testa. E la racconti alla tua famiglia. Devi spiegarglielo, in qualche modo, il perché di quella deviazione.
 
Una volta lì, a Ribolla, qualcosa come sessanta anni fa, c’era una miniera di lignite. Nel 1954 ogni minatore ci tirava fuori quasi 450 kili di carbone al giorno per la Montecatini. Ma quelli che comandavano, là su a Milano, alla Montecatini, non erano soddisfatti. Ne volevano di più, nel nome del “loro” profitto. Così, in nome del progresso e dei dividendi, venivano trascurate tutte le minime norme di sicurezza.
Il primo maggio nel 1954 cadeva di sabato. Due giorni di festa per i minatori di Ribolla.
“ Ma la mattina del tre la festa era finita, e allora sotto a levare lignite” è la voce di Bianciardi ora che si sovrappone alla tua, l’hai letto mille anni fa la vita Agra, eppure salta fuori così lungo la strada. “Si erano riposati abbastanza o no, questi pelandroni?
Eppure il caposquadra aveva fatto storie: diceva che dopo due giorni senza ventilazione, giù sotto, era pericoloso scendere, bisognava aspettare altre ventiquattro ore, far tirare l’aspiratore a vuoto, perché si scaricassero i gas di accumulo.
Insomma pur di non lavorare qualunque pretesto era buono.
L’aspiratore nuovo, i gas di accumulo, i fuochi alla discenderia 32 – come se i fuochi non ci fossero sempre, in un banco di lignite. Stavolta era stufo: meno storie, disse ai capisquadra, mandate cinque uomini della squadra antincendio a spegnere i fuochi, ma intanto sotto anche la prima gita.
La mattina del giorno dopo la miniera esplose”.
43 minatori, praticamente tutta la squadra scesa al pozzo sud chiamato Camorra, persero la vita.
E poi, ti chiede tuo figlio quello più grande, quelli lì, quelli che trascuravano le norme di sicurezza, sono finiti in prigione?
No, gli racconti. La Montecatini pagò un indennizzo ai famigliari delle vittime che, sotto il pesante ricatto della necessità, rinunciarono a costituirsi parte civile. I figli di puttana responsabili della morte di 43 persone, andarono assolti.
Lo sguardo di tuo figlio si sposta da te al pozzo. Ci resta fisso per qualche minuto. Sta imparando a conoscere il paese in cui gli tocca di vivere.
 
DUE.
Luciano Bianciardi di quella terra, la Maremma, era figlio. Non sto a raccontarti la sua storia. La conosci bene che avrai senz’altro letto il bel libro di Pino Corrias.
Però ti racconto questo. Agli inzi degli anni ’50 Bianciardi accetta l’incarico di direttore della biblioteca Chielliana di Grosseto. E’ un bibliotecario sui generis. Con l’amico Carlo Cassola sistema un vecchio pulmino del comune, lo trasforma in un bibliobus e comincia a girare tutta la Maremma. Vanno spesso a Ribolla. Parlano con i minatori. Conversazioni da cui nascerà un libro bellissimo, che dovresti aver letto.
Per Bianciardi la tragedia del 4 maggio 1954 è una ferita traumatica, profondissima. Che non basterà la scrittura di quel capolavoro assoluto che è la Vita Agra a rimarginare.
 
TRE.
Gli anni sessanta del secolo scorso succede una cosa fondamentale.
L’energia elettrica, su spinta dei socialisti che ad essa vincolarono il loro sostegno al IV governo Fanfani, viene nazionalizzata. Nel 1962. L’ENEL, ente fondato alla bisogna, assorbirà in quegli anni qualcosa come 1300 aziende elettriche. Lo Stato pagò quasi duemila miliari di lire a una settantina di società che gestivano tutte le aziende elettriche. Società come la Sade o la Seb, la maggior parte delle quali già controllate o in via di acquisizione da Montecatini e da Edison. Una bel giro di soldi per chi ci era dentro.
 
QUATTRO.
Nel 1962 Indro Montanelli chiama Luciano Bianciardi, che ha appena pubblicato con buon successo La Vita Agra, e gli offre una collaborazione fissa al Corriere della Sera. Due pezzi al mese per la terza pagina. 300.000 lire il compenso mensile. Una gran bella cifra nel ’62.
Bianciardi si prende due giorni. Ci deve pensare.
 
La proprietà del Corriere della Sera era della famiglia Crespi.
I Crespi avevano molti interessi nelle società elettriche della Lombardia. La centrale idroelettrica di Trezzo l’avevano addirittura fondata con la partecipazione della Edison.
La loro vicinanza a Montecatini e Edison (quella che diventerà, nel 1965 con il viatico di Mediobanca, Montedison) era conosciuta.
 
Agli occhi di chi aveva passato la giovinezza al fianco dei minatori di Ribolla quella famiglia era la personificazione del nemico.
 
Bianciardi rifiutò l’offerta di Montanelli.
Meglio, molto meglio restare uomini e scrivere per Guerin Sportivo e Playman.

bookcover.phpNon ricordo quando, né dove, ma qualcuno mi ha raccontato questa specie di leggenda su Bakunin.
Ci troviamo probabilmente nel 1870, settembre. La Francia di Napoleone III è stata pesantemente sconfitta dalla Prussia. La crisi è gravissima. Bakunin sta attraversando in treno, diretto a Lione (dove spera di accendere la rivoluzione), la campagna francese. Dal treno vede un gruppo di contadini che agitando in aria forconi e altre armi improvvisate si dirigono da una qualche parte con aria evidentemente inferocita.
Intendiamoci. In quei giorni di motivi per essere incazzati ce ne erano, eccome.
Senza pensarci due volte, Bakunin salta giù dal treno alla prima stazione e raggiunge il gruppo di contadini. Si mette in marcia con loro, mettendo a loro totale disposizione la sua esperienza (notevole) in fatto di rivolte e insurrezioni. Solo a strada ben inoltrata gli balenò l’idea di chiedere perché e contro cosa protestavano.
In fondo la cosa più importante è ribellarsi.

Siamo in trattoria. A Roma, durante la tre giorni di Critical Comics. Serve ai tavoli una ragazza che sembra la Gloria Guida di Avere Vent’anni. Mi perdo nell’amatriciana che mi ha appena portato, avrebbe potuto servirmi qualunque cosa e l’avrei trovata ottima; e tu mi trascini dalle necessarie considerazioni sulla bellezza ontologica di un sugo come l’amatriciana a una discussione sul significato del dirsi anarchici.

tumblr_mjkj2cMwQK1qm954lo1_500Allora facciamo a capirci.
Il problema è che per te è difficile liberarti dal pregiudizio della retorica democratica e, se appartieni alla parte migliore di quell’umanità che accetta il giochino parlamentare, quella parte con cui val la pena discutere, ti è difficile liberarti anche dal pregiudizio della retorica socialista. Un pregiudizio piantatoci (sì ne sono vittima anch’io e più spesso di quanto dia a vedere) in testa prima dai genitori, poi dai maestri, poi dai professori e dai tanti intellettuali (a compenso) che scrivono, leggono, pensano eccetera eccetera.
La democrazia ha il problema, affascinante anche, di un continuo irrisolto compromesso fra i principi (quella cosa che i tuoi maestri amano chiamare VALORI) e la contingenza della loro esperienza. Questo compromesso ha sempre, in relazione ai principi (i tuoi, che in questa gara democratica –non ho mai capito perché hanno sempre la meglio i principi degli altri), un saldo negativo.
Il socialismo e il comunismo (teoricamente) antepongono invece, forti della loro origine di classe, i propri principi alla contingenza; tranne poi, quando si trovano davanti al problema della realizzazione politica dei propri principi, cadere – spesso – nella trappola parlamentare.
Puoi raccontartela come ti pare, separando artatamente tempo storico e tempo rivoluzionario: per cui non essendoci le condizioni storiche, non si può fare una rivoluzione vittoriosa, ed è meglio optare per la soluzione rappresentativa, riducendosi a cercare la conquista del potere (primo tragico errore) attraverso le elezioni (secondo tragico errore che per di più inficia completamente il primo).  Il punto è che, così facendo, i principi che ci escono in saldo attivo da questa soluzione rappresentativa sono sempre e comunque quelli delle banche e delle finanziarie. In fondo quel tipo lì di democrazia l’hanno inventata loro.
In quest’ottica, quella dell’opposizione tra democrazia finanziaria (chiamala anche liberale se preferisci) e socialismo, risulta ovvio – essendo in essa democrazia indipendenti, come ci ha chiarito Norberto Bobbio, se non addirittura contrapposti, i principi di uguaglianza e libertà – chiedersi ogni volta che ci si trovi davanti a una ribellione (di qualsiasi natura essa sia, da quella dei vandeani contro i Giacobini a quella dei 4 generali contro la Repubblica Spagnola) dove voglia condurre e con quali mezzi. Perché se uso questi occhiali, quelli del pregiudizio democratico, per interpretare i fatti, mi trovo davanti a due opzioni legittime: da una parte la libertà senza uguaglianza (quella dei cosidetti liberali) quindi libertà dei pochissimi, contro l’uguaglianza senza libertà (quella dei bolscevichi) che è, al fondo delle cose, come ci ha insegnato (decisamente meno noiso di Bobbio) Orwell uguaglianza di alcuni più di altri.
C’è però una terza (via?) posizione.
Una cosa con un nome che fa paura: ANARCHIA.

No. Non preoccuparti. Non è che adesso te la racconto tutta la menata dell’origine greca del termine Anarchia e del peso che ha quell’alfa privativa che ti porta alla memoria urticanti ricordi liceali.

1962-anarchism-george-woodcock1No. Se la cosa ti interessa, sotto l’aspetto storico, rivolgiti – che non sbagli- a George Woodcock e al suo bellissimo L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti (che Feltrinelli non ha mai ristampato dal 1962) oppure se mastichi l’inglese a Peter Marshall e al suo fondamentale Demanding the impossible: a history of Anarchism ( Harper Collins, 1992).

61RW8BlUSeLNo. Io ti dirò semplicemente come la vedo. E ovviamente e purtroppo parlerò di donne uomini e libri

Per me essere anarchico significa (un po’ pragmaticamente alla Paul Goodman) misurarsi continuamente con nuove situazioni di crisi e vigilare continuamente che, a causa di queste crisi, la libertà fino ad ora guadagnata non vada perduta, ma possa -anzi- essere aumentata. In questo senso l’anarchia è continua insorgenza, continua insurrezione: necessita lo stare in piedi. Un movimento anarchico è, di conseguenza, pragmaticamente insurrezionale e sincretico (unisce cioè in se aspirazione di libertà e uguaglianza) o non è.

Senza dogmi: lo stesso Bakunin pur definendosi come fanatico amante della libertà, sosteneva che essa senza uguaglianza non esiste, che la povertà è schiavitù. ( M. Bakunin, Libertà, uguaglianza rivoluzione, Antistato, 1976). Attenzione però: non è che con il termine “insurrezione” io intenda qualcosa di simile al barricaderismo ottocentesco. Mi trovo semmai nella scia di Bookchin (Anarchism: past and present in Reinventing Anarchy, again, AK press, 1996) e di Purkis e Bewen (Changing anarchism: anarchist theory and practice in a global age, Manchester University Press, 2004) e mi piace considerare l’insurrezione come un processo perpetuo di lotta che si esprime in reti complesse di individui interessati all’espressione delle proprie differenze e delle proprie immediate libertà, piuttosto che a una impossibile risoluzione finale. In questa rete di espressioni vanno incluse anche, ci piacciano o meno, quelle forme esplosive di rabbia che ogni tanto mandano in frantumi un bancomat o saccheggiano un supermercato.

(continua)

 

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Vedi, amico mio progressista, non lo so se è il mal di testa dovuto al Lagavulin di ieri sera o questo tormentone che ci avete piazzato nel mio cerebro, mia moglie, tu e i tuoi (pochi, lo ammetto, quelli che frequento, ma degni – ogni tanto- di ascolto) accoliti sinceri e democratici e progressisti (che non passano, però, un fine settimana che sia uno in questa città di merda – ti sto dicendo di Milano- neanche a spararli), dell’assoluta necessità di questo voto politico e amministrativo. Non lo so per quale di questi due fottuti motivi mi trovo qui (invece di starmene a letto a leccarmi le scorticature di una serata un po’ troppo conviviale) al tavolo della mia cucina, davanti a un quarto di litro di djimmah (un’arabica etiope monorigine, nessuna miscela, di cui non riesco più a fare a meno), con la testa che mi scoppia e che non riesco più a dormire.Io non ci credo, per niente, alla tua democrazia. Epperò sono qui, davanti al caffè, a sezionare le mie convinzioni, per rispondere al tuo sollecitato dubbio: perchè io, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, penserei di essere più vicino a Proudhon che a Marx? Vedi. C’è una cosa che mi lascia molto perplesso. Tutte le democrazie del mondo, quelle che ti sono tanto care e che il mondo –in buona misura- lo controllano, e che il loro modello raccontano di volerlo esportare, fosse necessario, anche con la forza (dagli USA passando per l’Europa comunitaria e da Israele, fino alla Russia), sono democrazie rappresentative. E il mondo, probabilmente qui sta il nostro disaccordo –il mio sguardo, amico mio progressista, non si ferma alla balaustra del mio balcone, non mi sembra un luogo, non dico ameno, dico appena appena abitabile senza sofferenze e fatiche estreme.

Allora. Immagino, amico mio progressista, che anche se non lo hai letto, conosci (a differenza degli elettori della tua parte avversa) grazie al tuo percorso liceale, Montesquieu. Quindi saprai che nel 1748 Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, pubblica (in forma anonima, che all’epoca era mica comodo come adesso, sai, essere progressiti; poteva anche costarti qualcosa, non dico rinunciare a un week-end, ma la testa magari e sicuro il carcere) il suo capolavoro: lo spirito delle leggi. Sosteneva, nel capo secondo del libro secondo del volume primo, che il popolo che gode del potere supremo è tenuto ad assumersi la responsabilità di fare tutto da solo e affidare a qualche ministro solo ciò che proprio non riesce a fare da solo. Saprai anche che Rousseau, che con Secondat ci aveva commercio e lo aveva letto, respingeva quella che allora era l’unica forma di governo rappresentativo: quello inglese. Sostenendo che il popolo inglese credeva di essere libero, ma lo era solo quando andava a votare, poi, appena eletti i suoi rappresentanti tornava schiavo.

Questa pretesa, da parte di ogni essere umano, di decidere di tutto ciò che lo concerne, sarà la voce libertaria di Kropotkin a sollevarla nell’Assemblea Costituente sul finire del 1917, quando chiedeva che nella Russia rivoluzionaria venisse instaurata una repubblica federale a democrazia diretta. Lenin sorridendo al grande vecchio anarchico con condiscendenza, dirà, mentre le truppe dell’Armata Rossa sciolgono nel gennaio 1918 quella stessa assemblea–, che qualunque persona di buon senso non può non rendersi conto di quale fesseria si tratti pensare che ogni individuo possa decidere di tutto ciò che lo riguarda.

Sai, amico mio progressista, non ti avrei mai detto leninista. Ora. Quando, in Matrix Reloaded, le macchine si avvicinano a minacciare Zion il Comandante Lock, responsabile della difesa, vorrebbe che tutte le navi restassero pronte a difendere la città. Ma il Consiglio gli intima di mandare due navi a cercare la Nabucodonosor sulla quale si trova l’Eletto, sguarnendo così le difese di Zion. Alle rimostranze di Lock che chiede delucidazioni per un comportamento tanto irrazionale, viene risposto dal Consigliere West: “comprehension is not requisite for cooperation”. A interpretare il ruolo del Consigliere West i fratelli Wachowski hanno chiamato uno dei più influenti intellettuali afroamericani viventi: Cornel West. In fondo è comprensibile. Cornel West, che si definisce socialista non marxiano, ha teorizzato, sostenendo di ispirarsi alla filosofia della prassi gramsciana, il pragmatismo profetico. Cioè l’idea dell’attività filosofica come lotta culturale e religiosa per la conquista delle masse. Un po’ assomiglia a quanto va teorizzando anche il buon Vendola. L’idea di mischiare politica e storytelling, di riappropriarsi del mito (magari però senza aver letto Jesi che sennò ci avresti anche qualche remora a giocarci con i miti) e di raccontarcelo da sinistra. Non è bravo Vendola né come i Wachowski, né come West, né tanto meno come Lenin che frequentava sì il pragmatismo, ma senza profezie alcune. Però riesce a creare immedesimazione sentimentale in chi ascolta con chi racconta. Non c’è bisogno che tu capisca. Non c’è bisogno che la prassi di chi racconta corrisponda poi a progetti comuni. L’importante è che chi ascolta la storia provi comunanza di sentimenti, si commuova e che poi collabori.

Vota e non ti preoccupare.

Vedi, amico mio progressista. Per me sono pochi i punti poi attorno ai quali potrei trovare comunanza con te, un programma minimo insomma, però si potrebbe (se metto da parte le mie posizioni estreme). Ecco, stamane davanti al mio caffè, non riesco a dimenticarmi che il difetto dei riformisti – come splendidamente insegna Claude Guillon, è che non riformano mai un cazzo, vedo chiaramente che l’alternativa è tra la rassegnazione e la rivoluzione.

Ho quarantacinque anni e sono benestante. Non so farla la rivoluzione, perchè su quali cazzo di barricate dovrei salire se di barricate qui non ce n’è nemmeno l’ombra. Non c’è anima viva che voglia fare con me la rivoluzione. Certo il buon Proudhon quelle barricate del 1848 aveva dato una bella mano a erigerle, prima di salirci armato di schioppo; in cosa mi sento più appartenete a lui quindi: nella consapevolezza che, quando mai anche ci fosse, la rivoluzione non sarà mai trasmessa in TV.

Per questo coltivo rabbia e passione.

Oggi, rassegnato (che i miei quarantacinque anni me lo permettono), non voto perchè non voglio più ascoltare storie narcotiche. Chissà che tra dieci anni chi oggi ha dieci anni non decida di fare, alimentato da quella mia rabbia e da quella mia passione, l’inventario dei sogni e delle armi.

Leggiti quando e se ne hai voglia

Montesquieu, lo spirito delle leggi, Utet, 2005

Rousseau, il contratto sociale, Einaudi, 2005

Lenin, tutto il potere ai soviet, Gwynplane, 2011

Kropotkin, Scienza e Anarchia, Eleuthera, 1998

Cornel West, la filosofia americana, Editori Riuniti, 1997

Nichi Vendola, c’è un’italia migliore, fandango libri,2011

Claude Guillon, de la revolution, alain moreau,1988

e se lo trovi in qualche biblioteca Robert Pemberton, the happy colony

 

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