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Lo so. Con te ci incontriamo sempre tra trattoria e Scighera e ti ho già raccontato tutto più volte.

Ma.

Ai sei sette lettori occasionali che capitavano qui, stando alle statistiche, per leggere la storia di Charlie Ebdo devo una spiegazione.

Non so per quale assurdo motivo, anzi in realtà lo so ma sarebbe troppo lungo stare qui a raccontartelo, ho letto HHhH di Laurent Binet. Non mi ha cambiato la vita. Nessuna opera letteraria lo fa, se te lo raccontano è la chiacchiera di un povero di spirito.

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Ma.

Mi ha cambiato le prospettive sulle modalità che ritenevo funzionali al racconto di fatti realmente accaduti: la Storia insomma. Non riesco più a concepire una narrazione storica (anche solo cronachistica) se non con gli strumenti e lo stile che Binet si è inventato… anzi meglio, si è adattato alle proprie esigenze.

Quindi non mi trovavo più a mio agio con la formula del post.  Sto riscrivendo tutto. Ci farò un libello. Magari quando l’ho finito te lo metto qui in pdf, oppure ne faccio un’edizione di stampa clandestina e te lo regalo la prima volta che ci incontriamo. Non lo so. Vedremo.

Tu intanto, se ti manca il modo di riempire quello straccio di tempo che dedicavi alla lettura dei miei post, leggiti il libro di Binet. Lo trovi negli economici Einaudi. Racconta la storia dell’eroico attentato che due paracadutisti dell’esercito resistente cecoslovacco (Jan Kubis e Jozef Gabcik) fecero a Heydrich (l’architetto della soluzione finale) il 27 maggio 1942 a Praga.

Non è una lettura amena. Ma credo che dopo non riuscirai più ad avere lo stesso atteggiamento verso la saggistica e il romanzo storici. Io di questo ne sono rimasto molto soddisfatto.

Christian Hincker, aka Blutch, ha ricevuto durante il Festival d’Angouleme di quest’anno, il premio, istituito dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio, per la libertà d’espressione. Ha tenuto un breve discorso, alla presenza della ministra della cultura Fleur Pellerin (avercene noi).

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Ho sentito, e mi perdonerai, la necessità di tradurtelo, per ovviare a quanto malamente fatto da altri in altre sedi.

 

Signore, Signori

mi permetto di leggervi un piccolo intervento che ho scritto questa mattina.

Scusatemi.

Sto su questo palco, sotto questi riflettori, perché delle persone che devono vivere nascoste mi hanno chiesto di farlo. Persone come voi e come me, ma protette dalle forze dell’ordine; che scendono a comprare il pane con la scorta; che scrutano con paura tra i passanti; che sorvegliano, dalla finestra, ogni movimento della strada. Dei superstiti, che pagano un conto che non è il loro, perché –

scusatemi

– ma il prezzo della vostra famosa libertà d’espressione è veramente esagerato.

Tanto più che in questo paese, faro della libertà, terra del pensiero e della ragione, di Cartesio e di Voltaire, la si pensava stabilita una volta per sempre questa libertà d’espressione; che fosse parte di noi. Invece no. La mia presenza qui lo dimostra senza pietà. Che tristezza!

Probabilmente qualcuno, da qualche parte, non ha fatto quello che avrebbe dovuto.

Scusatemi.

Abbiamo fatto un bel manifestare, congratularci, riconoscerci tra i giusti; noi la borghesia progressista ci siamo concessi gratificazioni e riconoscimenti, appuntandoci spilette sui baveri, rassicurandoci.  Ma quelllo che è successo è irreparabile.

Quando questa cerimonia finirà torneremo ai nostri affari, a darci da fare per la fama, a raccontare storie irrilevanti, a cercare il nostro posto in questo festival, tanto il peggio è accaduto. Il male è già accaduto.

Scusatemi.

Ma cari colleghi, guardate che non esiste il paradiso, non esistono angioletti e nuvolette, Dio non esiste, siete completamente soli, e solo quello che fate e che dite è creatore di senso. Questa è LA vostra responsabilità.

Mi scusi,

Lei, Signora Ministro, ma gli anarchici di una volta uccidevano sovrani, regine e primi ministri, personaggi che detenevano il potere e che ritenevano responsabili. Voi ve la siete sfangata bene, avete preso il potere ma non la responsabilità. Quella l’avete lasciata ad altri.

Quello che è successo quella mattina del 7 gennaio, forse è una versione della lotta di classe. La riscossa sociale l’avete resa impossibile, e allora per forza, non resta che la vendetta sociale.

Mentre scrivevo queste righe, stamattina, mi è tornato in mente Voltaire, è pure di moda: non vale la pena sprecare fiato con certa gente.

E’ per questo, scusatemi, che non vi ringrazio.

 

Io sono Charlie, ne sono sicuro. Si, ma cosa significa veramente essere Charlie? Essere o non essere Charlie, questa è la questione da porsi. Infatti, scusate, ma la vera domanda da farci è se ce ne frega qualcosa? Più precisamente essere Charlie significa sbattersene, questa è la migliore risposta da dare in loro memoria. Io sono Charlie non è far suonare le campane di Notre Dame per degli anticlericali, non è trasformare in eroi degli autori di satira la cui attività principale era sputare sul potere e su tutte le forme d’espressione… d’oppressione, scusate.
Ecco in questo senso, Io sono Charlie non ha alcun senso, però Io sono Charlie ha fatto scendere 4.000.000 di persone per la strada, gente che nella quasi totalità manco sapeva cos’è Charlie Hebdo, ma che non ha voluto accettare che si possa essere accoppati per delle idee e dei disegni. Tutti hanno trovato questa cosa assurda, lapidare una donna perché è stat violentata non lo è mica di meno; ci sono un sacco di cose assurde. Charlie Hebdo le racconta queste cose, è lui che osa dirle e riderne; è Charlie che sfotte il sindaco di Angouleme quando fa mettere delle gabbie stile zoo intorno alle panchine pubbliche perché non le possano usare i senza tetto; Io sono Charlie non è uno slogan, è Charlie che dice che il sindaco di Angouleme è una testa di cazzo. Sono solo un portavoce.
La libertà d’espressione, che va continuamente lubrificata, è il popolo che l’ha ottenuta contro il potere assolutista che non immaginava neppure lontanamente che il popolo potesse esprimersi. Se oggi per noi questa è un’evidenza, se possiamo raccontarcela… però ci abbiamo messo 2500 anni, è lento i progresso, invece la regressione ci mette un attimo: l’oscurantismo, i kalashnikov, la polizia… è il rifiuto di un simile futuro che ha fatto scendere in piazza milioni di persone, nel nome di Charlie.
Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto del Trattato di Libero Scambio Atlantico, che permetterà a Monsanto di trasformare l’Europa in un deserto di pietre; Io sono Charlie potrebbe essere il rifiuto di tutti i progetti di grandi opere, tanto inutili quanto assurde; potrebbe essere rifiutare di evocare quella crescita che tutti sappiamo non ci sarà mai più; Io sono Charlie dovrebbe essere semplicemente l’Anno 01 di GèBè, in cui ci fermiamo tutti a riflettere!!! Riflettere e poi agire in fretta, che non c’è più tempo. Agire ora. Ri-manifestare in milioni per RIFIUTARE, perché questo è Charlie. Io sogno di piantare carote sulle piste abbandonate di Notre Dame de Landes con il Signor Hollande, con il Signor Sindaco di Angouleme, e con tutti i membri di quei tanti comitati inesistenti, e poi coprire d’insulti le multinazionali, le lobby, e tutti i burocrati che ci stanno ammazzando solo per riempirsi le loro fottute tasche. Quel giorno sì potremo dirlo insieme: io sono Charlie!
Viva Charlie Hebdo!
Viva Le Canard enchaine!
Viva Sinè Mensuel!
Viva tutta la stampa satirica!
E voi altri, voi, qui… quando alzerete i vostri cazzo di culi e comincerete ad aiutarci a cambiare il mondo, allora potremo anche dirlo viva la Francia!
Per adesso: Viva Charlie!

 

Eccotelo tradotto l’intervento di Menu ad Angouleme, cazzo. Mentre ritirava il premio attribuito dal Festival a Charlie Hebdo per la libertà d’espressione. Devo fare sempre tutto da solo però, che voi professionisti servite solo alla vostra autoreferenzialità, ai collaterali e fate niente di utile, mai.

 

Tre cose:

Il sindaco di Angouleme era presente.

Gèbè è stato un grande fumettista francese, collaboratore di Charlie Hebdo e autore nel 1973 del famosissimo, in Francia, L’An 01, dove racconta un’utopia libertaria in cui l’umanità si ferma e, dopo varie riflessioni, decide di fare a meno dell’economia di mercato. Con tutte le contraddizioni che questo comporta. L’Association lo ristampò nel 2000, nella collana Eperluette con una fichissima prefazione di Menu. Procuratelo.

Notre Dame de Landes è un comune della Loira, cha ha vissuto qualcosa di simile a quello che sta succedendo in Val Susa, con la devastazione del territorio per la costruzione di un aereoporto immenso, che poi fu praticamente abbandonato.

10540640_10205882625933962_3658919294376889949_nAd ascoltare gli intellettuali progressisti sembrerebbe che il cattolicesimo nelle nostre illuminate polis, non riferendosi solo all’Italia, perda sempre più la propria ragione sociale e il proprio peso come soggetto direttamente politico. Ma se anche questo fosse vero, non significa una perdita di potenza in assoluto, ma solo che c’è in atto una traslazione dell’asse portante del cattolicesimo verso l’America Latina, l’Africa e quello che, questi adorabili intellettuali progressisiti e gazzettieri, chiamano più generalmente Terzo Mondo. Un po’ quello che negli anni ottanta era successo con la ridislocazione della centralità pulsante del cattolicesimo verso l’est europeo. Non è un caso che proprio l’Argentina abbia appena espresso l’attuale papa.

In un recentissimo saggio (Guerra santa e santa alleanza. Religioni e disordine internazionale nel XXI secolo, Il Mulino, 2014) Manlio Graziano sostiene, con brillanti e convincenti argomentazioni, che non solo la Chiesa Cattolica abbia recuperato quell’incisività politica di azione diretta sulla vita pubblica europea che aveva sostanzialmente perduto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, ma che abbia pure ridisclocato questa riacquisita potenza, con una strategia geopolitica molto complessa. Questa strategia geopolitica comporta la rottamazione della usurata teoria huntingtoniana dello scontro di civiltà e la messa in atto, non senza problematiche e complessità, di una “santa allenaza” con le altre religioni del libro, in particolare l’Islam. Con l’obiettivo di diventare, come sostiene Eric Hanson, i “mediatori etici primari” delle nostre società future.

A me questa cosa da un po’ i brividi. Ma, devo dirti la verità, mi sembrava, mentre leggevo il saggio di Graziano, un’analisi molto azzardata. Abbiamo, pensavo, validi baluardi nelle nostre società nate dall’illuminismo, per resistere a un simile tipo di crociata.

Poi oggi mi capita di sfogliare il Corriere della Sera. Non lo faccio mai che mi fa schifo,;ma ero curioso di leggere le scuse ai fumettari coinvolti loro malgrado nell’operazione del libro Je Suis Charlie. E incappo nelle parole del papa argentino come le riporta l’entusiasta cattolico articolista: “Tanta gente che sparla di altre religioni o delle religioni, che prende in giro, diciamo giocattolizza la religione degli altri, questi provocano. E può accadere quello che accadrebbe al dottor Gasbarri se dicesse qualcosa contro la mia mamma! (poco prima sosteneva che gli avrebbe dato un pugno). C’è un limite. Ogni religione ha dignità e io non posso prenderla in giro. Questo è un limite. Ho preso questo esempio per dire che nella libertà di espressione ci sono limiti. come quello della mia mamma.”

Ora. Non c’è bisogno di essere esperti di retorica e metafore; il papa argentino vola basso in questo campo, ripetto al suo predecessore teutonico (che con ben altra eloquenza si era espresso con stessa sostanza sul fatto delle viognette danesi nel 2006); il succo del discorso è questo: le religioni del libro (cristianesimo, giudaismo e islamismo) hanno tutte la stessa importanza e potenza. Non puoi opportici perché esse stesse sono il limite della tua libertà. Se lo fai ne paghi le conseguenze.

Che conseguenza posso trarre da queste affermazioni? Che non hanno perso occasione per mettere in atto quella strategia con la quale potrebbero veramente divenatre in breve tempo gli unici riferimenti etici del vivere sociale, con buona pace della Ragione e dei suoi intellettuali addormentati dalla digestione pesante. Ma non solo, anche di quei rivoluzionari che, accecati da troppo relativismo culturale, applicano razzismi all’incontrario, disprezzando chi giocattolizza le religioni altre perché vedono in Allah il dio degli oppressi e nel giocattolizzatore un neocolonialista. Non c’è dio degli oppressi. C’è solo tre dei oppressori.

Mi guardo in giro e quei baluardi della ragione che credevo diffusi e pulsanti li vedo pericolanti e disertati.

Toccherà asseragliarsi nella redazione di Charlie Hebdo.

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