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Non sono né uno scienziato né un filosofo e neppure uno scrittore di mestiere. Nella mia vita ho scritto pochissimo e non l’ho mai fatto se non mio malgrado e solo quando un convincimento profondo mi ha spinto a vincere la mia istintiva ripulsa per ogni esibizione pubblica.

Allora chi sono? Cosa mi spinge oggi a rendere pubblico questo mio scritto?

Sono un ricercatore accanito della verità e un nemico non meno accanito di tutte le luride menzogne di cui ancora oggi i custodi dell’ordine, ufficiali rappresentanti privilegiati e interessati di tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche, giuridiche, economiche e sociali, pretendono servirsi per ingannare e asservire il mondo. Sono un amante fanatico della libertà, che considero come l’unica situazione in cui possano crescere e svilupparsi l’intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; intendiamoci: non questa liberta formale, concessa, misurata e regolamentata dallo Stato, eterna menzogna che non rappresenta nient’altro se non il privilegio di qualcuno costruito sulla schiavitù di tutti gli altri; e neppure questa libertà individualista, egoista, falsa e meschina, propinataci dalla scuola di Rousseau, come da tutto il pensiero liberale e borghese, che considera il cosiddetto diritto di tutti (rappresentati dallo Stato) come il limite del diritto di ciascuno, cosa che si realizza sempre e necessariamente nella riduzione del diritto di ognuno a un bello zero.

No, io intendo l’unica libertà veramente degna di questo nome, la libertà che consiste nello sviluppo totale di tutte le potenzialità materiali intellettuali e morali di ognuno di noi; la libertà che non riconosce altro limite che quello che ci è imposto dalle leggi della nostra stessa natura; di modo che, praticamente, non esiste limite di sorta, perché queste leggi non ci sono imposte da qualche legislatore esterno, posto al di sopra di noi; sono leggi immanenti, inerenti, costituenti la base stessa del nostro essere materiale, intellettuale e morale; invece di trovare in esse un limite, dobbiamo considerarle come le condizioni reali e la ragione effettiva della nostra libertà.

Intendo quella libertà dove ciascuno, invece di arrestarsi davanti alla libertà altrui come davanti a un confine, ci trovi piuttosto conferma ed estensione all’infinito della propria; libertà illimitata di ognuno nella libertà di tutti, libertà nella solidarietà, libertà nell’uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza bruta e sul principio di autorità che non ne è mai stato altro che l’espressione ideale;la libertà che, dopo aver rovesciato tutti gli idoli del cielo e della terra, fonderà e organizzarà un mondo nuovo sulle rovine di tutte le Chiese e di tutti gli Stati: quello dell’umanità solidale.

Io sono un partigiano convinto dell’uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di questa uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità, l’etica e la felicità degli individui quanto e come la prosperità dei popoli non saranno altro che menzogne. Ma, in quanto partigiano prima di tutto della libertà, necessità primaria dell’umanità, penso che l’uguaglianza debba essere stabilita nel mondo grazie all’organizzazione spontanea del lavoro e mediante la proprietà collettiva delle terre e dei mezzi di produzione, organizzati e federati in Comuni, che dovranno nascere spontaneamente, MAI per l’azione suprema e tutelatrice dello Stato.

Michail Bakunin, tratto da La comune di Parigi e la nozione di Stato.  Traduzione mia

 

Ti raccontano, e già il racconto ti concilia il sonno, la storia per avvenimenti simbolici. Un po’, dicono, per facilitarti ad impararla; un po’, non te lo dicono, per distogliere la tua attenzione dai momenti fondanti. Per esempio. Sai per certo che la Rivoluzione Francese comincia il 14 luglio 1789. La festeggiano pure la presa della Bastiglia. Così stai lì, a guardarti i fuochi d’artificio del 14 luglio e non presti attenzione a quello che successe i due giorni precedenti.
Te lo racconto io.
Il 12 luglio, verso mezzogiorno, Parigi riceve la notizia che il giorno prima Luigi XVI ha licenziato Necker e tu conosci la fiducia che il Terzo Stato riponeva in questo ministro delle finanze. Aggiungici che nessuno a Parigi ignorava che questo licenziamento era l’inizio di un colpo di stato. Infatti che il duca di Broglie si acquartierasse con 35.000 uomini tra Versailles a Parigi non passava certo inosservato. Nel pomeriggio una folla immensa si dirige in Place de la Concorde (allora place Louis XV) e, cosa importantissima, occupa la Borsa e la principale banca di Francia: le Credit Lyonnais. In mezza giornata il Comitato Permanente, costituito per l’occasione e presieduto da Flesselles, riusciva a controllare praticamente tutte le finanze di Francia. Certo, il popolo avrà poi bisogno di una vittoria materiale, epica, mitica, come la presa della Bastiglia. Ma la rivoluzione fonda i presupposti del suo successo sulle barricate costruite il 13 luglio nelle vie a nord est della città per proteggere l’avvenuto sequestro dei depositi bancari e fermare le truppe del maresciallo Broglie che marciavano verso Parigi.
Le armi i parigini le avevano prese a les Invalides.
Ma le barricate. Lo sai perché si chiamano barricate?
Perché furono realizzate accatastando una sull’altra centinaia di barriques riempite di terra e detriti.
 
Napoleone Bonaparte che del prendere e mantenere il potere era maestro, nel 1800 fonda, portando a termine il programma rivoluzionario, la Banca Nazionale di Francia. Nel 1803 le concede il monopolio dell’emissione del danaro. Controllare i crediti e i debiti del paese lo terrà, nonostante nemici quali Inghilterra Prussia e Russia, sul trono di mezza Europa per quasi 15 anni.
 
La Comune di Parigi invece dura appena tre mesi.
Petr Kropotkin, alieno da ogni giacobinismo, vedeva –nella sua fondamentale interpretazione della rivoluzione francese data alle stampe nel 1909- nel pensiero sanculotto la madre di tutto l’agire anarchista. Probabilmente aveva ragione. Nel 1794 con la decollazione di Robespierre i sanculotti lasciano completamente il campo ai giacobini. Novelli banchieri.
Quando nel marzo del 1871, toltosi di torno Napoleone III, Parigi insorge e fonda la Comune i comunardi commettono un errore inspiegabile. Non si impossessano dei beni (migliaia di miliardi di franchi) della Banca Nazionale, cosa che li avrebbe messi in posizione di controllare l’intero paese. Anzi, dal cuore di Parigi, quei soldi vanno addirittura a finanziare l’esercito di Versailles, che al comando di Mac Mahon schiaccerà nel sangue la Comune.
Alieni da ogni idea di autofinanziamento creativo – chiesero pure prestiti i comunardi alla Banca Nazionale, concessigli a tassi da rapina… – anche i comunardi però fecero bellissime barricate.
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