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Roma, Fiumicino. Aeroporto Leonardo da Vinci. Voli nazionali. Arrivi. E da Milano siamo arrivati  a Roma in prima sera. Infatti. Sono passate da poco le nove.  Uno squallido deserto di sughero plastica acciaio e pavimenti resilienti. Tutto vuoto, tutto chiuso, tutto provincialmente buio e silenzioso. Unici movimenti, quasi promesse di vita futura, che qui intanto, al terminal 1, non ce n’è: i led dei tabelloni che indicano i prossimi arrivi e le prossime partenze. Guardo l’orologio per sincerarmi di non essere in assurdo ritardo e magari in un luogo sbagliato, magari sono le tre del mattino a Orio al Serio e non le nove di sera nel più grande aeroporto di Roma, che se non ricordo male, di questo paese è la capitale. Ma. Sembra che se ne siano andati tutti a dormire. Trovare un cazzo di qualcuno, una stizzosissima impiegata Alitalia, per esempio, incrociata per caso, a cui chiedere dove dobbiamo andare per prendere il volo delle 00 e 50 per Addis Ababa, beh! Trovare qualcuno così, che ti tratta pure male perché se è lì, in mezzo a un tale silenzioso squallore che nemmeno mai a Linate ti ci sei trovato immerso in uno simile;  non ci sta certo lei, lì, per dare informazioni a te; trovare qualcuno così, dicevo, è impresa degna già di un esploratore.

Alla fine questa stizzosissima responsabile di solo lei sapeva cosa, ci dice di andare al terminal 3. Come andarci non rientra nelle sue intenzioni, e probabilmente competenze, spiegarcelo. Non ho voglia di incazzarmi. Ce lo cerchiamo da soli il terminal 3, di tempo ne abbiamo. Quasi. Eppoi, dico a mio figlio,quello grande, vedrai che di là, nell’altro terminal, questo dannato numero 3, che è quello dei voli intercontinentali, ci saranno e luci e negozi e anche pure l’imbarazzo di scegliere dove andare a mangiare.

Invece.

Al terminal 3 tutto più chiuso che all’1. Nessuno. Niente. E non saranno ancora le 22,00. Rassegnati passiamo la dogana. Di là, continuo a illudermi, al Gate G14 dove dobbiamo imbarcarci, qualcosa di aperto ci sarà, visto che partono ancora un bel po’ di voli. Per arrivarci, al Gate G14, bisogna prendere una navetta su monorotaia che sembra uscita da Battlestar Galactica.

Lì, all’ imbarco, tutto chiuso e tutto spento. Anche il bar, dove c’è solo una signora laconica che lava i pavimenti e mi fa cenno di stare attento a dove è ancora bagnato. Eppure di gente all’imbarco per il volo 703 Ethiopian Airline Roma – Addis Ababa ce n’è alquanta.

Quando aspetti, e hai tanto tempo da aspettare, alla fine chiacchieri con chiunque. Ho insegnato a mio figlio, per la sua sicurezza personale, a non rivolgere parola e a tenersi a una distanza di almeno 200 mt da chiunque  indossi abiti o ammennicoli sacerdotali. Dai preti, insomma. Ma. Due grassi e simpatici missionari, ci attaccano bottone. In mia presenza a quella regola si può derogare. Così il racconto della loro vita spesa a raccatar anime cui insegnare a leggere, per farglielo poi credere, il vangelo,  ci fa trascorrere  senza particolare noia il tempo fino all’imbarco. Alla fine, senza cena ma sazi di storie d’Africa – sanno affabulare i missionari, mica come i previtoccoli da messa fissi nelle parrocchiette delle nostre provincie- saliamo sull’aereo, e all’una e trequarti circa, noi in economica e loro, i signori missionari, in business, decolliamo.

Dormire, oltretutto con la pancia vuota, è difficile in economica. Ma siamo gente allenata, la mia famiglia e io, alle peggio condizioni di viaggio. Siamo quasi riposati quando il mattino dopo –alle sette circa-, fatta la violentemente profumata colazione che servono sull’aereo, avvistiamo dal finestrino lo sterminato altopiano di Addis Ababa.

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Ho letto da qualche parte che Kapuscinski sosteneva non esistesse posto al mondo di cui avrebbe potuto dire di volerci restare per sempre. Di posti da cui desiderare di non muovermi più, io invece, ne ho almeno tre o quattro: un angolo precisissimo della salita Mandrella a Sestri Levante, il tavolo di un bar à vins in Rue Clement a Parigi, una vecchia taperia a La Curuna e un chiosco di birra lungo la Vistola a Varsavia.

Lo sai che non è mia intenzione fare paragoni. Voglio solo farti capire una cosa: che tutto quello che faccio, compreso il viaggiare, lo faccio perché devo. Non faccio nulla per scriverne, nemmeno kerouachianamente solo per me. Se vado da qualche parte è perché ci devo fare qualcosa o perché qualcosa, come Erodoto voglio verificarla di persona.

Tienilo presente allora. Come lo avevo presente io. Quando sono atterrato ad Addis Ababa l’ho fatto perché dovevo, non perché poi volevo raccontartelo. Te lo dico questo perché ci tengo che sia chiara una cosa. Per tutti i veri viaggiatori partire è doloroso e straordinario allo stesso tempo. Per me solo faticoso. Un vero viaggiatore le migliaia di sagge ragioni per non partire le ha già valutate  e messe da parte al momento del decollo. A me venivano invece in mente tutte lì, quella mattina alle sette e mezzo, all’aeroporto internazionale di Bole, mentre ero in un’eterna fila per il visto d’ingresso. E, ti giuro, non riuscivo a metterle da parte. Anzi ne trovavo sempre di più convincenti per lasciare lì tutto e tornarmene a casa. Eppure, con il mio bel timbro sul passaporto, ho varcato la dogana, riunito la famiglia, raccolto le valigie e, attraversato il più brulicante dei terminal, siamo usciti. Non so se mia moglie e mio figlio, quello grande, stavano prendendo, come me, nota mentale delle prime impressioni. Devo dirti che, dopo gli odori della colazione servita sull’aereo, la cosa che più ti colpisce è la luce.  Ci ho messo almeno due giorni ad abituarmici, alla luce dell’equatore.

Caffetterie: ce n’è da non riuscire a contarle ad Addis Ababa, e non hai che l’imbarazzo della scelta se, discendendo Churchill Avenue oppure Bole Road, hai voglia di un caffè. E’ una splendida, inoltrata, mattina di mezzo aprile. Il sole, come sempre per l’inclinazione e per l’altezza (Addis è a più di 2400 mt), anche se non mi da fastidio, lentamente mi cuoce la faccia, mentre me ne sto seduto ad aspettare che il tempo passi in una caffetteria, la solita, di Ras Desta Damtew Street. Davanti ho una tazza gigante di nero e profumatissimo yirgacheffe. Nelle orecchie ho Kezebiye di Teddy Afro che suona su un improbabile stereo da dentro il locale.

Intorno, indescrivibile contraddittoria e bellissima, ho l’Africa. Ancora non lo so, ma proprio questo è amore.

4844233-Oslo_Cafe_Addis_Ababa_EthiopiaCapita che a me, lo sai, quelli che campano scrivendo (e si inventano tutti che il dove scrivere non confligge con il cosa scrivere), questi tipi qui, pronti a vendere le proprie parole e spesso a venderle anche male (senza curarsi – mentitori- che vendere le parole è come vendere le idee; scusa con cosa le esprimi le idee se non con le parole?), capita insomma che a me questi tipi qui, e massimamente quelli che tra questi tipi qui fanno gli scrittori di racconti e di romanzi e di fumetti, non mi piacciono proprio. Certo. In mezzo a questa guasta umanità che mi disgusta, faccio anche qualche distinguo. E’ una questione, di solito, di sintassi. Quelli che scrivono e raccontano bene tutto sommato, se non sono troppo preso dalla vita o dal mondo, riesco anche a frequentarli. Non fraintendermi adesso. Non ci esco a cena e non ci dormo assieme (per quanto con qualche scrittrice…). Capiscimi. E’ leggerli, quello che mi riesce di fare.

Uno di questi tipi che ogni tanto frequento, per esempio, è Riccardo Bacchelli. E cosa centra Bacchelli con l’Etiopia, dirai, e soprattutto con il mio viaggio.

Aspetta. Adesso te lo spiego. La sua prima cosa che ho letto, che mi avevano raccontato fosse un romanzo storico sull’ultima parte della vita di Bakunin, è stato Il diavolo al Pontelungo. In realtà, come scoprii e come tu sai, è una feroce borghesissima coglionatura sia di Bakunin sia degli anarchisti emiliani del diciannovesimo secolo. D’altra parte bisognava pur passarle in qualche modo le maglie della censura fascista: vuoi parlare degli anarchici? Sfottili.

Fosse stato solo per quella sottile ironia, tipica di chi ha una vita noiosissima (ti dirò, leggendo Oggi domani e mai  e confrontandolo chessò, non dico con la roba di un Remarque o di un Cendras… nemmeno con quella di un Lussu, ma al limite con quella di un Jahier persino; ecco uno da quel confronto si fa l’idea che pure l’esperienza bellica di Bacchelli sia stata una cosa da impiegatuccio sabaudo), il libro l’avrei gettato nel cassonetto; ma gli è che è scritto con una tale cazzo di bravura che ti scorre via e nemmeno ti accorgi che stai buttando tempo nella più insulsa delle occupazioni umane: la lettura.

Anzi, se ti capita, la reiteri pure quella cosa lì assurda che è la lettura. Così ti capita tra le mani un libro che per il titolo mai avresti nemmeno degnato di uno sguardo. Ma firmato da Bacchelli lo leggi invece.

Mal d’Africa. Si intitola. E racconta la storia ironica e reinventata di un personaggio esistito veramente: certo Gaetano Casati esploratore. Questo Casati scrisse un libro, Dieci anni in Equatoria, che purtroppo nonostante il titolo bellissimo, non sono ancora riuscito a leggere. Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo aver letto il romanzetto bacchelliano mi ero vieppiù convinto che il mal d’Africa fosse un invenzione di quella falsa letteratura tanto detestata da Rimbaud.

E Rimbaud era uno che di Africa e di letteratura se ne intendeva.

La conosci quella storia, sconfinante nella leggenda, per cui Rimbaud avrebbe venduto a Menelik una partita di ottimi remington, che ebbero –raccontano alcuni con piglio da sceneggiatori di fumetto- il loro bel peso nella vittoria abissina di Adua. Peccato che la battaglia di Adua avvenne nel 1896, quando Rimbaud era già morto da cinque anni. La conosci e sai che è una bubbola, perché la cattiva letteratura la fanno, per quanto bene sappiano scrivere, gli scrittori impiegati: fino a farti credere, con la loro fottuta impiegatizia ironia, che il mal d’Africa è un invenzione. Che qualche dubbio comincerai ad averlo quando leggerai le lettere dall’Africa di Rimbaud, e le leggerai solo perché con i disegni di Hugo Pratt, e scoprirai che il mal d’Africa esiste, esiste eccome.

Ancora non lo sai, perché questo lo scoprirai quando il sole d’Africa ti cuocerà la faccia, ma è come se fosse amore.

 

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C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

La sentivo tutte le volte che mia nonna arrivava, secondo lei doverosamente, a riportare ordine nella sfrenata confusione di noi bambini. Che cos’è questo ambaradan?! Ci gridava diventando improvvisamente minacciosa di incredibili (nel senso che noi non ci credevamo proprio) punizioni se non avessimo subito smesso di fare il casino che facevamo.

C’era questa parola. E cazzo se mi piaceva.

AMBARADAN.

Aveva un forte sapore di formula magica e mi sembrava indicare bene l’esuberante vitalismo dei nostri giochi. Non sapevo allora che quella parola –cazzo se mi piaceva –era sì una formula magica, ma di ben altra natura. Una parola entrata, sul finire degli anni trenta, nella nostra lingua da un paese molto lontano. MEDIAZIONE linguistica necessaria perché quella generazione che del vero significato di quella parola aveva la responsabilità (la generazione di mia nonna) potesse continuare a credere di essere quella “brava gente” che non era mai stata e che, così ipocritamente, ci piace credere, a noi italiani, di essere. Probabilmente questa assurda credenza, di essere cioè brava gente, è spiegabile (come fa –nel capitolo 7 in cui affronta l’umana tendenza a credere al falso- Lewis Wolpert in quel bellissimo libro che è Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze, Codice edizioni) con il fenomeno della confabulazione, cioè quel fenomeno che porta i malati di mente a costruirsi falsi ricordi. Un’allucinazione collettiva, tutta italiana, che ci permette la sopravvivenza. Maestri di COMPROMESSI, senza sensi di colpa, incapaci di guardare in faccia la propria natura e la propria storia, quegli italiani che vorrebbero superata (senza mai averci fatto veramente i conti) la dicotomia tra fascismo e antifascismo, in quegli anni avevano evitato di fare i conti con i crimini del colonialismo fascista, e continuato quindi a (soprav)vivere sereni, grazie a quella parolina.

AMBARADAN.

L’Amba Aradam è un altopiano dell’Endertà, a sud di Macallè. Con i suoi otto chilometri di lunghezza chiude la strada verso il cuore dell’Etiopia e verso Addis Abeba. Ai primi di febbraio del 1936 la più forte armata Etiope, agli ordini di ras Mulughietà, è concentrata qui. Il dieci di febbraio il III e il I corpo d’armata Italiani iniziano l’avanzata a tenaglia verso l’Amba. Cinque giorni di massiccio bombardamento da parte dell’artiglieria italiana (23000 proietti di cui 1367 caricati ad arsine), attacchi italiani e contrattacchi abissini. Poi lentamente l’armata etiope si ritira. L’aviazione italiana tramuta quella ritirata in rotta, grazie soprattutto ai bombardamenti con l’iprite. Il quindici febbraio gli alpini della Pusteria salgono per primi sull’altopiano, dove una volta accertatisi della completa assenza di nemici, lasciano il campo alle camicie nere e agli operatori dei cinegiornali Luce che ne possano filmare il sicurissimo assalto finale.

Fin qui la battaglia (ti consiglio se vuoi approfondire il bellissimo libro di Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935 -1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, da poco ristampato da Einaudi). Se metti da parte il fatto che gli stronzi invasori eravamo noi – che tanto riusciamo a metterlo da parte sempre, anche attualmente – e la nostra ipocrisia nel voler negare l’utilizzo dei gas (solo nel 1996, il 7 febbraio per l’esattezza, il governo italiano, nella persona del ministro della difesa generale Corcione, ammetterà – con grande scorno del negazionista Montanelli- l’impiego di bombe d’artiglieria e di proiettili d’aereo caricati a iprite e arsine nella campagna d’Etiopia del ’36; mi perdonerai se ti rimando alla nuova introduzione di Del Boca per il volume della Laterza Le guerre coloniali del fascismo); se metti da parte queste cose, quella del febbraio 1936 è da considerare come un’azione di guerra.

Il genio italico, sempre pronto a flaianeggiare (sì, li detesto gli ipocriti aforismi di Flaiano) con tutto, trasforma una battaglia costata sei/settemila morti in una “allegra confusione”. Questo significherebbe secondo tutti i vocabolari la parolina ambaradan.

Fosse tutto qui. Mi limiterei a definirla una metafora non molto pertinente. Dovuta alla nostra precipua incapacità di fare veramente i conti con la storia, da cui nascono purtroppo anche i successi di pessimi libri come le tante storie d’Italia e dei cazzi suoi vari dei Montanelli Petacchi Pansi e Vespe. E merde varie.

Ma c’è una complicazione.

Sull’ Amba Aradam le cose non finiscono qui.

Il 9 maggio 1936 Benito Mussolini proclama l’Impero. Qualche giorno prima, il 5 maggio -giorno dell’ingresso di Badoglio in Addis Abeba– il Duce aveva annunciato la fine di quella che passerà alla storia come la guerra dei sette mesi.

Mentre nel solito arengo su cui si affacciava palazzo Venezia, quello della omonima piazza, che l’arengo di Foro Mussolini –nonostante lo splendido progetto di Luigi Moretti- non si era potuto fare perché tutti i soldi erano andati nella guerra di conquista dell’Etiopia, Mussolini definiva l’impresa coloniale etiope un realizzato “Impero di pace”, intere regioni di quel paese erano ancora controllate dagli abissini, e la guerra continuerà ferocissima fino al 24 febbraio 1937. Data in cui l’esercito italiano, sotto il comando di quel CRIMINALE di Rodolfo Graziani, viceré, sconfiggerà uccidendolo, ras Destà, ultimo alto comandante di quella parte dell’esercito etiope non ancora sottomessosi.

Certo. La guerra di conquista si chiudeva qui. Ma iniziava la guerra di occupazione, che durerà fino a tutto il 1939. Non è mio compito né mia intenzione tenerti qui una lezione di storia coloniale (ti rimando all’esaustivissimo e INDISPENSABILE libro di Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, 2008). Voglio tornare sull’Amba Aradam. Vediamo di riassumere in fretta i fatti che ci riporteranno lì.

Qualche giorno prima, il 19 di febbraio, Rodolfo Graziani era sfuggito a un attentato dinamitardo proprio ad Addis Abeba. L’attentato aveva fatto 7 morti. La reazione italiana, fomentata dal segretario del fascio di Addis Abeba Guido Cortese, durò tre giorni. Durante i quali fu compiuta una strage efferata degli abitanti di Addis Abeba. Un vero e proprio pogrom, come lo ha definito Giorgio Rochat (Guerre italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari 1921-1939, Pagus,1991), durante il quale furono uccisi, secondo la cauta stima di Del Boca, almeno 3.000 etiopi.

Questo è l’inizio. Con cui Graziani scatena la guerra di occupazione. Tra marzo e giugno 1937, con piena soddisfazione di Mussolini e del razzistissimo ministro dell’AOI Alessandro Lessona, fu perpetrato dall’esercito italiano un vero e proprio genocidio dell’etnia amara. Condotto con un rigore scientifico mirante alla completa distruzione di quell’antica cultura. Furono perseguitati e sistematicamente eliminati cantastorie, indovini, stregoni, monaci, preti.

Probabilmente a te, mio caro lettore pacificato che capiti qui alla ricerca di chiacchiere sui fumetti, il nome di Debra Libanos, non avendolo mai incontrato nelle avventure di Tex o di Zagor, non dice niente. Te lo dico io: Debra Libanos è uno dei luoghi più sacri della chiesa copta, una delle culle della cultura amara. Sembra, dall’inchiesta del colonnello dei carabinieri dell’AOI Azzolino Hazon, che in questo monastero avessero trovato rifugio due degli organizzatori dell’attentato a Graziani. Il 20 maggio 1937 il generale Pietro Maletti fa fucilare duemila persone, fra monaci, preti, diaconi, bambini. Pensa. Questi duemila religiosi assassinati non compaiono in nessuno degli elenchi di martiri della cristianità tanto cari ai Socci di turno. Sarà che erano negri? Sarà che bisognerebbe ammettere che anche se i soldati che mitragliarono quei monaci erano quelli del 45° battaglione mussulmano, a comandarne l’azione fu un generale cattolicissimo?

Insomma. Come vedi niente da invidiare ai nazisti, anzi, qualcosina gliela abbiamo pure insegnata.

Sappi mio carissimo che le vittime somale, eritree e etiopi dell’occupazione italiana dell’Africa Orientale furono 300.000, e 200.000 le vittime di Cirenaica e Tripolitania. Lo sai quanti anni è durato l’Impero? Dal maggio 1936 all’aprile 1941. Cinquecentomila morti in cinque anni. Un bel record. Non te lo hanno mica insegnato a scuola, vero? Nemmeno sui giornaletti, vero? Se nel 1945, nonostante le denunce Etiopi, non fu istituita una Norimberga per i crimini italiani in Africa, fu solo perché le nazioni bianche vincitrici della seconda guerra mondiale non potevano permettere (sarebbe stato come mettere sotto processo tutto il colonialismo) che un paese africano si ergesse a giudice di uno europeo.

Adesso però facciamo qualche passo indietro. E’ ora di tornare sull’Amba Aradam.

L’efferatezza dell’occupazione italiana contribuì a rinvigorire la ribellione. A metà agosto del 1937 le popolazioni del Goggiam insorgono in armi. Ben presto tutta l’Etiopia sarà percorsa dalla guerriglia antiitaliana. Fino al crollo dell’impero.Tra i capi degli arbegnouc, così venivano chiamati in amarico i partigiani, si distinse Abebe Aregai.

Pur non amandone lo stile di scrittura (del quale mi infastidiscono i troppi cedimenti lirici, un uso irresponsabilmente dannunziano della metafora e la fascinazione per l’aggettivo gratuito) devo confessare che il mestiere di Paolo Rumiz lo invidio proprio. Ma proprio tanto. Girare il mondo, raccontarne il come e il perché e riuscire pure a farsi pagare. Ho cominciato a leggerlo, Paolo Rumiz, spinto dal mio carissimo amico Alberto Bonanni, che mi consigliò, credo fosse il 2003 o giù di lì, con un entusiasmo al quale non seppi resistere, il volume E’ oriente. Oggi Paolo Rumiz è l’unica firma per cui leggo la Repubblica.

Di certo dal 22 maggio 2006, quando ho letto, proprio sulla reppa, un suo articolo sulla strage di Zeret. Da quel momento mi ha preso una specie di ossessione per la storia coloniale italiana e per l’Etiopia in particolare. La scoperta dei documenti della strage di Zeret la dobbiamo a Matteo Dominioni, durante le ricerche per la sua tesi di dottorato sull’occupazione italiana dell’Abissinia, che oggi puoi leggere nel suo libro di cui già ti ho parlato.

La rivolta delle popolazioni goggiamite inizia il 14 agosto 1937. Una formazione di 300 ribelli attacca e sconfigge la colonna del capitano De Beaumont. In meno di due settimane la rivolta si estende a macchia d’olio. Aiutati dalla stagione delle piogge gli etiopi tengono in scacco la rete dei presidi italiani della regione, impossibilitati a ricevere rinforzi per l’impraticabilità delle strade dovuta al fango. Uno dei capi di questa insurrezione è Abebè Aregai. Era il capo della polizia di Addis Abeba prima dell’invasione italiana. Quando gli italiani occuparono la capitale si ritirò con soli dieci uomini nel nordest del paese, dove in poco tempo riunì un discreto esercito. Tenendo posizione sul Menz, condusse una serratissima e indomita guerriglia fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1939, quando muore il leggendario Olona Dinkel (altro capo partigiano), Abebè Aregai diventa il leader incontrastato della resistenza etiope, tanto che nel 1941, dopo la cacciata degli italiani e il ritorno del Negus, diverrà Ministro della Guerra e poi Primo Ministro.

Per reprimere la resistenza goggiamita Graziani dispone bombardamenti quotidiani per tutto novembre 1937. Con frequente uso dei gas. Però non sortisce alcun effetto, la guerriglia degli arbegnuoc non si arresta. Nel mese di dicembre Graziani ordina rastrellamenti e fucilazioni. Ma la guerriglia nel Goggiam non cessa. La pacificazione dell’impero non è raggiunta. Né lo sarà mai.

Il 7 dicembre vicino a Mancit avviene il più grosso combattimento campale di tutta la guerra d’occupazione. Gli uomini di Abebè Aregai, a costo di ingentissime perdite, respingono l’avanzata italiana nel cuore dei territori ribelli. Per rappresaglia gli italiani ipritano la zona. Ma neppure questo piega Aregai e i suoi uomini.

Per farla breve.

Mussolini licenzia Graziani. Nel 1938 gli subentra Amedeo di Savoia. Tutto sommato, dicono, un uomo decente. Il duca d’Aosta intavola, pur non interrompendo le azioni militari, trattative con Abebè Aregai per una soluzione pacifica della ribellione. Ma nei primi mesi del 1939 viene come messo da parte dal fascistissimo generale Ugo Cavallero, comandante delle forze militari italiane in Africa Orientale. Tra il 14 e il 27 marzo gli italiani attaccano i territori ribelli, l’aeronautica bombarda sganciando più di 70 quintali di esplosivo, i rastrellamenti non si contano. I ribelli si ritirano. Il 30 marzo l’aeronautica avvista un gruppo di arbegnouc –in realtà un reparto di salmenterie, composto per lo più di donne e bambini- in fuga sull’Amba Aradam. Una colonna italiana si mette all’inseguimento. I fuggiaschi si rifugiano in una grotta nei pressi del villaggio di Zeret, e resistono per due giorni all’assedio italiano. 4 battaglioni coloniali italiani non riescono a espugnare la grotta. Da Massaua viene inviato un reparto chimico. La grotta è bombardata con iprite e arsina. Un inferno. Gli etiopi superstiti decidono di arrendersi.

Vengono mitragliati, sotto il comando del colonnello Sora, a gruppi di cinquanta sul ciglio di un burrone. Il numero complessivo degli uccisi, secondo la stima di Dominioni, si aggira tra i 1200 e i 1500. La più efferata e brutale, non furono risparmiate donne e bambini, delle stragi compiute dall’esercito italiano in Etiopia, è avvenuta sull’Amba Aradam.

Ecco perchè ci abbiamo una parolina noi, nel nostro vocabolario, che usiamo per indicare una allegra confusione. Ambaradan. Viene da lì. Occorre strapparla alla mediazione della nostra facile coscienza di fottutissima “brava gente”. Per ridarle, nei limiti di quel che possiamo, tutto il peso che merita.

Perché oggi, dobbiamo tutti sentirci arbegnouc braccati, da un potere che non aspetterà nemmeno di avere sterminato i nostri residui diritti e la nostra libertà, per mettere in burletta la nostra strage. Lo sta già facendo. Il problema è che siamo noi stessi a riderne.

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