Ecco. Adesso ti racconto una cosa che ho scoperto a Lucca.

Premessa. Sono stato ospite, grazie all’intercessione di Paolo Castaldi, di una famiglia stupenda, in una bella casa proprio dentro le mura.

La padrona di casa, ospite premurosissima, cucinava ogni sera per chiunque dei suoi pensionanti e amici si volesse fermare a cena.

Seduto in cucina, sorseggiando una birra e chiacchierando, ho scoperto questa golosa variazione sul risotto con la zucca.

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Ascolta.

Ti fai il risotto con la zucca come lo sai fare. Per quattro, cinque persone.

Io di solito preparo un brodo vegetale leggero. Soffriggo in una lacrima d’olio mezzo porro affettato sottilissimo e ci aggiungo un bel pezzo di zucca (cercatela proprio buona, che ce n’è in giro di quelle che non sanno di niente) che ho fatto a dadini e faccio appassire con un bel bicchiere di vino bianco. Poi schiaccio la zucca, aggiungo il riso, qualche mestolata di brodo e lascio andare il risotto per il tempo che serve.

E qui si inserisce la variazione.

Fai a sctriscioline un etto e mezzo di pancetta affettata sottilissima. Scaldi una pentola antiaderente, ci butti la pancetta e la fai incroccantire nel proprio grasso. Quando è bella croccante la togli dalla pentola e la asciughi con della carta da cucina. Nel grasso ancora bollente ci butti una decina di foglie di salvia, un po’ grosse, e le lasci friggere. Quando ti sembrano belle croccanti anche loro le togli dalla padella e le asciughi. Poi con un buon coltello sminuzzi tutto, pamcetta e salvia.

Assaggi il risotto, lo regoli di sale e scopri che è praticamente pronto.

A questo punto spegni la fiamma e mantechi con una mezza noce di burro e abbondantissimo parmigiano.

Quindi il tocco finale. Quando la mantecatura è terminata ci aggiungi la pancetta e la salvia sminuzzate e dai una rimescolata veloce, spolverizzi di pepe (io ci vado giù pesante) e servi.

Se hai commensali vegetariani Monica consiglia di non friggere la salvia nel grasso della pancetta ma in un filino d’olio e di lasciare pancetta e salvia a parte, in due ciotoline. In modo che ognuno se le aggiunga a piacimento.

Il successo è garantito.

L’ho fatto ieri sera e la famiglia ha apprezzato assai.

Ovviamente ci stappi dietro un rosso delle colline lucchesi.

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Pensa: riusciamo a non farci guastare l’umore nemmeno dalla pubblicazione delle candidature dei premi Gran Guinigi, quella roba che qualche originale gazzettiere ha definito come gli Oscar del fumetto. Appunto.

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Siamo animali strani, noi ippoghigni. Riusciaremo a goderci il sole di novembre, sperando ci sia, e il vino – quello ci sarà di sicuro –  e le mura della città guinigia senza farci guastare la disposizione d’animo da quelle orribili strutture di plastica e alluminio sbatacchiate lì, senza concezione alcuna a deturparne piazze e strade.

Siamo animali strani, noi ippoghigni.  Sul dizionario degli animali fantastici, qualche anonimo amanuense ci ha definito estinguenda specie di lettori paganti. Paganti due volte qui a Lucca. Una per fare il biglietto per passare le forche caudine di quelle orribili strutture e avere così l’accesso a un ammassato e soffocante mercatino di carta stampata magliette spille e cazzabubbole varie. La seconda per portarci via un po’ di quella carta stampata.

Siamo animali strani, noi ippoghigni. Paghiamo per avere il permesso di comprare. E le mostre gratuite, quelle non mercato (ti rendi conto dell’assurdità? Fanno pagare il biglietto per farti entrare in un mercatino e non per andare a vedere delle esposizioni… beh, certo… per alcune delle mostre espositive dovrebbero pagarti loro per fartici mettere piede) le evitiamo sempre come i dibattiti, che altrimenti rischiamo, noi ippoghigni, di ammalarci.

Poi, ormai l’abbiamo capito… siamo teste dure noi ippoghigni ma non è che amiamo rompercela, la testa, e davanti all’evidenza ci arrendiamo: la rinascita del fumetto la dobbiamo alla graphic novel, che, se non abbiamo compreso male, è una categoria merceologica –non mi è ancora chiaro se da edicola o da libreria- come qualsiasi formato del fumetto. Quindi, ovvio. La mostra dove meglio il fumetto stà è quella mercato, le altre servono solo a creare qualche alibi culturale, e agli amministratori di qualsiasi città che non gli piace fare le cose inutili, quelle mostre le tirano via con il culo.

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Siamo animali strani noi ippoghigni. A tutti i raffinati e snobbissimi intellettuali che vengono da ovunque a vendere le loro mercanzie in questa fiera preferiamo la (anche infantile e alle volte stolida) gratuità della mostra di se che fanno i cosplayer e in particolare LE cosplayer. E siamo gli unici noi ippoghigni tra tutti questi intellettuali (che io sappia), a non disdegnare, nel naufragare dell’assembramento lucchese, il sudato  non sempre involontario spalmarsi e sfregarsi dei loro corpi seminudi contro la nostra superbia vestita di tutto punto .

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Mi dispiace un casino di non essere potuto andare a Macerata per l’Overtime Festival. Purtroppo il maledetto lavoro, con i suoi strascichi di sempre, mi ha trattenuto a Milano.

Il lavoro, come dice Philippe Godard (Contro il Lavoro, Eleuthera) funziona meglio della polizia, dei confini e del filo spinato. Tiene ciad cuno al proprio posto.

Si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare.

Così scriveva Nietzsche nella sua campagna contro la morale corrente, cominciata con la pubblicazione di quell’aureo volumetto che è Aurora.Pensieri sui pregiudizi morali.

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Per fortuna Paolo mi ha tenuto aggiornato.

Qualcuna delle foto che mi ha inviato:

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A questo punto posso farti solo una promessa. Ci vediamo a Lucca. Portati fasce e guantoni.

Solo la scena in cui il commissario Bayard incontra Foucault nell’hammam vale tutto il romanzo. Laurent Binet ha scritto un altro gran bel libro. Non rispetta nessuno, li mostra tutti nel mezzo delle secrezioni delle loro debolezze umane, da Barthes a Eco. Per questo non so se uscirà in italiano. Fai uno sforzo e leggitelo in francese.

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Feltrinelli ha appena ristampato Il filo e le tracce, fondamentale saggio di Carlo Ginsburg su verità storica e finzione letteraria. Fossi in te me lo leggerei facendoci seguire il volumone appena edito da Adelphi Paura reverenza terrore sul rapporto che il potere ha con le immagini e il linguaggio. C’è una certa attinenza pure con il soggetto del romanzo di Binet. Anche con il suo precedente HhHH che non mi stanco di consigliarti.

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Saltando di palo in frasca, sai poi l’amore che porto a Mister No. Non hai idea della profonda incazzatura che mi ha causato la lettura di Come un romanzo, centone di smozzicati capitoli prelevati da altre vecchie storie tenuti insieme da intermezzi romanzeschi pessimamente scritti per l’occasione. Noia e dolore. La peggior delusione  a fumetti di questo 2015.

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Intanto che aspetto di ascoltarmi Grey Tickles, Black Pressure di John Grant, il miglior album di quest’anno è At Last for Now di Benjamin Clementine.

Non essere Cattivo, tolto il finale consolatorio, è il miglior film che ho visto in questa seconda metà dell’anno.

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Sta per cominciare il periodo degli spinaci. Quelli novelli li trovi già in giro.  Buonissimi crudi in insalata con scaglie di grana e un filo d’olio. Ma anche pratici per risolverti un piatto veloce, ci metti massimo un quarto d’ora dal bollore dell’acqua, e gustoso.

Metti su l’acqua per la pasta. In un padella antiaderente fai diventare croccanti due etti di guanciale a dadini, senza condimenti, fallo soffriggere nel proprio grasso. Lava gli spinaci novelli, due etti e mezzo, tre, quello che vuoi. Fanno volume e sembrano tanti, ma dopo passa. Poi tagliali grossolanamente.

Quando l’acqua bolle, salala e butta la pasta. Corta. Cinque minuti prima di scolare aggiungi gli spinaci novelli (come fai di solito quando prepari gli strascinati con le cime di rapa). Scola tutto bello al dente e butta in padella con il guanciale. Una bella grattugiata di grana o pecorino (a seconda del tuo umore) e poi fai saltare. Regola di pepe e servi.

Accompagna con del negroamaro rosato, giovane (vendemmia 2014) e ghiacciato.

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Lo spirito più forte tra tutti gli animali ce l’hanno i lupi. Subito dopo vengono i cani. E non dicano niente gli umani che dividono la vita con i gatti. Non c’è proprio storia. Lo spirito di ogni cane segue per sempre le persone con cui ha diviso la strada della propria esistenza. Invidio a chi non ha mai avuto un cane l’ignoranza di quel dolore (che spezza le vene) che causa la scomparsa del proprio compagno a quattro zampe. Non la morte, quella è un fatto biologico cui siamo destinati tutti, ma l’assenza che resta. All’inizio intollerabile. Tollerabile solo dopo, quando vedi (devi guardare forte, nelle   notti più chiare) la presenza dello spirito del tuo cane al tuo fianco.

Il 12 agosto Mirtilla ha deciso di restare per sempre a Paname. Ho uno spirito in più che mi protegge, lo so, ma non riesco a far smettere questo maledetto dolore e non riesco a smettere di piangere.

Brindo  con il vino migliore che ho trovato alla mia splendida setter irlandese che ha condiviso con la nostra famiglia zingara 11 meravigliosi anni. 

  
  Non ti dimenticheremo mai piccola. 

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