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Archivi tag: Corto Maltese

Come ti ha raccontato Paolo il giovedì sera spesso ci infiliamo, con Tito, alla Scighera, Tra le cose nostre che facciamo c’è la degustazione (passami l’eufemismo) di vino.

Bottiglie abbandonate

 

Capita, a me, di finire a fine serata sotto la panca. In quelle condizioni accetto di fare cose che, da sobrio, non mi sognerei nemmeno.

Così mi sono ritrovato coinvolto in questa cosa.

Domani dovresti trovare in edicola il primo volume (il terzo della serie, dopo La Ballata e Tango + Elvetiche, e non far domande sul criterio di uscita, non posso darti risposte che non ho) con la mia prefazione. Ti dico. Non so se è un caso che domani sia il 25 aprile: in quel volume lì c’è la storia Samba per Tiro Fisso. 

Se non è un resistente Tiro Fisso…

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Il fumetto è simulacro. Ora devo per forza sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento. Nell’accezione corrente il termine simulacro ha valore negativo, di immagine/segno riproducente in modo incompleto il proprio referente; cioè di “oggetto che simula un altro oggetto, che lo rappresenta fintamente o falsamente”(Cortellazzo e Zorzi., Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, 1988, vol. V, p. 1205) . Ma il simulacro è soprattutto altro. E’ il segno che fa riferimento solo a se stesso, che non dipende in nessun modo da un oggetto esterno, e non deve la propria esistenza a un preciso referente. Il simulacro è un “segno anomalo”, che non significa nessun oggetto esterno a sé (Cfr. Gianfranco Bettetini, Il segno dell’ informatica, Milano, Bompiani, 1987, pp. 68 – 70; e soprattutto Fausto Colombo, Ombre sintetiche. Saggio di teoria dell’ immagine elettronica, Napoli, Liguori, 1990, pp. 109 – 111).

In altre parole si può definire simulacro solo quel segno, o quell’immagine, che si presenta alla mente dell’osservatore senza suscitare implicazioni e rimandi di tipo referenziale. Per esemplificare: quando io leggo un fumetto, mettiamo un’avventura di Corto Maltese, l’immagine  che  mi comunica l’idea “Corto Maltese” non ha referenti esterni (se non un vago referente, inconsistente e non verificabile, nell’immagine mentale “Corto Maltese” di Pratt) oltre a “Corto Maltese”, al punto che si può affermare che il segno “Corto Maltese” non rappresenta ma è “Corto Maltese”. Il simulacro non significa, è.

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Nel fumetto insomma ogni immagine mostra solo se stessa. Non innesca cioè un processo di generalizzazione e di astrazione; quel processo che Mitry (in Esthétique et psychologie du cinéma. Les structures, Paris, Edition Universitaires, 1965) chiamava analogon, Per fare un esempio: un tavolo in un film western, non rappresenta solo quel tavolo, ma tutti i tavoli possibili. Nel cinema poi interviene un fattore ulteriore. Quando assisto a un film, non vedo solo un personaggio che rimanda al topos di quel personaggio (tutti i cattivi, tutti gli eroi romantici ecc.), ma vedo anche l’attore che lo interpreta, e non riesco (a meno che sia assolutamente sconosciuto) a cancellare la sua presenza. Mi spiego: ogni volta che mi guardo Taxi Driver non vedo solo il personaggio Travis Bickle (e per generalizzazione tutti i tassisti di New York), ma vedo anche De Niro che interpreta Travis Bickle.

Nei fumetti questo sdoppiamento è assente, ogni personaggio è soltanto se stesso. Questo significa che il fumetto è un costrutto assolutamente autoreferenziale e perciò completamente libero da ogni vincolo.

Un’ altra cosa. In una interessantissima raccolta di pensieri di Alejandro Jodorowsky, trovo questa affermazione: “…il lettore di comics è più attivo. Il cinema immobilizza lo spettatore; l’immagine si muove e lo spettatore resta fermo. Il comic invece sta immobile, e il lettore è quello che si muove, è differente. Nel comic, sei tu stesso a decidere se entrarci o no; puoi muovere le pagine alla velocità che vuoi, tornare indietro; sei tu a dare il ritmo, a ricreare la storia. E’ un’altra arte, che non ha niente a che vedere con il cinema” (P. Raschilla, Alejandro Jodorowsky. Il guerriero e il culo di George Harrison, in “Movie magazine“,n. 1, autunno 1993, p. 143 ).

E’ evidente che il fumetto, implicando un fatto quale la lettura, si avvicini ontologicamente molto più alla letteratura, soprattutto alla narrativa. Sul piano tecnico, riferendosi alle possibilità di intervento individuale sulla fruizione temporale della storia, non c’ è differenza tra la lettura di un libro e quella di un comic book. La differenza c’è, invece, e grande, nei due modi di interagire con il segno. Qui le somiglianze si possono trovare più tra fumetto e pittura. Il segno grafico del fumetto è rigido, offre al lettore un simulacro preciso, che non permette liberi interventi. A meno che non si vogliano considerare certe modifiche grafiche, che soprattutto da bambini, si apportano – non senza un certo gusto sadico – alle pagine dei fumetti. Ricordo quando mi divertivo a disegnare barba e baffi al Piccolo Ranger, o a colorare, intervenendo con il mio personale universo cromatico, noiosissime storie di Tex Willer. Purtroppo l’età adulta ci priva di questa tensione a intervenire direttamente nel mondo diegetico e nella sua significazione, rendendoci pigri fruitori di storie alle quali non partecipiamo più (voglio dire in senso fisico, non emotivamente).

Per il segno letterario la cosa è diversa. Il segno narrativo è ambiguo, dicotomico, ricco di una gamma incredibile di sfumature e variazioni di significato, e richiede sempre, senza sosta, l’intervento della fantasia del lettore, per compiere una scelta. Anche la descrizione più completa e minuziosa richiede di essere completata dal lettore, che si deve costruire, con le informazioni che il segno gli ha fornito, un simulacro mentale del segno stesso. Voglio dire. Sono sicuro che la ‘mia’ Emma Bovary, il ritratto mentale che ne ho, è non solo diversissima da quella di chiunque altro abbia letto il romanzo, ma persino da quella dello stesso Flaubert.

E’ in questo senso che mi sento sufficientemente nel giusto, quando sostengo che il fumetto alla fine non si legge ma si guarda.

Insomma.

So che per Saussure il segno era l’associazione di un concetto (significato) e di un’immagine acustica (significante). Ora però se penso a Corto Maltese, mi riesce impossibile scindere il concetto dall’immagine (qui non acustica ma grafica), e ancora più difficile mi riesce (anzi impossibile) il processo hjelmsleviano di andare alla ricerca degli elementi costitutivi del segno Corto Maltese. A meno di voler considerare figure hjelmsleviane ogni singolo tratto di pennello che compone il disegno Corto maltese, devo dire che nel fumetto il segno corrisponde alla figura. Cioè che il segno è l’elemento base costitutivo del fumetto.

Ora nel modo reale se non esistesse l’espressione per significare il contenuto (mettiamo: se non esistesse il suono acqua per indicare la materia acqua) potrei comunque affermarne l’esistenza grazie all’esperienza. E’ Bertrand Russell a dircelo: lui vede l’acqua e sa che l’acqua esiste.

Nel fumetto se non esistesse il segno Corto Maltese per indicare il concetto Corto Maltese, Corto Maltese non esisterebbe perché non potrei farne esperienza. Ma io vedo Corto Maltese e so che esiste. Perché quel Corto Maltese che vedo disegnato non è scindibile in un’immagine grafica e in un concetto. Quel segno Corto Maltese, non scindibile in figure perché già figura, è materia. O se vogliamo usare una categoria cara a Hjelmslev: senso. Dicendo che il fumetto è simulacro e che io lo guardo e non lo leggo intendo proprio questo.

E basta.

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