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Mi dici: “Bella cosa se potessimo fare a meno del governo. Ma ne saremmo davvero in grado?”

Forse la miglior risposta a questa domanda possiamo darla esaminando attentamente la tua vita. Che ruolo ha il governo nella tua esistenza? Quale aiuto ne hai ricevuto? Ti ha per caso sfamato, ti ha vestito, ti ha dato protezione? Hai avuto bisogno del governo per trovare lavoro o per divertirti? Quando sei malato chiami un medico o un poliziotto? Il governo può aggiungere anche un solo grammo di qualcosa alle abilità di cui ti ha dotato la natura? Può forse salvarti dalla malattia, dalla vecchiaia, dalla morte?

Se consideri la tua vita quotidiana ti accorgerai che in realtà il governo non ne è un fattore determinante, eccetto quando comincia a interferire con le tue faccende private. Quando ti obbliga a fare certe cose e ti proibisce di farne altre. Per esempio ti obbliga a sostenerlo pagando le tasse, che tu ne abbia l’intenzione o meno. Ti obbliga fare il servizio militare. Invade la tua vita personale, ti da ordini, ti obbliga, ti prescrive come comportarti e generalmente ti tratta a suo piacimento. Ti dice sempre quello che è opportuno pensare e ti punisce se pensi o ti comporti diversamente. Ti da le direttive su quello che puoi mangiare e bere. Ti imprigiona o addirittura ti condanna a morte se disobbedisci.

Ti domina e comanda in ogni momento della tua vita. Ti tratta come un ragazzino irresponsabile che a bisogno della forza per rigare dritto, tuttavia appena sbagli la responsabilità è solo tua.

Considereremo più tardi i dettagli della vita in una società anarchica e vedremo quali sono le istituzioni che potrebbero esservi realizzate, quali potrebbero essere le loro funzioni e che effetti potrebbero avere sugli uomini. Al momento la priorità è accertarci se questa condizione di vita è realizzabile, se l’Anarchia è praticabile.

Come è oggi la vita di un uomo medio? Trascorre la maggior parte del tempo a lavorare. E’ così impegnato a guadagnarsi da vivere che quasi non ha tempo di vivere, di godersela la vita. Non ne ha il tempo, ma nemmeno il denaro per farlo. Può ritenersi fortunato se ha un qualche tipo di entrata fissa, uno stipendio, un lavoro. Il rischio della disoccupazione è altissimo; a migliaia perdono il lavoro ogni anno, in ogni paese. In un attimo niente più reddito, niente più salario. Cosa che porta con se preoccupazioni, privazioni, disagio, disperazione, addirittura il suicidio. Oppure che si traduce in povertà e, conseguentemente, in criminalità.

Per alleviare la povertà si costruiscono mense per i poveri, dormitori, ospizi, tutto con l’apporto delle tue tasse. Per prevenire il crimine e punire i criminali sei ancora tu, con le tue tasse, che finanzi polizia, magistratura, avvocati, penitenziari e secondini. Riesci a immaginare qualcosa di più insensato e non pratico di questo? I parlamentari fanno le leggi, i giudici le interpretano, i magistrati le rendono esecutive, i poliziotti le applicano indagando e arrestando i criminali e alla fine i secondini li prendono in custodia. Innumerevoli persone e istituzioni sono impegnate a impedire a chi è senza lavoro di rubare e a punire chi ci prova. Appena costui finisce in prigione viene provvisto dei mezzi minimi di sussistenza, un letto un pranzo e una cena, per procurasi i quali aveva infranto la legge. Al termine della sua breve o lunga pena è rimesso in libertà. Non trova lavoro e ricomincia a delinquere. Viene arrestato e finisce di nuovo in prigione. Questa è una rozza ma tipica dimostrazione della stupidità e dell’inefficienza di questo sistema basato sui concetti di legalità e governabilità.

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Non è strano che molta gente immagini non sia possibile fare ameno del governo, quando in realtà la nostra vita quotidiana non ha con esso niente a che vedere, non ne abbiamo bisogno e anzi la legge e il governo ci sono solo d’intralcio?

“Ma scusa – mi ribatti- come potremmo avere ordine sociale e sicurezza senza la legge e il governo? Chi potrebbe proteggerci dai criminali?”

La verità è che ciò che chiami legge e ordine è in realtà il peggior disordine, come ti ho dimostrato nel capitolo precedente. Tutto l’ordine e la pace di cui godiamo li dobbiamo al buon vecchio senso comune e agli sforzi congiunti delle persone comuni, nonostante il governo. Hai per caso bisogno del governo per sapere che non ti conviene stare fermo davanti a un’auto in corsa? Hai bisogno di qualcuno che ti dica di non buttarti giù dal ponte di Brooklyn o dalla torre Eiffel? L’uomo è un animale sociale: non può restare da solo, vive in comunità o in società. Sono il mutuo aiuto e gli interessi comuni a fornirci conforto e sicurezza. Dato che questa collaborazione è libera e volontaria non ci serve nessuna costrizione governativa. Di solito si frequenta un’associazione sportiva o si suona in un gruppo per soddisfare le proprie naturali inclinazioni, e si collabora con gli altri senza costrizione alcuna. Lo scienziato, lo scrittore, l’artista e l’inventore cercano la propria realizzazione grazie all’ispirazione e al lavoro di gruppo. I loro impulsi e bisogni sono le loro urgenze: l’interferenza di un governo o di qualsiasi autorità può solo intralciare i loro sforzi. Non può non esserti evidente come siano, per tutta la vita, i bisogni e le inclinazioni delle persone a portarli ad associarsi per mutuo aiuto e protezione. Questa è la differenza tra il governare le cose e il governare gli uomini; tra fare qualcosa per libera scelta e farlo perché costretti. E’ la differenza tra libertà e costrizione, tra anarchismo e governo, perché anarchismo significa cooperazione volontaria invece di partecipazione forzata. Significa armonia e ordine in luogo di interferenza e disordine.

Quindi non chiedermi chi ci proteggerà dal crimine e dai criminali, chiediti invece se il governo ci protegge davvero. Non è piuttosto il governo a creare e sviluppare le condizioni in cui prolifera il crimine? Non sono l’invasività e la violenza su cui poggiano i governi ad alimentare lo spirito di intolleranza e persecuzione, di odio e di nuova violenza? Il crimine non cresce proporzionalmente alla povertà e all’ingiustizia sociale perpetrata e difesa dai governi? Non è il governo stesso il più grande dei crimini e delle ingiustizie?

Il crimine è il risultato di condizioni economiche, della disuguaglianza sociale, di tutto il peggio e il male di cui governi e monopoli sono i generatori.

La legge e i suoi sgherri si limitano a punire i criminali, non si preoccupano certo di curare o prevenire il crimine. Perché l’unica cura reale per il crimine sarebbe abolirne le cause, e questo nessun governo potrà mai farlo dato che viene messo lì per preservarle. Il crimine può essere spazzato via solo cancellando le cause che lo originano. Il governo questo non ha interesse a farlo.

Realizzare l’anarchia significa cancellare quelle cause. I crimini derivanti dall’oppressione e dall’ingiustizia, dalla diseguaglianza e dalla povertà, insomma: la stragrande maggioranza dei crimini, sparirebbero se ci fosse l’anarchia.

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Certi altri crimini, certo, persisteranno per qualche tempo, come quelli che nascono dalla gelosia, dalla passione e dallo spirito di coercizione e violenza che domina il mondo attuale. Ma anche questi, frutti dell’autorità e della proprietà, scompariranno gradualmente una volta che saranno state eliminate le condizioni e l’atmosfera culturali in cui trovano terreno fertile.

(traduzione mia)

bookcover.phpNon ricordo quando, né dove, ma qualcuno mi ha raccontato questa specie di leggenda su Bakunin.
Ci troviamo probabilmente nel 1870, settembre. La Francia di Napoleone III è stata pesantemente sconfitta dalla Prussia. La crisi è gravissima. Bakunin sta attraversando in treno, diretto a Lione (dove spera di accendere la rivoluzione), la campagna francese. Dal treno vede un gruppo di contadini che agitando in aria forconi e altre armi improvvisate si dirigono da una qualche parte con aria evidentemente inferocita.
Intendiamoci. In quei giorni di motivi per essere incazzati ce ne erano, eccome.
Senza pensarci due volte, Bakunin salta giù dal treno alla prima stazione e raggiunge il gruppo di contadini. Si mette in marcia con loro, mettendo a loro totale disposizione la sua esperienza (notevole) in fatto di rivolte e insurrezioni. Solo a strada ben inoltrata gli balenò l’idea di chiedere perché e contro cosa protestavano.
In fondo la cosa più importante è ribellarsi.

Siamo in trattoria. A Roma, durante la tre giorni di Critical Comics. Serve ai tavoli una ragazza che sembra la Gloria Guida di Avere Vent’anni. Mi perdo nell’amatriciana che mi ha appena portato, avrebbe potuto servirmi qualunque cosa e l’avrei trovata ottima; e tu mi trascini dalle necessarie considerazioni sulla bellezza ontologica di un sugo come l’amatriciana a una discussione sul significato del dirsi anarchici.

tumblr_mjkj2cMwQK1qm954lo1_500Allora facciamo a capirci.
Il problema è che per te è difficile liberarti dal pregiudizio della retorica democratica e, se appartieni alla parte migliore di quell’umanità che accetta il giochino parlamentare, quella parte con cui val la pena discutere, ti è difficile liberarti anche dal pregiudizio della retorica socialista. Un pregiudizio piantatoci (sì ne sono vittima anch’io e più spesso di quanto dia a vedere) in testa prima dai genitori, poi dai maestri, poi dai professori e dai tanti intellettuali (a compenso) che scrivono, leggono, pensano eccetera eccetera.
La democrazia ha il problema, affascinante anche, di un continuo irrisolto compromesso fra i principi (quella cosa che i tuoi maestri amano chiamare VALORI) e la contingenza della loro esperienza. Questo compromesso ha sempre, in relazione ai principi (i tuoi, che in questa gara democratica –non ho mai capito perché hanno sempre la meglio i principi degli altri), un saldo negativo.
Il socialismo e il comunismo (teoricamente) antepongono invece, forti della loro origine di classe, i propri principi alla contingenza; tranne poi, quando si trovano davanti al problema della realizzazione politica dei propri principi, cadere – spesso – nella trappola parlamentare.
Puoi raccontartela come ti pare, separando artatamente tempo storico e tempo rivoluzionario: per cui non essendoci le condizioni storiche, non si può fare una rivoluzione vittoriosa, ed è meglio optare per la soluzione rappresentativa, riducendosi a cercare la conquista del potere (primo tragico errore) attraverso le elezioni (secondo tragico errore che per di più inficia completamente il primo).  Il punto è che, così facendo, i principi che ci escono in saldo attivo da questa soluzione rappresentativa sono sempre e comunque quelli delle banche e delle finanziarie. In fondo quel tipo lì di democrazia l’hanno inventata loro.
In quest’ottica, quella dell’opposizione tra democrazia finanziaria (chiamala anche liberale se preferisci) e socialismo, risulta ovvio – essendo in essa democrazia indipendenti, come ci ha chiarito Norberto Bobbio, se non addirittura contrapposti, i principi di uguaglianza e libertà – chiedersi ogni volta che ci si trovi davanti a una ribellione (di qualsiasi natura essa sia, da quella dei vandeani contro i Giacobini a quella dei 4 generali contro la Repubblica Spagnola) dove voglia condurre e con quali mezzi. Perché se uso questi occhiali, quelli del pregiudizio democratico, per interpretare i fatti, mi trovo davanti a due opzioni legittime: da una parte la libertà senza uguaglianza (quella dei cosidetti liberali) quindi libertà dei pochissimi, contro l’uguaglianza senza libertà (quella dei bolscevichi) che è, al fondo delle cose, come ci ha insegnato (decisamente meno noiso di Bobbio) Orwell uguaglianza di alcuni più di altri.
C’è però una terza (via?) posizione.
Una cosa con un nome che fa paura: ANARCHIA.

No. Non preoccuparti. Non è che adesso te la racconto tutta la menata dell’origine greca del termine Anarchia e del peso che ha quell’alfa privativa che ti porta alla memoria urticanti ricordi liceali.

1962-anarchism-george-woodcock1No. Se la cosa ti interessa, sotto l’aspetto storico, rivolgiti – che non sbagli- a George Woodcock e al suo bellissimo L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti (che Feltrinelli non ha mai ristampato dal 1962) oppure se mastichi l’inglese a Peter Marshall e al suo fondamentale Demanding the impossible: a history of Anarchism ( Harper Collins, 1992).

61RW8BlUSeLNo. Io ti dirò semplicemente come la vedo. E ovviamente e purtroppo parlerò di donne uomini e libri

Per me essere anarchico significa (un po’ pragmaticamente alla Paul Goodman) misurarsi continuamente con nuove situazioni di crisi e vigilare continuamente che, a causa di queste crisi, la libertà fino ad ora guadagnata non vada perduta, ma possa -anzi- essere aumentata. In questo senso l’anarchia è continua insorgenza, continua insurrezione: necessita lo stare in piedi. Un movimento anarchico è, di conseguenza, pragmaticamente insurrezionale e sincretico (unisce cioè in se aspirazione di libertà e uguaglianza) o non è.

Senza dogmi: lo stesso Bakunin pur definendosi come fanatico amante della libertà, sosteneva che essa senza uguaglianza non esiste, che la povertà è schiavitù. ( M. Bakunin, Libertà, uguaglianza rivoluzione, Antistato, 1976). Attenzione però: non è che con il termine “insurrezione” io intenda qualcosa di simile al barricaderismo ottocentesco. Mi trovo semmai nella scia di Bookchin (Anarchism: past and present in Reinventing Anarchy, again, AK press, 1996) e di Purkis e Bewen (Changing anarchism: anarchist theory and practice in a global age, Manchester University Press, 2004) e mi piace considerare l’insurrezione come un processo perpetuo di lotta che si esprime in reti complesse di individui interessati all’espressione delle proprie differenze e delle proprie immediate libertà, piuttosto che a una impossibile risoluzione finale. In questa rete di espressioni vanno incluse anche, ci piacciano o meno, quelle forme esplosive di rabbia che ogni tanto mandano in frantumi un bancomat o saccheggiano un supermercato.

(continua)

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Che anarchia sia sinonimo di disordine è calunnia, sosteneva Pietro Gori, sanzionata dai dizionari. Da da pensare che a quei dizionari in qualche modo, fosse solo anche per abuso di colloquialità, rinforzi il credito gente di sinistra. E che la loro impossibilità di non dirsi anarchici sia solo una parafrasi per definirsi intellettuali disordinati, intellettuali girovaghi con la chitarra. Addirittura infatti, spesso preferiscono dirsi libertari. Bella confusione. Parlano di Anarchia ma, come dice Franco Senia, pensano, codesti intellettuali che han studiato tutti al classico,all’Anomia. In ogni periodo storico di disfacimento (e questo lo è), quando gli imperi crollano (mettendoci forse tempi biblici, ma lo stanno facendo: chiesa cattolica e capitalismo stanno terminando la loro esperienza storica), gli unici uomini che mantengono fermo il senso etico dell’ordine, sono i rivoluzionari. Persino quelli da salotto come me.
L’anarchia non è licenza e disordine.
L’anarchia è ginnastica di libertà. Lo scatto atletico di chi balza sulla carrozza regale e pianta tre palle nel cuore del tiranno. Tre colpi, tre centri. Che nemmeno Tex Willer.
L’anarchia può essere, certo, il distribuire pane quotidiano agli affamati… ma è anche e soprattutto cercare un modo perché gli affamati non abbiano più fame. Spesso questo modo è livellare le differenze. Spesso la livellatrice è stata la ghigliottina, il pugnale, la bomba, la pistola. Può darsi che oggi fare la rivoluzione sia invece cercare un nuovo modo incruento di eliminare le differenze sociali. Può darsi. Io non riesco a vedere quale e soprattutto non credo che si potrà farlo insieme ai liberali, ai socialicristiani e ai preti e ai piddini.
Quindi, te lo premetto, lunedì brinderò a Gaetano Bresci.

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi, le può egli stesso eseguire. E qui è necessario osservare, che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontà dei più; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo. Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontà dei più le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle, e il male o niente eseguirle. Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o il non esservi delle leggi stabilite; ma nell’esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle“. Vittorio Alfieri, Della Tirannide, Libro primo, capitolo 2, 1777

La parola Tiranno non ha sempre avuto il significato negativo che tu le conosci. Vedi. Tantissimi anni fa, ma tantissimi davvero… pensa, ti sto parlando del sesto secolo avanti cristo, cioè di qualcosa come duemilaseicento anni fa… in quel periodo la gente che viveva in quella terra che tu oggi conosci come Grecia non era molto contenta. Anzi. Era piuttosto arrabbiata. Il lavoro più importante, quello più diffuso, che faceva la maggior parte di quelle persone e di cui vivevano quasi tutti, era l’agricoltura: la coltivazione del grano. La maggior parte del popolo era formata da contadini. Però la terra che lavoravano per far crescere il grano era proprietà di pochissime famiglie. I contadini più anziani raccontavano di un tempo in cui regnava un sovrano buono e giusto… come? dici che ti sembra impossibile che un re possa essere stato buono e giusto?! Hai ragione. Infatti quello di Chissachì – così dicono si chiamasse quell’antico sovrano- era solo un mito. Una storia inventata di sana pianta, che serviva a i contadini che lavoravano terre che erano di altri per immaginarsi, per quanto remoto, un tempo più giusto, in cui le terre erano equamente divise tra i lavoratori. Insomma. I contadini di quei tempi desideravano quella che poi, in tempi a noi più vicini, fu chiamata “redistribuzione delle terre”, cioè che ognuno potesse essere il proprietario delle terre che lavorava. Ma gli aristocratici, quelle poche famiglie cioè che erano proprietarie delle terre, non volevano assolutamente concederle ai contadini. Succedeva allora che fiorivano molti movimenti politici che aggregavano tutte le persone che ritenevano giusto togliere le terre ai pochi che non le lavoravano per distribuirle ai tanti che le coltivavano. Questi movimenti avevano spesso dei capi scelti dalle persone che vi partecipavano per le loro qualità di intelligenza e coraggio. Capitava, qualche volta, che uno di questi movimenti sfociasse in aperta insurrezione e che il suo capo prendesse il potere al posto dei vecchi aristocratici. Allora questo nuovo capo doveva, per restare capo, dividere le terre tra i suoi sostenitori più forti e potenti. Un capo così veniva chiamato con un termine non di origine greca, ma asiatico: tyrannoi. In Grecia e nelle colonie, particolarmente in Sicilia, i tiranni di questo tipo furono numerosissimi. Il primo di cui si ricorda il nome fu Teagene. Signore di Megara.

Come in un vecchio film western a Megara era sorto un conflitto tra poveri contadini e ricchi allevatori per le terre vicino al fiume. Raccontano che Teagene e i suoi uomini uccisero il bestiame dei ricchi e una volta liberati i pascoli lungo il fiume portarono l’acqua fino in città, costruendo un acquedotto. Adorato per questa cosa dell’acqua dalle donne della classe lavoratrice, nel 640 a.c. Teagene divenne signore incontrastato della città. Ma, come faranno dopo di lui tutti i tiranni, Teagene ci mise circa un ventennio a scontentare parte dei suoi sostenitori. No… non chiedermi cosa fece, non lo so e gli storici greci non lo raccontano; sappiamo solo che a un certo punto, circa nel 620 a.c. fu cacciato da Megara da una nutrita coalizione di contadini, e che se ne morì in esilio.

Emblematica in questo senso è la storia di Periandro, tiranno di Corinto. Ci racconta lo storico Tucidide che la ristretta oligarchia che governava da secoli Corinto fu rovesciata, dopo che la città aveva subito – nel 664 a.c. – una grave sconfitta navale contro Corcira, dal tiranno Cipselo, il quale –adorato dal popolo, non ebbe mai neppure bisogno di una guardia personale. Sarà. Sta di fatto che suo figlio Periandro, che ereditò il potere alla sua morte, fu presto odiato per il suo carattere dispotico dalla popolazione, la quale appoggiò il suo avversario e nipote Psammetico nella presa del potere. Anche Psammetico fu presto eliminato.

Però se dobbiamo credere ad Aristotele Periandro avrebbe regnato per più di quarant’anni, tanto che il filosofo definisce la sua come la seconda tirannia per durata.

Aristotele aveva idee ben chiare sul concetto di tiranno. E le espone molto bene in un libro che si intitola Politica.

Adesso mi viene un dubbio. Io l’ho dato per scontato, ma tu sai chi fu Aristotele, vero? No?… Bene, poniamoci rimedio.

(1.continua, ma senza garanzia alcuna. sai quanto sono inaffidabile)

 

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Vedi, amico mio progressista, non lo so se è il mal di testa dovuto al Lagavulin di ieri sera o questo tormentone che ci avete piazzato nel mio cerebro, mia moglie, tu e i tuoi (pochi, lo ammetto, quelli che frequento, ma degni – ogni tanto- di ascolto) accoliti sinceri e democratici e progressisti (che non passano, però, un fine settimana che sia uno in questa città di merda – ti sto dicendo di Milano- neanche a spararli), dell’assoluta necessità di questo voto politico e amministrativo. Non lo so per quale di questi due fottuti motivi mi trovo qui (invece di starmene a letto a leccarmi le scorticature di una serata un po’ troppo conviviale) al tavolo della mia cucina, davanti a un quarto di litro di djimmah (un’arabica etiope monorigine, nessuna miscela, di cui non riesco più a fare a meno), con la testa che mi scoppia e che non riesco più a dormire.Io non ci credo, per niente, alla tua democrazia. Epperò sono qui, davanti al caffè, a sezionare le mie convinzioni, per rispondere al tuo sollecitato dubbio: perchè io, non andando a votare, ma rimanendo in poltrona a leggere un buon fumetto, penserei di essere più vicino a Proudhon che a Marx? Vedi. C’è una cosa che mi lascia molto perplesso. Tutte le democrazie del mondo, quelle che ti sono tanto care e che il mondo –in buona misura- lo controllano, e che il loro modello raccontano di volerlo esportare, fosse necessario, anche con la forza (dagli USA passando per l’Europa comunitaria e da Israele, fino alla Russia), sono democrazie rappresentative. E il mondo, probabilmente qui sta il nostro disaccordo –il mio sguardo, amico mio progressista, non si ferma alla balaustra del mio balcone, non mi sembra un luogo, non dico ameno, dico appena appena abitabile senza sofferenze e fatiche estreme.

Allora. Immagino, amico mio progressista, che anche se non lo hai letto, conosci (a differenza degli elettori della tua parte avversa) grazie al tuo percorso liceale, Montesquieu. Quindi saprai che nel 1748 Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède et de Montesquieu, pubblica (in forma anonima, che all’epoca era mica comodo come adesso, sai, essere progressiti; poteva anche costarti qualcosa, non dico rinunciare a un week-end, ma la testa magari e sicuro il carcere) il suo capolavoro: lo spirito delle leggi. Sosteneva, nel capo secondo del libro secondo del volume primo, che il popolo che gode del potere supremo è tenuto ad assumersi la responsabilità di fare tutto da solo e affidare a qualche ministro solo ciò che proprio non riesce a fare da solo. Saprai anche che Rousseau, che con Secondat ci aveva commercio e lo aveva letto, respingeva quella che allora era l’unica forma di governo rappresentativo: quello inglese. Sostenendo che il popolo inglese credeva di essere libero, ma lo era solo quando andava a votare, poi, appena eletti i suoi rappresentanti tornava schiavo.

Questa pretesa, da parte di ogni essere umano, di decidere di tutto ciò che lo concerne, sarà la voce libertaria di Kropotkin a sollevarla nell’Assemblea Costituente sul finire del 1917, quando chiedeva che nella Russia rivoluzionaria venisse instaurata una repubblica federale a democrazia diretta. Lenin sorridendo al grande vecchio anarchico con condiscendenza, dirà, mentre le truppe dell’Armata Rossa sciolgono nel gennaio 1918 quella stessa assemblea–, che qualunque persona di buon senso non può non rendersi conto di quale fesseria si tratti pensare che ogni individuo possa decidere di tutto ciò che lo riguarda.

Sai, amico mio progressista, non ti avrei mai detto leninista. Ora. Quando, in Matrix Reloaded, le macchine si avvicinano a minacciare Zion il Comandante Lock, responsabile della difesa, vorrebbe che tutte le navi restassero pronte a difendere la città. Ma il Consiglio gli intima di mandare due navi a cercare la Nabucodonosor sulla quale si trova l’Eletto, sguarnendo così le difese di Zion. Alle rimostranze di Lock che chiede delucidazioni per un comportamento tanto irrazionale, viene risposto dal Consigliere West: “comprehension is not requisite for cooperation”. A interpretare il ruolo del Consigliere West i fratelli Wachowski hanno chiamato uno dei più influenti intellettuali afroamericani viventi: Cornel West. In fondo è comprensibile. Cornel West, che si definisce socialista non marxiano, ha teorizzato, sostenendo di ispirarsi alla filosofia della prassi gramsciana, il pragmatismo profetico. Cioè l’idea dell’attività filosofica come lotta culturale e religiosa per la conquista delle masse. Un po’ assomiglia a quanto va teorizzando anche il buon Vendola. L’idea di mischiare politica e storytelling, di riappropriarsi del mito (magari però senza aver letto Jesi che sennò ci avresti anche qualche remora a giocarci con i miti) e di raccontarcelo da sinistra. Non è bravo Vendola né come i Wachowski, né come West, né tanto meno come Lenin che frequentava sì il pragmatismo, ma senza profezie alcune. Però riesce a creare immedesimazione sentimentale in chi ascolta con chi racconta. Non c’è bisogno che tu capisca. Non c’è bisogno che la prassi di chi racconta corrisponda poi a progetti comuni. L’importante è che chi ascolta la storia provi comunanza di sentimenti, si commuova e che poi collabori.

Vota e non ti preoccupare.

Vedi, amico mio progressista. Per me sono pochi i punti poi attorno ai quali potrei trovare comunanza con te, un programma minimo insomma, però si potrebbe (se metto da parte le mie posizioni estreme). Ecco, stamane davanti al mio caffè, non riesco a dimenticarmi che il difetto dei riformisti – come splendidamente insegna Claude Guillon, è che non riformano mai un cazzo, vedo chiaramente che l’alternativa è tra la rassegnazione e la rivoluzione.

Ho quarantacinque anni e sono benestante. Non so farla la rivoluzione, perchè su quali cazzo di barricate dovrei salire se di barricate qui non ce n’è nemmeno l’ombra. Non c’è anima viva che voglia fare con me la rivoluzione. Certo il buon Proudhon quelle barricate del 1848 aveva dato una bella mano a erigerle, prima di salirci armato di schioppo; in cosa mi sento più appartenete a lui quindi: nella consapevolezza che, quando mai anche ci fosse, la rivoluzione non sarà mai trasmessa in TV.

Per questo coltivo rabbia e passione.

Oggi, rassegnato (che i miei quarantacinque anni me lo permettono), non voto perchè non voglio più ascoltare storie narcotiche. Chissà che tra dieci anni chi oggi ha dieci anni non decida di fare, alimentato da quella mia rabbia e da quella mia passione, l’inventario dei sogni e delle armi.

Leggiti quando e se ne hai voglia

Montesquieu, lo spirito delle leggi, Utet, 2005

Rousseau, il contratto sociale, Einaudi, 2005

Lenin, tutto il potere ai soviet, Gwynplane, 2011

Kropotkin, Scienza e Anarchia, Eleuthera, 1998

Cornel West, la filosofia americana, Editori Riuniti, 1997

Nichi Vendola, c’è un’italia migliore, fandango libri,2011

Claude Guillon, de la revolution, alain moreau,1988

e se lo trovi in qualche biblioteca Robert Pemberton, the happy colony

 

marinaginesta

Faceva un freddo cane a Parigi quell’inverno.
Sì, vabbene. Però adesso la tua letteratura da fumetto seriale te la ficchi da qualche parte e vieni al dunque.
Hai ragione, scusa. Il problema è che a leggerne continuamente i blog, di quei tipi lì- i fumettari-, ti viene da parlare come scrivono loro. Dovrei smettere. Di leggerli.
Effettivamente la temperatura che faceva quel 7 febbraio del 1848 a Parigi è assolutamente irrilevante, persino per un fumetto bonelli.
Quel giorno viene diffuso per le strade della capitale francese il primo numero di “Le rapresentant du people”. Lo dirige un signore di trentanove anni. E’ nato nel 1809. A trent’anni pubblica un libro destinato a lunga fortuna, che gli costerà processi vari per oltraggio alla religione e incitamento all’odio contro il governo. Come non hai letto Qu’est-ce que la proprieté?! Rimedia subito: l’edizione Laterza del 1978 non la trovi più di certo, quindi prenditi quella di Zeroincondotta (mi sembra del 2000). Nel 1843 polemizza a lungo con Marx. Inutile che ti dica che a mio avviso aveva ragione lui. Comunque leggiti che sono bellissimi i due pamphlet della polemica: Filosofia della miseria, il suo; Miseria della filosofia quello di Karl.
Già. Ancora non ti ho detto che questo signore si chiamava Pierre-Joseph Proudhon. Ti sto raccontando di lui perché tra qualche giorno andrai a votare. Se giri da queste parti probabile che il tuo voto sia indirizzato verso qualche partito di sinistra. O verso i grillini. Lo farai convinto di fare l’unico atto politico e di opposizione sociale possibile. Dopo resterai lì, davanti al televisore ad aspettare i risultati.
Vedi. In quelle pagine, quelle di quel periodico che pubblicò a Parigi in quel fatidico 1848 (che arrivò a vendere 40.000 copie), Proudhon sosteneva che non può esserci un cambiamento soltanto politico, tale da interessare cioè solo il potere. Una rivoluzione non può essere se non è prima di tutto sociale. La democrazia rappresentativa, con i suoi continui cambi di potere ma con il mantenimento imperterrito della dimensione sociale data, è la forma di dominio più mistificatoria: perché gli uomini, illusi di esercitarla, cedono volontariamente la propria autonomia al potere costituente.
Quell’anno, tra il 22 e il 24 febbraio, Parigi insorge. I francesi cacciano Luigi Filippo e instaurano la seconda repubblica. Proudhon è sulle barricate e imbraccia il suo Dreyse. Accetterà di essere eletto nell’Assemblea Nazionale. Ma ci tornerà sulle barricate, nel giugno di quello stesso anno, in mezzo agli operai parigini , dopo un infuocato discorso contro la borghesia, traditrice della causa sociale, che aveva scelto un altro Luigi, Bonaparte questo, quale presidente per la nuova repubblica.
Mentre Marx, suo antico avversario ideologico, seguiva concitatamente gli avvenimenti da Colonia, dove scriverà il 18 brumaio di luigi Bonaparte, bellissimo testo di fine analisi politica (leggilo se non lo hai ancora fatto); Proudhon invece faceva a schioppettate con la Guardia Nazionale perché sapeva che non esiste determinismo storico, e che in quel preciso momento lì la libertà andava difesa sul serio e non con gesti simbolici.
L’unico modo per difenderla era usare il fucile.
Proudhon finirà in carcere.

Ora.
Il problema che, chiacchierando a destra e a manca, mi sembra doveroso porre, e quando lo faccio nel migliore dei casi mi becco del frustrato sparacazzate da salotto, è: perchè tu, andando a votare, ti comporti come Marx –con i dovuti distinguo: che lui scrisse quel gioiellino là, tu al limite metterai un’anonima crocetta su un qualche simbolo- e non come Proudhon?

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