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Quando, nel 1946, si trova a dover tradurre, nel settimo capitolo del 18 brumaio di Luigi Bonaparte, quel cazzo di aggettivo della frase ABER DIE REVOLUTION IST GRUNDLICH, Palmiro Togliatti fa l’unica delle scelte della sua vita che trovo condivisibili; e che (ogni volta che rileggo quel pamphlet) tutto sommato mi stupisce.

Avrebbe potuto, il capo assoluto dei comunisti di allora, molto più appropriatamente a tutto il suo percorso biografico e politico (quello che ancora camminano i dirigenti piddini), buttare via quella fondamentale congiunzione avversativa che apre la frase, e poi andar giù piatto e tradurre letteralmente con uno dei sei significati che la traduzione italiana dell’aggettivo grundlich permette. Sai non sarebbe stato mica una cosa da niente per un gerarca comunista italiano mettere da parte anche teoricamente ciò che avevano messo da parte praticamente: la rivoluzione.

Invece. E non me lo spiego senza tirare in ballo la psicanalisi. Togliatti sostituisce l’aggettivo con una bella struttura che regge un accusativo di moto a luogo. Così fa dire a Marx quello che effettivamente Marx dice: ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose.

Il suffisso lich si è formato, ci raccontano i glottologi, nel medio-alto tedesco, dal sostantivo lih, il cui significato originale era quello di corpo, forma, struttura. Non ti è difficile capire come il senso di questo suffisso fosse, ed è, nell’aggettivazione, quello di: avente forma/struttura di…

Ora ti rendi conto che se formo con lich un aggettivo dal sostantivo herz, che come sai significa cuore, non posso che renderlo in italiano con cordiale.

Ma.

Se lich lo appiccico a grund, il cui significato, ovviamente a seconda del contesto, spazia da terra a fondo agricolo, e da fondo (come luogo più basso) a fine (l’abground è l’abisso heiddegeriano) e da fine a causa, in italiano come cazzo lo traduco? E, soprattutto, quale dei significati che tutto sommato ci stanno anche, gli attribuiva Marx in quella frase?

Comunque la rivoluzione è metodica, oppure è profonda o, meglio, è radicale?

Maledetti suffissi aggettivali e maledetto tedesco. Per fortuna che Palmiro era il Migliore e ci ha tirato fuori dall’imbarazzo con quell’andare della rivoluzione al fondo delle cose. Comunque e nonostante tutti i Palmiri e i loro discepoli.

Ho un ricordo. Un ricordo di un sacco di anni fa. Quando ero un pischello infervorato di politica e militanza. Eravamo in Stazione Centrale, sul binario ad aspettare un treno, che credo arrivasse, da Trieste. Non so chi fossimo lì a ricevere e perché. Non lo ricordo più. Ricordo però che eravamo una specie di delegazione. C’era il buon vecchio Gualtiero, da sempre instancabile diffusore dell’Unità, e c’era Carlo, e c’ero io giovanissimo spocchioso studente, un po’ confuso. Poi c’era anche altra gente, ma io quella non me la ricordo.

Ricordo che a un certo punto Carlo disse rivolto a Gualtiero di sentirsi come Filippo Buonarroti negli ultimi anni della sua vita, quando vede disgregarsi il mondo dei suoi metodi di lotta in favore di nuovi, quelli mazziniani, a lui incomprensibili e non condivisibili, ma comunque e nonostante non rinuncia alla cospirazione e al dirsi babeuffiano. Vale a dire, comunista.

Erano tempi quelli, di quel mio ricordo, in cui nel PCI si vivevano le tensioni di quello che sarebbe stato il colpo di mano occhettiano.

Lo so. Ti stai chiedendo cosa ci facessi io, che mi predico anarchico, in quel partito. Ti dirò. Non lo so se allora, correva credo il 1988, ero anarchico. So che frequentavo la sezione Steiner e che mi sentivo, ventenne, molto più vicino –nonostante tutta la loro retorica- ai compagni ultrasettantenni che a quei cinquantenni rampanti e rapaci che in pochi anni avrebbero sfasciato tutto, senza criterio alcuno, fino agli aridi resti di oggi.

So che Marx l’avevo conosciuto grazie a Panebarco: quel gioiello assoluto che è il grande Karl mi sembra fosse del 1983 e che macinavo kilometri di avventure prattiane (li ricordi tu quegli orribili tascabili bompiani per ragazzi dedicati a Corto?). So che provavo un profondo disagio, sul quale quella breve chiacchierata con Carlo su un binario del treno, mi aveva aperto gli occhi.

Comunque la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Devi stare lì, in quel fondo, per capirlo. Devi farlo come Filippo Buonarroti. Devi spargere la voce. Può darsi che qualche seme resti e germogli. Lo dicevo prima, no (benedetto tedesco) che il grund è anche il fondo agricolo. Quindi, cazzo!, la rivoluzione, comunque, può essere…  fertile.

Ma poi no.

Invece uno l’equilibrio ce lo trova, eccome; che glielo indica un tipo di nome Panebarco. Incontrato per caso a Sestri Levante, tra gli scaffali di una libreria vecchia e scassa tra le pagine di un libro Savelli. Folgorazione e rivelazione. Teorica. La storia del fumetto comincia qui, tra le non molte tavole di Tiralo ancora Ignatz (nel volume La semplice arte del derelitto, Savelli,1979, pp.11-29). Qualcuno mi ha detto, dopo, comparso la prima volta su una rivista di nome “il Mago”, nel settantasette. Avevo nove anni allora, giocavo (male) a pallone e leggevo (forse) Tex. Però questo volumetto che ne contiene le tavole, tutto scollato e squadernato (oggi), è stato per me prezioso. Lo tengo stretto nello scaffale dei libri che non abbandonerò mai. Quella storia fu fondamentale (allora). Per un perché semplicissimo.

Qualcuno ha fatto fuori, per i suoi bei (giusti o meno non importa) motivi, il vecchio Corto. H.P. pontefice annoiato e annoiante, puzzolente di santità, assume il Big Sleeping per scoprire chi è stato. La moglie del Maltese, cicciona alcolizzata e rossa naturale (ragazzina una volta) mette lo sfumazzante e dormente Big sulle tracce del Carletto Marrone suo amante (odierno o di allora?) che fa il pizzaiolo a cinque isolati da lì. Il Brown viene ucciso dai terribili Mordilleros proprio sotto gli occhi del nostro investigante. Il quale, dopo le rituali schermaglie con la ottusa (sempre) polizia, si reca al Golden Ballon, cabaret gestito da un certo Snolinsky, dove l’imbolsita Mafalda tiene recital comici che non fanno ridere. Lotar serve al banco e il cinico topo Ignatz suona al piano laconici valtzer. Snolinsky mette il nostro occhio privato sulla pista di certo Oreste Settebellezze. Mentre sta recandosi da colui, Big Sleeping viene aggredito da Popeye e per evitare il peggio lo stecchisce con una pistolettata. Il cadaveraggio non è ancora, a questo punto, terminato. Anche Settebellezze Oreste viene ammazzato dai Mordileros sotto gli occhi annoiati dello Sleeping e del lettore. Prima di morire, come in ogni pallido giallo che si rispetti, il morente confida all’ orecchio del dormiente di una certa qual lettera celata al Golden Ballon. Quivi introdottosi annottando Big Slleping legge la lettera, furbescamente tenuta nascosta nel cassetto della scrivania di Snolinsky. Con essa il Corto Maltese ricattava lo Snolinsky minacciando di rivelare a tutti che in realta egli altri non era che il pulcioso bracchetto di nome Snoopy operatosi a Casablanca e diventato in conseguenza irresistibile playboy. Vistosi scoperto l’ex-bracchetto sta per uccidere il nostro indagante eroe, ma viene fermato dal deusexmachinoso intervento del topo Ignatz, che con santa e doverosa mattonata sulla cervice per sempre lo leva dai coglioni. “Odiavo quel bracchetto. Mi aveva portato via la gatta che amavo”. E’ il commento del topo, che chiude la storia, mentre in compagnia di Big Sleeping si allontana lungo la strada invasa dalla notte.  

Al di là del fatto che ad aprirmi gli occhi sul fumetto fu un grande addormentato (e lascio perdere le implicazioni psicanalitiche), queste poche tavole sono la cronaca di una tautologia; non sono Godard e a maneggiarle (le tautologie) rischio solo di ferirmi. Ma è così. Quindi corro il rischio; e quello che voglio dire, e che dice Panebarco è questo: che il fumetto è il fumetto. Un universo chiuso e autoreferenziale, un simulacro (come si diceva), ma non ermetico – con tutte le implicazioni e commistioni che questo comporta- sempre e comunque contemporaneo al lettore. Non è possibile quindi farne una storia (alla faccia dei tanti critici esperti che solo quello sanno fare: dimenticabili libelli in cui fatti nomi e autori si rincorrono ad imperlarsi in rispettoso ordine cronologico), in quanto non esistono agli occhi del lettore intelligente precise collocazioni temporali: se non quella dell’attualità appunto; ché l’atto di leggere è coniugabile solo al tempo presente.

Un’opera a fumetti ammette dunque ontologicamente una sola categoria del tempo: il presente.

Un’ opera a fumetti è; esiste nel preciso momento in cui viene letta (guardata), a differenza per esempio di un film, che è condannato a non poter prescindere dal profilmico. Cioè da una coniugazione temporale sempre al passato: costituita dall’invadente presenza simulacrale di ciò che ha concorso a formarlo, nel particolare: gli attori e i luoghi. Un film è sempre qualcosa che è già stato. Che si ripete certo, grazie a un artificio della tecnica, ma che non è mai attuale perché mostrando ciò che è già accaduto non fa altro che disvelare dei cadaveri. L’ombra di corpi che sono stati, che hanno agito una volta per tutte. Il cinema è un enorme mausoleo. Abitato da spettri bellissimi ma morti e stecchiti. I personaggi dei fumetti invece, anche quando panebarchianamente vengono ammazzati, non sono mai morti. Perché: il fumetto (quando non è sterile serialità da collezionisti) è una splendida festa a sorpresa. Piena di confusione e rumore. Il fumetto è un saporito piatto di minestra che ha tutti gli aromi e i profumi della vita e dell’adesso. L’ho compreso a mie spese. Mentre mi ci ero messo, lì, per trovare un equilibrio a queste cose e sono inciampato (forse a causa delle troppe sigarette accese) nella termodinamica e in Hypocrite (un piccolo gioiello. La più compiuta opera di surrealismo erotico. Mica facile da rintracciare. Allora un grazie a l’Association per averlo ristampato. Hypocrite et le mostre du Loch-Ness, l’Association, 2002) di Jean-Claude Forest che diceva “…e plus je suis petite, plus je suis mechante”. Nulla sembrerebbe qui andare perduto nell’ambiente. E il secondo principio della termodinamica (secondo il quale la natura chiede un contributo ogni qualvolta accade una trasformazione: asimmetria dell’universo che non permette quando si verifica una trasformazione spontanea la completa conversione del calore in lavoro) va allora a farsi fottere? No perché io che il lavoro lo odio ecco che ho la mia folgorazione, la rivelazione teorica. Per Forest (disegnato da Tardi: mi riferisco a quel gioiello di ICI MEME) il fumetto è un paese chiuso: e in un sistema chiuso e isolato (è sempre la termodinamica a dircelo, nel primo principio però) l’energia totale non varia e si conserva nonostante la trasformazione. Ma. Ogni tanto il paese chiuso si apre ché qualcuno lo legge, allora l’entropia riacquista il suo equilibrio.

Ecco il fumetto è pura intermittenza, tra un prima e un dopo (che sostituiscono calore e lavoro), in modo confuso e senza gerarchie logiche e temporali. Un seducente scintillio (Barthes) tra ciò che é stato (fumetto), ciò che è (assolutamente fumetto), e ciò che sarà (ancora fumetto). Senza alcuna opposizione: ma in un’unica categoria quella del qui e ora.

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